Il tocco di Allen sugli anni Trenta

L’indagine sull’amore e l’analisi degli anni Trenta sono i due piani del nuovo film del regista newyorkese, tra ricchezza e povertà di fondo.

Altro giro (di swing), altra corsa! Una corsa perenne e interminabile, quella di Woody Allen che, superati ormai gli ottant’anni, non smette di indagare le diverse sfumature del sentimento amoroso. Questa volta lo fa tuffandosi negli anni Trenta, in un’America contraddistinta dai grandi imprenditori cinematografici, dalle sfarzose dive hollywoodiane, dai gangster e, in generale, da un nascente concetto di “alta società novecentesca”.

La proiezione del film The Woman in Red di Florey con Barbara Stanwyck ci informa che si tratta del 1935 (esattamente l’anno di nascita di Allen, solo una coincidenza?). Bobby Dorfman (Jesse Eisenberg) lascia il Bronx, dove vive con la famiglia ebrea, e si trasferisce a Los Angeles per trovare lavoro nel ricco mondo del cinema. Si rivolge allo zio Phil Stern (Steve Carell), potente imprenditore cinematografico, che gli affida qualche piccola mansione. Conosce, intanto, la segretaria dello zio, Vonnie (Kristen Stewart), e tra i due si instaura più di un’amicizia. La relazione, però, non andrà come il giovane aveva sperato, così torna a New York e gestisce insieme al fratello gangster un locale dell’alta società, andando incontro a nuove sorprese e avventure.

Siamo ormai prossimi ai cinquanta lungometraggi per Woody Allen e il tema dell’amore è stato sviscerato nelle sue interminabili sfaccettature. Café Society rappresenta, comunque, una novità per il regista newyorkese: è, infatti, il suo primo film girato in digitale. Decisiva è stata la spinta del direttore della fotografia Vittorio Storaro, tre volte premio Oscar e qui capace di tradurre con efficacia in immagini, luci e colori il modo degli anni Trenta. Il film, infatti, scorre su due piani: da una parte le vicende dei personaggi su cui si concentra la perenne indagine del regista sui sentimenti amorosi, dall’altra la ricostruzione del periodo storico. In questo caso la resa degli anni Trenta è ottenuta sfruttando al massimo tutte le componenti filmiche: la fotografia, come detto, con la scelta di adottare colori simil-seppia, ma anche i costumi, la scenografia, la colonna sonora – con il jazz, lo swing e le note di pianoforte quasi a ritmo continuo – il montaggio – con il frequente uso del raccordo a tendina, assai retrò. Il risultato appare eccezionale e difficilmente perfezionabile.

Gli stessi personaggi contribuiscono a delineare il clima del periodo, tra potenti produttori cinematografici, attrici osannate, gangster – Allen sfiora così uno dei generi cinematografici più importanti e che proprio in quegli anni si stava affermando – pensatori comunisti, politici disonesti. È il mondo dell’alta società di Manhattan che si ritrova – per apparire – al café gestito da Bobby e dal fratello malavitoso. Il locale diventa, così, una sorta di microcosmo della realtà e della società degli anni Trenta, che Allen sembra velatamente criticare.

In questo clima si intrecciano le vicende sentimentali dei protagonisti, interpretati, come sempre accade per il regista, da un ottimo cast. Tra tutti spicca Jesse Eisenberg, il cui personaggio rappresenta l’alter ego di Woody Allen stesso e sembra addirittura replicarne le interpretazioni dei suoi film storici: ebreo, attratto dalle donne ma piuttosto impacciato, rigido e insicuro, intelligente e riflessivo. Partendo dalle sue emozioni, dai suoi sentimenti e dai suoi accadimenti, si arriva alle riflessioni sull’amore, che toccano i concetti di età, fedeltà, tradimento, dubbio, incertezza. La malinconia, il senso d’irrisolto, d’incompiutezza, d’insoddisfazione, d’impossibilità a raggiungere una piena felicità e, in generale, l’interrogazione su cosa sia veramente la felicità, sono le sfumature del sentimento amoroso che il regista ci propone con Café Society.

Allen arricchisce il film con le consuete, fulmine e pungenti riflessioni sui grandi temi universali – la vita e la morte, la religione – e distribuendo sulle scene il suo usuale tocco ironico, brioso, romantico.

Tutto perfetto, dunque? Non esattamente. La pellicola, infatti, sembra mostrare un difetto di tensione narrativa: manca di pathos e le scene faticano incredibilmente a far ingranare nello spettatore il sentimento di attesa o, quantomeno, di curiosità per gli accadimenti successivi. Le emozioni – che i personaggi provano con intensità – faticano a scuotere, invece, lo spettatore.

Café Society, dunque, si mostra all’apparenza estremamente ben fatto, curato in tutti gli aspetti, godibile, ma nasconde al suo interno una debolezza di fondo. Si potrebbe dire, allora, che rispecchia alla perfezione il momento storico degli anni Trenta che descrive: un periodo di sfarzo, di lustrini e paillettes, di balli e musiche, di apparente ricchezza, ma profondamente segnato al suo interno e in maniera sotterranea dalle difficoltà economiche causate dalla grande depressione.

Titolo: Café Society
Regista: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Attori principali: Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Steve Carell, Blake Lively
Fotografia: Vittorio Storaro
Scenografia: Santo Loquasto
Montaggio: Alisa Lepselter
Costumi: Suzy Benzinger
Produzione: Gravier Productions
Distribuzione: Warner Bros.
Genere: commedia
Durata: 96′
Uscita nelle sale italiane: 29 settembre 2016

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