It’s always the same old story, che la si dica in 3d, con o senza effetti visivi da urlo, con più o meno computer grafica al seguito.

E’ sempre la solita vecchia storia, e se vi toglierete gli occhialini che supportano la visione del film “più innovativo di tutti i tempi” (e dal punto di vista strettamente tecnico non lo vogliamo -del tutto- negare) ve ne accorgerete.

C’era una volta un territorio da assaltare e conquistare, perchè pieno di risorse commerciabili. L’unico ostacolo tra l’uomo bianco armato e questi capitali esportabili sono i nativi del luogo: una vera seccatura fin dalla notte dei tempi, non c’è che dire.

In principio si cerca di convincerli a lasciare spontaneamente i loro insediamenti millenari, magari in cambio di “blue jeans e birra chiara”, strade o collanine colorate, che purtroppo, chissà perchè, non riescono a costituire un’attrattiva convincente o una merce di scambio considerabile.

I nativi sono attaccati alle loro terre e alle loro tradizioni  (rispettare e venerare la Natura, pregare gli antenati al cospetto di totem celebrati in rituali animistici), e pur non approcciando l’uomo bianco (l’uomo venuto dal mare, ops, dal Cielo) in maniera aggressiva, rimangono diffidenti e poco inclini alla socializzazione.

Se pensate che Cameron abbia pescato a piene mani dal “manuale di storia del nativo americano”, ripercorrendo le tappe della colonizzazione delle Americhe, e riciclando clichè da conquistadores, non state esagerando, e siete solo al primo step.

Vi accorgerete col passare dei minuti che i cow boy in questione non hanno nulla di diverso dagli originali, eccezion fatta per la mise metallica e post bellica che si sostituisce ai cappelli a falda larga e agli stivali con le frange. Questi militari sono presentati in maniera tanto grezza e manieristica da non avere corpo né carattere, né spessore alcuno. Ci troviamo come in un museo delle cere, in cui gli archetipi e gli stilemi si predispongono in fila indiana e si danno allo spettatore come in un glossario, che espone i “tipi ideali” privandoli di qualsiasi collocazione nel mondo delle sfumature. Tutto è bianco e nero, e i comportamenti dei “cattivi” sono assolutamente cesellati e ingabbiati nelle loro inclinazioni violente e reazionarie. Tutto quello che questi uomini fanno è tutto quello che questi uomini sono, e non c’è altro a definirli, se non la volontà cieca di distruggere, fagocitare e irridere tutto quanto è diverso da loro.

Ecco i trogloditi ghignare e spanciarsi al pensiero che i nativi del Pianeta Pandora (a loro volta descritti in maniera naif e ferina, semplice e selvatica) preghino le radici di un Albero Sacro. E cos’altro potrebbe dire il comandante di questa missione di sterminio, di fronte allo spettacolo del suo successo se non “bene, andiamo a farci un drink”?

Cameron aspetta dodici anni per proporci un western dipinto di blu che si articola su due coordinate immobili, piatte e insapori: il Bene e il Male, o meglio: I Buoni (ovvero le Vittime Inerti) e I Cattivi (che fan rima con Esercito Americano tout court), e non trova il tempo di sciogliere la trama in prospettive di significato in grado di definire con più precisione e profondità psicologica quello che vediamo, dando ai protagonisti pochissimo da dire e ancora meno per spiegarsi. Tutto si spiega da se’, mentre quello che resta un mistero insoluto (a rigor di logica) è perchè mai gli Umani avrebbero speso tempo e denaro nel progetto di ricerca Avatar (che serviva a socializzare e inserirsi con i nativi) se tanto il fine ultimo della missione consisteva nel radere tutto al suolo con bulldozer e lanciarazzi? Tanto valeva farlo da subito, liberandosi il prima possibile delle ingombranti “scimmie blu”, così definite in un’inequivocabile frasario da “missione di pace” (!)

Magari avrebbe avuto più senso e sarebbe suonato più coerente con le intenzioni reali del progetto, se lo stesso esperimento Avatar si fosse declinato a fini militari, realizzando un esercito di para nativi in grado di adattarsi alle realtà climatiche del Pianeta. Di sicuro sarebbe stato più utile e meno rischioso in termini di defezioni (che nei fatti mandano a monte il progetto), e avrebbe restituito il senso di una trama meno improvvisata, meno debole e scricchiolante in termini di verosimiglianza, che pare buttata giù in tutta la sua incrollabile e infallibile semplicità, giusto per reggere sperimentazioni di tipo grafico, vera (unica) urgenza di un regista, che ha scordato a casa la sceneggiatura.

C’era una volta un guerriero, inviato come Cavallo di Troia in mezzo ai bifolchi da colonizzare. Il guerriero si innamora di una nativa, volta le spalle al suo popolo ( e ai suoi committenti), e si candida alla leadership della Resistenza, guidando gli indigeni alla riscossa.

Se pensate di vedere “L’Ultimo Samurai” non state esagerando, e siete al secondo step.

Quello in cui ci si chiede come può un ex marine pronunciare la fatidica (e incredibile) frase “mi ero arruolato per portare la pace”, senza che uno sbuffo di sincera insofferenza affiori sulle labbra dello spettatore, che perplesso si interroga su quanto possa essere ingenuo il popolo più guerrafondaio del pianeta.

Come diavolo è possibile che Cameron abbia ritenuto credibile una battuta del genere da parte di un ex soldato, in un futuro remoto, in cui sia la Guerra in Iraq che il Vietnam sono parte della memoria collettiva, insieme a chissà cos’altro ancora?

Come si può imbastire una trama che pretende di rifilare la morale (scotta e indigesta) del militare che invade un luogo con le armi secondo la politica dell’ exploitation (sfruttamento delle risorse), e contestualmente si sorprende se gli indigeni non collaborano (e in che modo dovrebbero? Autoesiliandosi dalle loro terre?), per ritrovarsi poi a vivere un’autentica crisi di coscienza una volta alle soglie del conflitto a fuoco?

Il corpus narrativo di Avatar è antico, organizzato secondo schemi di presentazione degli eventi lineari e rassicuranti, prevedibili e scontati, simili a una suddivisione in capitoli ideali (Prologo – La Vita Su Pandora – L’Attacco – La Riscossa – Epilogo), senza guizzi di fantasia che esulino dalle immagini “rivoluzionarie” (così si è detto e così ormai è scritto negli annali del cinema), che purtroppo risentono il fiato cortissimo di un esoscheletro di fatti che potremmo definire (con buona pace del mio amato Cameron) di una banalità imbarazzante, a partire dal tratteggio dell’indigeno, che guarda un po’ sembra proprio un pellerossa.

Pettinati alla mohicana e tatuati alla maori, i Na’vi ci vengono presentati come provvisti del proverbiale “anello al naso”, indice di buonafede e trivialità, che coniuga atteggiamenti bestiali ad azioni sincere, prive di malizia ma poco organizzate, finanche stolte e prive di qualunque arguzia e lungimiranza (tant’è che i nativi, incapaci di intuire la minaccia che incombe, avranno bisogno dell’Uomo Bianco Ribelle per cavarsela, altrimenti da soli – ci dice Cameron- sono  belli che fritti!)

Il viaggio interiore di Jake Sully coincide con quello esteriore e geografico, e il suo disamore per le intenzioni iniziali della missione (c’è da chiedersi se le avesse capite) coincidono con la scoperta di un luogo esotico e bellissimo, fatto di Natura e montagne, fiumi e animali mitologici, un mondo interpretato come un grande hard disk a cui i nativi si connettono per mezzo di una “porta usb” collocata all’estremità del loro corpo, e grazie alla quale “scaricano” informazioni e dati dal passato e dal presente del Mondo, attingendo alla memoria della Terra e della Natura, a cui sono intrinsecamente uniti per mezzo di un’energia collettiva e globale che permea il Sistema, di cui tutti sono una piccola preziosa parte. Questa energia si vivifica negli antenati, i morti, che nell’atto del trapasso restituiscono al Pianeta quella parte di Forza che avevano “solo preso in prestito”, e se pensate di star giocando una partita a Final Fantasy non state esagerando, e siete al terzo step.

Quello in cui Cameron si cimenta con le necessità new age e ci rifila frange di filosofia olistica sulla Grande Forza che tutto governa (La Struttura che Sottende, per dirla alla Levy Strauss), e che rievoca le suggestioni del famoso videogioco giapponese, a partire del protagonismo del concetto di Lifestream, letteralmente “flusso vitale”, che tutto innerva e al quale bisogna tendere e rispondere, e per il quale, in ultima analisi, vale forse la pena morire.

Non intendiamo tuttavia asserire che Cameron abbia intenzionalmente scopiazzato nulla di quello che (involontariamente?) cita.

Quello che sosteniamo è che quando si realizza un film il cui concepimento dura 12 anni, forse si arriva al capolinea con 12 anni di ritardo, e quello che era originale e innovativo all’inizio della corsa, rischia di invecchiare prima ancora di venire al mondo, o quanto meno, si porta dietro un olezzo di stantìo.

Avatar è datato ancora prima di vedere la luce, e poco importa se l’esperienza del 3d si rivelerà sconvolgente e darà il via a una nuova era tecnica.

Un film è qualcosa di più di un progresso scientifico, e come film Avatar, non supera l’esperimento visivo, e si risolve in un’accozzaglia di accadimenti già annusati altrove, che si disarticolano in maniera poco convincente, in una scrittura di fondo scarsamente sorvegliata negli snodi più squisitamente narrativi.

Avatar è il figlio bello e stupido, che vince i concorsi di bellezza ma si diploma col minimo dei voti, che si veste all’ultima moda ma sbaglia i congiuntivi e si esprime con luoghi comuni e frasi fatte.

Dopo 12 anni, si poteva chiedere di più.

Avatar: Il Chinese Democracy del grande schermo. Cosa ci lascia?

La Frase “Io ti vedo” Zoë Saldaña, Avatar, 2010


Regia: James Cameron
Sceneggiatura: James Cameron
Attori: Sam Worthington, Sigourney Weaver, Giovanni Ribisi, Michelle Rodriguez, Zoe Saldana
Fotografia: Mauro Fiore
Montaggio: John Refoua, Stephen E. Rivkin
Musiche: James Horner
Produzione: Twentieth Century-Fox Film Corporation, Lightstorm Entertainment, Giant Studios Inc.
Distribuzione: 20th Century Fox
Paese: USA 2009
Genere: Azione, Fantascienza
Durata: 166 Min
Formato: Colore 1.85 : 1

3 Commenti

  1. Non ho ancora assistito ad Avatar e qualcosa in me ne rifugge, ma lo vedrò per giudicare prove alla mano (o alla vista!). Però, per una volta, sento di dovermi congratulare con la “vecchia e cara Hollywood” che ha fatto centro (magari solo per pulirsi la cattiva coscienza dopo aver ignorato Reducted firmato da De Palma) e ha preferito al “figlio bello e stupido”, quallo maledetto ma sincero. Assolutamente da vedere, The Hurt Locker della Bigelow.

  2. Non so perchè non l’avessi letta prima… M’era sfuggita… Boh… Comunque è un pezzo da standing ovation perchè tutto quello che io ho solo pensato, tu l’hai scritto (o tutto quello che hai scritto io l’ho pensato? Boh…) Comunque resta il fatto che tu l’abbia scritto molto meglio di come io l’abbia pensato. Mitica Roberta!

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