Doppia recensione per il film diretto da Stanley Tucci.

L’ultimo ritratto di Alberto Giacometti
di Michele Parrinello

Adattamento del romanzo biografico A Giacometti Portrait di James Lord, Final Portrait regala un’ora e mezza di divertimento e intensità, non lesinando riflessioni in tralice sul mondo dell’arte e godendo della notevole adesione ai personaggi di Armie Hammer e Geoffrey Rush.

James Lord acconsente a posare per l’artista svizzero Alberto Giacometti. Quelle che però dovevano essere poche ore si trasformano in lunghi pomeriggi di lavoro, durante i quali Giacometti dipinge e disfa infinite volte il ritratto dello scrittore americano.
Col passare dei giorni tra i due si instaura un legame di amicizia e complicità sempre più bizzarro e profondo. Ma tra le futili resistenze di James che vorrebbe tornare a New York e il temperamento distruttivo di Alberto, il suo rapporto complicato con la moglie e i giudizi affettati sugli artisti suoi contemporanei, la conclusione del ritratto sembra diventare un miraggio.
Riuscirà Giacometti a finirlo in tempo?

Il più grande pregio di Final Portrait – L’arte di essere amici (sottotitolo appioppato specificatamente all’atto della distribuzione italiana e che manca il bersaglio di una buona spanna quanto a coerenza, accontentandosi di un ipotetico effetto di melassa indotta) è l’onestà di fondo che ne guida il passo cadenzato.
Nessuna ambizione pretenziosa si cela dietro il piacere del racconto. Nessun intento didattico o didascalico vuole trasparire tra le pagine della sceneggiatura o le sculture di un atelier vecchio e polveroso. Final Portrait – L’arte di essere amici non sarebbe stato il film giusto per esaltare la vita o le opere di un artista poco ligio al canone borghese della Francia (e, con i dovuti distinguo, del generale panorama pittorico e scultoreo) degli anni sessanta.
La pellicola, diretta da Stanley Tucci e adattamento del successo letterario A Giacometti Portrait di James Lord, trova il suo respiro e la sua dimensione in una scrittura lineare e intelligente, in una messa in scena dalle tinte che tendono al grigio o al pastello a seconda degli sbalzi umorali dell’erratica mente del protagonista, in una regia che si affida alla camera a mano, ai movimenti di macchina e a lunghe inquadrature che sottintendono una impostazione teatrale della recitazione.
Notevole l’adesione alle controparti storiche sia di Armie Hammer, perfettamente a suo agio nel perplesso, spaesato e un po’ ingessato James Lord, che di Geoffrey Rush nei panni del vulcanico Alberto Giacometti (quest’ultima sottolineata da una innegabile somiglianza fisica persino in campo medio e stretto),
Final Portrait – L’arte di essere amici non è né aspira a essere un capolavoro. È uno di quei film che scorrono veloci (complici anche gli stringati novanta minuti di durata, che non si perdono in inutili orpelli o riempitivi) e lasciano nello spettatore quella piacevole sensazione di imprecisata e aleggiante soddisfazione.
Pur ricadendo in alcuni cliché dell’universo artistico trasposto sul grande schermo, dribbla con cognizione di causa la pesante pomposità del classico biopic e regala un film che si può fregiare di delicata modestia, contagiosa simpatia e un retrogusto amaro quanto basta.

Non chiamatelo biopic
di Laura Silvestri

“Non c’è terreno migliore del successo, per alimentare il dubbio” – Alberto Giacometti

Parigi, 1964. 18 giorni, 2 uomini, 1 ritratto e un’amicizia eterna.

L’artista (italo-)svizzero Alberto Giacometti chiede all’amico James Lord, scrittore americano con una forte passione per l’arte, di posare per lui. Un semplice ritratto, tutto qui. Ma quando entrano in moto i misteriosi ingranaggi nella mente del genio, non è mai “tutto qui”.

È difficile esprimersi.

Alcuni sono più bravi a farlo con le parole, altri con la musica, altri ancora si affidano a degli strumenti (la cinepresa, i pennelli…).

Tutti tentiamo, quasi sempre invano, di afferrare le emozioni che ci guidano, i nostri pensieri, e renderli leggibili a chi magari è interessato a curiosare tra i capitoli della nostra anima.

Ma l’ineffabilità ci pervade, è parte di noi, tanto quanto il resto.

Ed è qui, su questo terreno, che si gioca la partita di Final Portrait.

 Non un biopic, come ci tiene a precisare il “direttore di gara”, l’eclettico Stanley Tucci (Big Night, Blind Date): attore, regista, produttore e sceneggiatore, grande appassionato d’arte e della figura di Giacometti, sulla quale ha per l’appunto deciso di incentrare la sua ultima pellicola, focalizzandosi sulla creazione dell’ultimo ritratto dipinto da Alberto.

«Mio padre era un’artista, e un insegnante d’arte. Sono sempre stato profondamente influenzato dal suo lavoro; mi piaceva vederlo all’opera, e ho imparato molto da lui. Abbiamo vissuto anche a Firenze per un anno, e viaggiando per l’Italia, abbiamo potuto ammirare opere d’arte ovunque andassimo. E queste cose, crescendo, rimangono con te, non possono che influenzare la tua visione estetica. Così dopo l’università ho iniziato a studiare arte, andavo spesso per musei, disegnavo… e leggevo tutto ciò che trovavo sugli artisti. Giacometti per me era uno dei più interessanti. Poi mi sono imbattuto in questo libro – Un Ritratto di Giacometti, di James Lord – che esprimeva tutte le gioie, le difficoltà, gli orrori del processo creativo in un modo così accurato, che mi è sembrata una scelta naturale voler realizzare questo film» afferma Tucci in conferenza stampa.

Ma che sia un’opera d’arte, che parla d’arte, realizzata da un’amante d’arte, è sicuramente visibile già dalle prime scene.

L’obbiettivo della cinepresa scruta severamente ogni angolo, ogni dettaglio dell’ambiente e dei personaggi che lo abitano, proprio come l’occhio dell’artista, che qui si va a fondere con quello dello spettatore e si poggia rapidamente, ma solennemente, su di essi.

«È stato fondamentale, per me, girare a mano con due cineprese atte a riprendere la scena da due diverse angolazioni. Quando si hanno prevalentemente scene con due figure statiche (Rush/Giacometti e Hammer/Lord) c’è bisogno di movimento, che qui viene creato dalle telecamere. Altrimenti tutto si coprirebbe di una patina di pesantezza. Invece ciò che cercavamo era realtà, spontaneità» spiega sempre Tucci.

Sono queste le premesse con le quali ci addentriamo nella mente di Giacometti, nel suo processo creativo, nelle sue nevrosi e idiosincrasie, e attraverso l’amicizia con Lord, anche nella sua vita e di chi gli sta intorno.

Un sensazionale Geoffrey Rush (Il Discorso Del Re, Pirati Dei Caraibi) divora lo schermo sprigionando la poderosa personalità dell’artista – e dell’uomo -, facilitato nel compito dalla icastica stoicità di Armie Hammer (The Social Network, Chiamami Con Il Tuo Nome), interprete di Lord, e la sensibilità di Tony Shalhoub (Monk, Big Night), nel ruolo del simpatico e premuroso fratello di Alberto, Diego.

Una vana ricerca non della perfezione, o della finitezza – date già per irraggiungibili – ma di una condizione di (in)soddisfazione tale, che invero ci pare disperazione, come un limbo tra il volere qualcosa e l’ottenerlo, tendendo all’ultima, ma rimanendo più nei pressi della prima.

E nel mezzo, i dubbi, la rabbia, il desiderio, l’affetto, la vanità, l’insicurezza, l’egocentrismo, e tutto quello che può far parte dello spettro delle emozioni umane.

Perché è l’umanità, che ci regala Final Portrait.

Un’umanità che spesso mascheriamo con il successo, i soldi, i vizi, ma anche con gli obblighi, gli impegni, le aspettative; un’umanità che tendiamo a perdere di vista, e che quando si ripresenta, ci coglie di sorpresa, spaventandoci un po’.

È ciò che vediamo con gli occhi di James. Ed è ciò che vediamo con gli occhi di Alberto.

Final Portrait sarà al cinema a partire dall’8 Febbraio.

Titolo originale: Final Portrait
Nazionalità: Regno Unito
Anno: 2017
Genere: Biografico, Drammatico
Durata: 90′
Regia
: Stanley Tucci
Interpreti: Geoffrey Rush, Armie Hammer, Clemence Poesy, Tony Shalhoub, Sylvie Testud, James Faulkner
Sceneggiatura: Stanley Tucci
Produzione: Nik Bower, Gail Egan, Olive Productions, Potboiler Productions, Riverstone Pictures
Distribuzione
: BiM Distribuzione
Fotografia: Danny Cohen
Scenografie: James Merifield
Montaggio: Camilla Toniolo
Musiche Originali: Evan Lurie

Nelle sale italiane da giorno 8 Febbraio 2018

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