Doppia recensione per l’adattamento cinematografico del romanzo di Agatha Christie.

Chi ha ucciso il signor Ratchett?
di Michele Parrinello

L’ultima fatica di Kenneth Branagh gode di una produzione maestosa e del fascino del cinema di un tempo, ma risulta disomogenea e affrettata. Il cast stellare di cui è infarcita, pur sottoutilizzato, ne scongiura il deragliamento.

L’investigatore Hercules Poirot ha appena risolto uno spinoso caso a Gerusalemme, evitando lo scoppio di una faida religiosa tra ebrei, musulmani e cristiani.
Salpato alla volta di Istanbul, viene intercettato da un delegato britannico che richiede la sua presenza a Londra. Prende quindi l’Orient Express in direzione Parigi. Durante la notte, nel vagone di prima classe dove alloggia, un uomo viene assassinato.
Complice una valanga che blocca l’avanzata del convoglio, Poirot indaga sull’omicidio alla ricerca di un colpevole. Gli indizi puntano sulla pista dell’azione esterna, ma tutti i facoltosi passeggeri dell’Orient Express sembrano avere qualche segreto da proteggere.

Quando si parla di romanzi gialli, Assassinio sull’Orient Express è forse il più iconico del genere di appartenenza. Di certo il più conosciuto dal grande pubblico. Una notorietà figlia di un colpo di scena (che, per chi non conoscesse l’evoluzione della vicenda, non accenneremo per non inficiare la visione o la lettura) ricercato senza essere involuto, di un dilemma morale intrigante e di un’ambientazione chiusa ma ben tratteggiata.
Il Libro era già stato adattato più volte per il grande schermo, la più riuscita delle quali è senz’altro quella di Lumet del 1974, con Albert Finney nei panni dell’eccentrico investigatore belga e Ingrid Bergman in quello di Greta Ohlsson (ruolo per il quale vinse l’Oscar come miglior attrice non protagonista).
Conscio del confronto, Kenneth Branagh accetta la sfida e ripropone Assassinio sull’Orient Express puntando su un cast stellare e guardando alla tradizione mediante l’utilizzo della pellicola in 70mm.
É opportuno dare inizio all’analisi proprio dalla coraggiosa scelta di tale formato. Sicuramente i 70mm restituiscono allo spettatore tutta la gloria e la pulizia della pellicola, sia essa intesa come veicolo fisico che come idea concettuale. Non solo essa minimizza l’effetto pixel e il glitch visivo, ma restituisce brillantezza alla tradizione, omaggiando un passato ormai mitico. Ciò detto, stupisce come a fronte di tali propositi il film faccia sfoggio di abbondante, superflua e imperfetta computer grafica. Una Istanbul irreale al limite del cartonato, tempeste di neve, valanghe e fulmini che risaltano per disomogeneità. Con buona pace dell’occhio alla tradizione.
Occorre comunque ammettere che, malgrado tali cadute di stile, la regia di Branagh offre il meglio di sé negli spazi angusti dei vagoni, quando si abbandona al lungo e ricercato piano sequenza, nei giochi di vetri e di specchi, nel cogliere sguardi, dettagli, movimenti impercettibili. In quei momenti si respira l’atmosfera del cinema artigiano e del demiurgo narratore, del piacere della scoperta e di quello del racconto.
Qualcosa però, in Assassinio sull’Orient Express, non convince come dovrebbe. Che si sia o meno a conoscenza delle carte nelle mani di ogni singolo indiziato, la narrazione risulta disomogenea. Il passo è lentissimo nella prima parte e finisce per correre talmente tanto nella seconda da sembrare tirato via, precipitando troppo rapidamente verso l’ineluttabile finale.
Il cast di cui gode viene snocciolato alla stregua di semplici camei da accumulare e far gravitare intorno all’ingombrante figura del protagonista. L’impressione è quella di un imperdonabile spreco di talento che, nonostante tutto, riesce a mantenere la pellicola sulle rotaie quanto basta per farla arrivare in stazione seppur con colpevole ritardo.
Assassinio sull’Orient Express è una pellicola godibile e contraddittoria. Pur nel suo innegabile stile retrò e fascinoso, se rapportata all’ottima filmografia del suo regista, si dimostra una parziale delusione.

Giustizia, moralità e zone grigie
di Laura Silvestri

Hercule Poirot torna a fare sfoggio del suo genio in una delle sue più celebri apparizioni, quella sull’Orient Express, treno teatro di un omicidio la cui risoluzione darà non poco filo da torcere anche al più abile (e baffuto) degli investigatori.

Trasposto precedentemente in altre tre occasioni – nel 1974, per la regia di Sidney Lumet, con Albert Finney nel ruolo del protagonista, Lauren Bacall, Ingrid Bergman e Sean Connery; nel 2001, diretto da Carl Schenkel, con Alfred Molina, Leslie Caron e Meredith Baxter; e come film per la TV nel 2010, diretto da Philip Martin e interpretato da David Suchet e Hugh Bonneville – Assassinio Sull’Orient Express tornerà nelle sale italiane a partire dal 30 novembre.

Questa volta diretto e interpretato dall’eclettico Kenneth Branagh (Harry Potter, Thor), il film basato sull’omonimo romanzo della scrittrice di gialli Agatha Christie – la sua penna, ricordiamo, ci ha regalato menti acute come Miss Marple e lo stesso Poirot – è un’iterazione cinematografica godibile, d’intrattenimento e visivamente convincente (baffi non del tutto inclusi).

Un detective in vacanza, Branagh, e tredici viaggiatori – tra cui Judi Dench (Victoria e Abdul, Casino Royale), Willem Dafoe (Spider-Man, Mind The Gap), Daisy Ridley (Star Wars: Il Risveglio Della Forza, Ophelia), Josh Gad (Frozen, La Bella E La Bestia), Penélope Cruz (Vicky Christina Barcelona, Blow), Johnny Depp (Pirati Dei Caraibi, Edward Mani Di Forbice) e Michelle Pfeiffer (Batman – Il Ritorno, Hairspray – Grasso è Bello) –, confinati nello spazio ristretto e carico di colpe di un treno deragliato, dovranno fare i conti con le loro convinzioni, la loro moralità e se stessi, prima che con gli altri, sullo sfondo di un omicidio che segna e trascende il tempo.

Ricco di colore e profondità, girato in 65mm, e non manchevole di raffinatezze tecniche come l’inquadratura dall’alto che accompagna la scoperta del corpo, la tela viene intessuta ad arte – come ci insegnava la Penelope della mitologia – per poi essere sfilata e il momento successivo intessuta nuovamente con un progredire che, nonostante tutto, non stanca lo spettatore.

Con marcati riferimenti all’Ultima Cena leonardiana – visibile anche nelle pose dei personaggi in diverse inquadrature –, la pellicola indaga l’incertezza e le debolezze umane: man mano che il mistero si infittisce, assistiamo all’arco di trasformazione di un protagonista alla ricerca di qualcosa che credeva di aver sempre avuto, ma che scoprirà non essere ancora del tutto a portata di mano.

Di certo, riportare su pellicola una storia estremamente circoscritta e di ristretta duttilità come quella in questione non rappresenta una sfida semplice, e l’approfondimento dei personaggi e dei rispettivi background ne avrà probabilmente risentito in una qualche misura (ai lettori/spettatori l’ardua sentenza), ma Assassinio Sull’Orient Express potrebbe essere l’occasione giusta per dar vita a un nuovo, (av)vincente franchise – difatti è già in lavorazione un sequel – e così divenire una piacevole (e decisamente più originale) tradizione cinematografica natalizia.

Titolo originale: Murder on the Orient Express
Nazionalità: Stati Uniti
Anno: 2017
Genere: Giallo
Durata: 114′
Regia
: Kenneth Branagh
Interpreti: Kenneth Branagh, Penelope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Jhonny Depp, Josh Gad, Derek Jacobi, Leslie Odom Jr., Michelle Pfeiffer, Daisy Ridley, Lucy Boynton, Sergei Polunin
Sceneggiatura: Michael Green
Produzione: Ridley Scott, Mark Gordon, Kinberg Genre Films, The Mark Gordon Company, Scott Free Productions
Distribuzione
: 20th Century Fox
Fotografia: Haris Zambarloukos
Montaggio: Mick Audsley
Musiche Originali: Patrick Doyle

Nelle sale italiane da giorno 30 Novembre 2017

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.