Le accuse a Joss Whedon e il mondo abbandonato dalla speranza di Marti Noxon

Alla fine degli anni Novanta, il filosofo Slavoj Žižek scrisse: “Quando, recentemente, la rivelazione del presunto comportamento privato ‘immorale’ di Michael Jackson (i suoi giochi sessuali con ragazzini minorenni) diede un colpo alla sua innocente immagine da Peter Pan, elevata oltre le differenze (o le preferenze) sessuali e razziali, alcuni acuti opinionisti si posero l’ovvia domanda: dov’è tutto questo scandalo? Questo cosiddetto lato oscuro di Michael Jackson non è sempre stato lì sotto gli occhi di tutti? Non era già evidente nei video che accompagnavano le sue produzioni musicali, saturi di violenza rituale e gesti sessuali osceni (lampanti nel caso di Thriller e Bad)?”

Si tratta di un passo decisivo del suo volume L’epidemia dell’immaginario, che mette in evidenza come sia tipico della cultura contemporanea il processo di esteriorizzazione dell’inconscio: le dinamiche morbose che caratterizzano la pulsione tanatologica di ciascuno di noi non tentano più di venire contenute e trasfigurate in forme addomesticate e ammansite, ma soprattutto nell’ambito della popular culture irrompono in superficie incrinando lo scrigno ed emergendo nella pura visibilità. L’orrore, la morte, il mostruoso diventano seducenti, esattamente come lo sono sempre stati, con la differenza che non c’è la necessità che disdicano la loro funzione attrattiva e affascinante ma si palesano direttamente per ciò che sono.

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La fine del millennio, sancita 2001 con gli attentati alle Twin Towers, è caratterizzata profondamente da questo rinnovamento dell’immaginario – e non a caso uno dei prodotti televisivi più fortunati del passaggio di millennio è una serie tv che coniugava come mai prima horror, teen-drama e racconto di formazione, tutto condito da humour nero e spesso cinico capace di stemperare il senso di disgrazia, lutto e apocalissi: Buffy – L’ammazzavampiri (link all’articolo di Laura Silvestri)

Notizia di questi giorni è l’accusa dello staff femminile di Buffy nei confronti dello showrunner Joss Whedon, coinvolto in prima persona come sceneggiatore e come regista nell’universo Marvel, penna e autore di grandissimo livello.

Al di là della tipologia di accusa, e del modo in cui interpretare gli abusi da parte di Whedon, si fa chiaramente riferimento alla colpa da parte dello showrunner di avere “creato un ambiente tossico e ostile”. Se l’accusa è di questo tipo, allora varrebbero le parole di Žižek: dov’è lo scandalo? Così come Whedon aveva esteriorizzato la vita dei giocattoli per Toy Story, di cui era lo sceneggiatore, non è forse vero che la potenza di Buffy era nella capacità di esternare attraverso la ”commedia horror” tensioni, paranoie, nevrosi proprie di una generazione alle prese col passaggio di millennio?

Le profondità demoniche della psiche degli adolescenti trovarono proprio in Buffy una rappresentazione esteriore, una messa in scena capace di proiettarle fumettisticamente nella vita comune, sovrapponendo fantasy e dramma adolescenziale. I problemi di un’intera generazione, orfana del grunge e di Kurt Cobain – il cui suicidio fu una delle più traumatiche forme di esteriorizzazione del male interno, la concretizzazione tragica di qualcosa che circolava più o meno sotterraneamente – trovarono con Buffy una sorta di forma di riscatto.

Buffy segnò una svolta nell’annoso dibattito relativo alla cultura pop. La divisione tra i rockers, i grungers, gli affezionati ai rimasugli della tradizione controculturale, gli alternativi da un lato, e i giovani rampanti dei college, gli amanti della vita, i sognatori, non aveva più motivo di esistere, soprattutto in America: l’universo di Buffy comprendeva tutto e tutti.

E come dicevamo, la seria offriva persino una forma di riscatto decisiva: Buffy è un’eroina, sconfigge i mostri, e ristabilisce l’ordine. Ma il mondo che si trova a fronteggiare non potrebbe non essere severo, ostile, tossico!

Severo, ostile, tossico, perverso, crudele è il mondo del 2020 d’altronde, e le Buffy disposte a salvarci non esistono più; segno dei tempi che mutano, le icone pop come Billie Eilish sono giunte al punto di massima esteriorizzazione delle pulsioni nocive e negative di un’intera generazione, trovatasi a fronteggiare, senza che nessuno l’avesse avvisata, qualcosa come una pandemia catastrofica, una crisi ecologica altrettanto spaventosa, crisi economiche, sociali e politiche a perdita d’occhio. Ciò che resta è l’icona dark-pop che non promette nulla, non combatte con le spade, quelli erano altri tempi. L’ambiente tossico e nocivo si è talmente esteriorizzato che ha invaso ogni angolo del mondo esteriore e interiore.

Non è un caso che, esattamente in questo scenario, si posiziona una bellissima serie del 2018 firmata da Marti Noxon e diretta da Jean-Marc Vallée, ovvero Sharp Objects. Marti Noxon è stata una delle produttrici esecutive di Buffy, divenuta per le ultime stagioni anche showrunner. Chi era adolescente alla fine degli anni 90 oggi è cresciuto, e si trova ad avere a che fare con un mondo adulto caratterizzato da “piccoli grandi bugie” (Big Little Lies è l’altra fortunata serie diretta sempre da Vallée, tra l’altro scritta da David E. Kelley, showrunner della recente The Undoing), ipocrisie e terribili segreti che si preferirebbe tenere a bada e non far mai emergere.

La Noxon in un’altra stagione culturale, quella del passaggio di millennio, grazie a Buffy era riuscita a fronteggiare i mostri e i demoni, ora invece Camille Parker, la protagonista interpretata da una straordinaria Amy Adams,  deve affrontare non solo i mostri del passato ma persino quelli del presente – che spesso non a caso finiscono per coincidere.

D’altronde, quando era adolescente, nessuna Buffy era giunta a salvarla: i segni della sua martoriata adolescenza li porta letteralmente sul corpo nonché nella sua psiche (ancora una volta, l’orrore dell’interno che giunge in superficie attraverso l’autolesionismo). Ma il mondo di oggi è fatto di madri che non amano i figli, di società divise e scisse al loro stesso interno capaci di mettere in questioni gli stessi ideali nazionali, facendo riemergere vecchie ferite secessioniste, di adolescenti di oggi che non solo non possiedono i valori di riferimento di Buffy ma restano coinvolti nella terrificante spirale del più assoluto nichilismo e sadismo.

Il mondo di Sharp Objects è ben più terrificante e angosciante di quello di Buffy: le ansie e le sfide non esistono più per essere fronteggiate, ma per finire divorati da esse. La Noxon segna così un legame profondo tra le sue due opere: in Buffy l’immaginario horror contribuiva a raccontare metaforicamente una generazione in vista di una redenzione e di una risoluzione, in Sharp Objects il memorabile montaggio confonde passato e presente, immaginazione e nevrosi, speranze e distorsioni della mente, per mostrare spietatamente quanto la profonda provincia americana oggi non abbia bisogno di alcuna trasfigurazione gotico-dark. L’orrore è già là, abbiamo solo paura di confessarlo.

Sharp Objects
Paese USA
Autore Marti Noxon
Regia Jean-Marc Vallée
Anno 2018
Distribuzione italiana Sky Atlantic
con Amy Adams, Patricia Clarkson, Chris Messina, Eliza Scanlen

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