Vorrei essere polemico (cioè in lotta, in combattimento). A questo scopo cercherò di essere confuso, impreciso e possibilmente contraddittorio, se non più del solito, quantomeno come mi è d’abitudine.

Vorrei parlare di “Go Go Tales” di Abel Ferrara (in ritardo, perché non amo/non mi riesce essere in tempo; anche in musica preferisco gli scarti, i fuori tempo, le aritmie, le pause..). Anzi, vorrei innanzitutto esprimere tutta la mia emozione nel sentire Abel Ferrara, in una trasmissione francese durante l’ultimo festival di Cannes, concludere una specie di (non) intervista bofonchiando prima e gridando poi, di non andare a vedere il suo film!
Sarà il suo film semmai a vedere noi.

“Go Go Tales” è un film che rifiuta di essere visto, o meglio che rifiuta lo spettatore. Che ‘censura’ finalmente lo sguardo ebete dello spettatore contemporaneo. Quello che va al cinema e che commenta ancora bella/brutta sceneggiatura bella/brutta fotografia non ho capito dunque non mi piace e giù di lì. Gesto comico, disperatamente comico quello di Ferrara .

Film che sfugge LO sguardo, girato da molteplici punti (di vista) di ripresa, pare a volte ignoti agli stessi attori (altroché la pesantezza tutta scritta e autorefenziale dei reality!). Senza sceneggiatura, magari solo un canovaccio (grande Willem Dafoe, capocomico dei giorni nostri), con personaggi liberi di inventarsi, liberi di esistere in scena, fantasmi senza catene (talmente fieri di essere liberi che Asia Argento nello spettacolo-film bacia con la lingua un grosso cane nero. Infatti, una volta rientrata tra le pareti dello spettacolo-mondo Asia ritratta…sic..).

Film doppio, multiplo, in-finito come sono tutti i suoi Ultimi film da “Balckout” in poi. Film nel buio di un locale notturno mentre fuori splende il sole di Manhattan. Perché le tenebre si celano nella luce. Ed è nelle tenebre che si hanno rivelazioni. Dalle tenebre affiorano visioni. E nelle tenebre ci sentiamo spiati. Sensazione da brivido. Anche erotico (vedi Internet). Quale film è mai stato comico ed erotico al contempo (al di là degli attori che li interpretano? Forse IL cinema, ma i film pochi: l’“Assedio” di Bertolucci, Warhol, Lynch, certi porno forse) e in cui le due forze si respingono e attraggono con tale intensità da finire per annullarsi a vicenda?

Film ambiguo, per eccellenza. Josè Saramago in “Cecità”, a un certo punto inventa la cosa più strabiliante del suo romanzo; se non ricordo male a un certo punto il suo gruppetto di sopravvissuti a un’epidemia virale finisce per cercar protezione in una chiesa e l’unica che non è ancora diventata cieca, scopre che i soggetti degli affreschi e dei dipinti lì custoditi hanno gli occhi cancellati, sfregiati. Qualcuno ha accecato le immagini. Gesto di censura, violenta. Disperata. Atroce. Chi ha letto il libro sa la situazione che Saramago propone, e sente che non è lontana dalla mia, dalla tua, dalla nostra, al di là della metafora. Ferrara si ribella, come Chaplin in una gag: dove la vittima è lui, e siamo noi.

Ridiamoci su fino alle lacrime…

Film dunque dell’assurdità/amore/follia/malattia/ossessione..del fare cinema oggi. Dove la vecchia bionda proprietaria del night, sbraita che vuole i soldi dell’affitto altrimenti fa chiudere il locale (e poi però la vediamo che senza tutto quel casino non potrebbe stare); dove lo showman va avanti nonostante tutto e tutti (il sospetto però è che lo faccia solo per soldi/visibilità); dove uno tra il pubblico entra sul palco (come un tempo ne “La rosa purpurea del Cairo” ma senza ‘lirismo’) perché scopre sua moglie fare la lapdance, anche se la cosa non li sembra sconvolgere poi così tanto, in fondo si vogliono bene.
Sono tutti sguardi alla ricerca di uno sguardo e che, se lo trovano lo rifiutano, perché cieco o rivolto altrove, o perché spento, o perché a forza di cercare si sono smarriti. Su tutti aleggia quello del regista, che non sa più se ama/odia i suoi personaggi, se ama/odia il suo mestiere, la sua passione, ma che la rivendica in quanto tale, o in quanto godimento, godimento della ripetizione. E soprattutto sa che lo sguardo, SUO non lo fu mai.

Su tutti aleggia anche l’assenza dello sguardo dello spettatore, come nella “Tragédie d’Hamlet” di Peter Brook, ‘visto’ anni fa alle Corderie dell’Arsenale a Venezia. Primo spettacolo (almeno per quel che mi riguarda) senza bisogno dello spettatore. Dove Amleto non ci vedeva, perché non eravamo già più là. Dove mi resi conto che Amleto (ri)esiste anche senza di noi. Quando alla fine indicò verso il pubblico, indicò il vuoto. Amleto muore ma noi non ci saremo mai, questa è la tragédie di Amleto. E quando Brook si proponeva di dimenticare Shakespeare, intendeva dimenticare lo Shakespeare ‘classico’, abituale, visto (voluto-imprigionato) dallo spettatore usuale.

Un po’ come Ferrara: “non andate a vedere il mio film”. Film contro la visibilità, contro noi tutti che sembriamo non poterne più fare a meno.

Non andate a vedere il mio film”, dimenticate il cinema, se volete trovare il cinema.

Recensione Go Go Tales di Roberta Monno – Controrecensione

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