Un’invenzione americana

Convenzionale nella messinscena, il film è un elogio dell’istituzione familiare nello stile del cinema classico hollywoodiano.

Dopo la morte della figlia seienne, il pubblicitario Howard si chiude in se stesso e trascura il lavoro. Sempre più avulso dalla realtà, comincia a scrivere lettere ad entità astratte come l’amore, la morte e il tempo. I colleghi, timorosi di perdere sostanziosi contratti, pagano tre attori per impersonare i destinatari delle lettere, nella speranza che, incontrandoli di persona, Howard possa trovare conforto e tornare a dirigere l’agenzia, entrata in un difficile congiuntura in seguito al disinteresse del fondatore.

Con una messinscena improntata alle più ferree leggi della trasparenza, così che lo spettatore sia completamente avvolto dalla trama e non s’accorga che quella cui sta assistendo è una storia costruita ad arte per sembrare svolgersi naturalmente davanti ai suoi occhi, il film è una celebrazione della cellula fondante della società americana: la famiglia, non a caso rappresentata sempre positivamente dal cinema hollywoodiano. Anche il dolore della perdita, sembra dire il film, può essere superato grazie ai legami familiari. Il protagonista, infatti, si estrania dalla vita sociale in seguito ad un lutto che provoca anche la dissoluzione della sua famiglia, giacché, come ci viene rivelato, alla morte della figlia segue l’allontanamento dalla moglie. Il colpo di scena finale (di  per sé quantomeno discutibile) vale appunto a ricomporre il nucleo familiare che s’era diviso a causa dell’inaridimento sentimentale di cui aveva sofferto il protagonista dopo la perdita della figlia. Non è solo questo personaggio a trovarsi in una condizione di disagio in quanto privo dell’affetto dei familiari: anche i comprimari, infatti, vivono situazioni simili che li rendono infelici. Il socio ed amico di Howard col suo dongiovannismo ha costretto la moglie a divorziare e rischia ora di perdere l’affetto della figlioletta che l’accusa d’aver fatto soffrire la madre e d’aver rovinato la  famiglia. La collega di Howard è insoddisfatta giacché, ormai quarantenne, non ha figli e medita perciò di ricorrere all’inseminazione artificiale. Infine, un altro dei colleghi di Howard non trova il coraggio per rivelare alla moglie di soffrire di una malattia terminale. Solo riappacificandosi coi propri familiari, i personaggi potranno riportare serenità nella propria vita. V’è poi un aspetto particolarmente interessante del film che riveste un valore, potremmo dire, sociologico: ovvero la rappresentazione idilliaca che propone della convivenza fra comunità diverse, mostrate qui come del tutto pacificate. Per restare in America, sappiamo che le tensioni razziali sono tutt’altro che sopite e lacerano la società di quel paese. Eppure, nel film di queste divisioni si sceglie di non parlare e anzi si mostra un’armoniosa coabitazione che nella realtà non esiste. Una simile scelta s’inserisce in una più ampia strategia propagandistica votata a presentare al pubblico americano in primis, a quello mondiale in second’ordine, una situazione che non corrisponde in nulla alla realtà dei fatti e che questo tipo di film cerca sostituire a quella reale, ben più carica di problemi e difficoltà. I personaggi, infatti, sono equamente suddivisi in bianchi, afroamericani e ispanici e tutti vengono rappresentati come perfettamente inseriti in una società (quella americana, s’intende), che ne valorizza i pregi e permette loro di raggiungere una posizione sociale ed economica soddisfacente. Si tratta, con ogni evidenza, di un messaggio che non corrisponde al vero, e che  questo tipo di cinema s’incarica qui di propagandare e diffondere per celare gli squilibri e le differenze, e le conseguenti tensioni, tra le diverse comunità. Per farlo, abbiamo visto, si sceglie di ricorrere alle scelte estetiche e formali tipiche del cinema classico, che dovrebbero avvolgere lo spettatore tanto da fargli dimenticare di star assistendo ad un film e dunque ad un racconto costruito. L’America celebra se stessa, ma non siamo tenuti a crederle. Anche sul piano dello scavo psicologico, poi, le soluzioni sono sempre le più facili  e scontate e tradiscono la superficialità dell’insieme. Per visualizzare il crollo mentale cui va incontro il protagonista dopo la morte della figlia, il regista mostra costruzioni composte di tessere del domino franare su se stesse, mentre per rappresentarne gli incubi sceglie una dissolvenza incrociata che mostra il volto sofferente e sudato di Smith sfumare in quello sorridente e allegro della figlia: davvero lo spettatore merita simili banalità?

Titolo originale: Collateral beauty
Regia: David Frankel
Soggetto e sceneggiatura: Allan Loeb
Fotografia: Maryse Alberti
Montaggio: Andrew Marcus
Musica: Theodore Shapiro
Scenografia: Beth Mickle
Costumi: Leah Katznelson
Interpreti: Will Smith, Edward Norton, Kate Winslet, Michael Peña, Helen Mirren, Naomie Harris, Keira Knightley, Jacob Latimore, Ann Dowd, Kylie Rogers
Prodotto da Bard Dorros, Kevin Scott Frakes, Allan Loeb
Genere: drammatico
Durata: 97′
Origine: Stati Uniti
Anno: 2016

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