H. Hunt attrice, fantasticamente complice di una H. Hunt regista, dove però, l’attrice, è l’unica perla espressiva di un copione piatto e banale che andrebbe censurato per indecenza creativa.

In realtà, la storia è liberamente tratta dal romanzo di Elinor Lipman, Then she found me, pertanto deduco che le colpe non siano da imputare totalmente alla Hunt.

La trama è sconcertante: una mescolanza di avvenimenti singolari concentratisi, come per un cataclisma pigro, sulla testa della stessa persona

Può una trentanovenne insegnante ebrea (la Hunt), smaniosa di maternità, apparire vecchia al giorno d’oggi dopo un quasi fallimento matrimoniale alle spalle con il mammone per eccellenza (un M. Broderick sovrappeso) e una forse disastrosa storia d’amore di fronte con un sociopatico “ragazzo-padre” (C. Firth)?

Se la trama non apparisse già abbastanza opprimente da questa scarna panoramica, va aggiunta l’improvvisa morte della religiosissima madre che si scoprirà tale solo sulle carte in seguito all’impetuosa comparsa di quella vera (la sempreverde B. Midler), biologicamente parlando, che sconvolgerà di eccessi e bugie la vita di una protagonista già abbastanza sconvolta, ma che si rivelerà l’unica veramente (veramente?) interessata alla sua attuale, catastrofica vita.

Un film color polvere, grottesco nella sua mediocrità stilistica e vergognosamente pallido allo specchio di una morale umanitaria di dubbia provenienza: donna è madre, con qualunque mezzo, a qualsiasi costo e di qualsivoglia figlio.

Mera imitazione di About Smith con l’aggravante di non aver nemmeno tentato un cammuffamento e l’attenuante di aver ridato visibilità alla Midler: la sola macchia di colore fragoroso in questa pellicola spenta come lo schermo del cinema…Se solo avessi avuto un telecomando.

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