Un simbolismo universale

Tempo rettilineo e tempo circolare in un racconto di fantascienza che indica una direzione alternativa ad un genere soffocato dal digitale e afflitto dalla mancanza d’idee.

Quando dodici navicelle spaziali compaiono in diversi punti del nostro pianeta, la linguista Louise Banks viene chiamata ad aiutare l’esercito americano a decifrare il linguaggio adoperato dalle creature che si trovano all’interno delle astronavi. Insieme allo scienziato Ian Donnelly, tenterà di comunicare coi visitatori alieni e di comprenderne il messaggio.

Un film di fantascienza intimista, filtrato dalla soggettività della protagonista, dai suoi ricordi e sentimenti, dalle sue aspirazioni e dalla sua sensibilità femminile e insieme dalla sua mentalità razionale e positiva di studiosa. Il punto di vista sugli eventi è sempre quello di Louise ed è il suo vissuto ad interpretare ed a restituire allo spettatore il senso di quanto avviene. Dopo la sequenza proemiale che mostra il dolore di una madre per la perdita della figlia bambina, resa ancor più intesa dalle note di On the nature of daylight di Max Richter, il film introduce il tema fantascientifico con la notizia dell’arrivo di velivoli alieni sulla terra rilanciata dai telegiornali di diversi paesi sparsi nei vari continenti. La studiosa viene incaricata di scoprire il motivo della presenza aliena sulla terra, ma come porre la domanda in questione (What is your purpose on Earth?) in una lingua comprensibile ad esseri che provengono da un altro mondo (simili a gigantesche piovre con sette zampe: Eptapodi, vengono infatti chiamati)? Louise prova a comunicare coi visitatori, che appaiono fluttuanti dietro ad una spessa vetrata, e questi a loro volta rispondono con cerchi formati da ciò che sembra un liquido scuro, dove il principio e la fine si toccano ed è impossibile comprendere dove comincino e dove si concludano. Ma è proprio nella forma circolare del liquido nero usato per comunicare dagli Eptapodi a manifestarsi il significato del loro messaggio e della loro venuta: quei cerchi che paiono d’inchiostro o di fumo rappresentano un simbolo antichissimo come l’uroboro, il serpente che si morde la coda, raffigurazione plastica della circolarità del tempo e dell’eterno ritorno. Tener presente questo rifermento aiuta a comprendere il significato del prologo e delle numerose scene, incastonate nella trama principale, che vedono Louise insieme alla figlia. Il messaggio che gli Eptapodi vogliono portare ai terresti, ed a Louise in particolare, è la comprensione della struttura circolare del tempo, dove nulla è perduto per sempre, poiché tutto ritorna. In quest’ottica, dunque, il passato diviene il futuro e viceversa, il ricordo di un evento  trascorso è in realtà l’anticipazione di un evento a venire. È questa dunque l’arma che le creature vogliono offrire ai terresti e per prima a Louise. Tale consapevolezza costringe la protagonista ad affrontare interrogativi quantomai ardui e dolorosi: i momenti di gioia valgon sempre la pena d’esser vissuti pur sapendoli brevi e seguiti dalla sofferenza? Oppure, per non dover soffrire, è preferibile rinunciare ad una felicità effimera anche se intensa, forse la gioia più grande che possiamo provare in questa vita? A tali domande Louise saprà rispondere e sarà forse la fiducia che esseri alieni han riposto nell’uomo a darle il coraggio di accettare il dolore che lei sa dovrà seguire a pochi anni di felicità. Alla trama principale, che vede il tentativo della protagonista di comprendere il linguaggio degli Eptadodi, s’intreccia una trama secondaria centrata sulla follia militarista dei generali che vorrebbero distruggere le creature  senza preoccuparsi delle ragioni che le hanno condotte sulla terra. Si tratta di mentalità opposte e conflittuali: quella degli studiosi, rappresentati da Louise e Donnelly, che tentano di spiegare le ragioni della presenza aliena sul nostro pianeta; e quella dei capi militari che a quella presenza vogliono porre termine nel più sbrigativo dei modi. Se questi sono temi, estremamente complessi, che informano l’opera, vediamo ora come sono declinati sul piano formale. In controtendenza rispetto alla moda corrente, specie per un film di fantascienza, appare la decisione di limitare al minimo l’uso della Cgi, qui adoperata unicamente per ricreare gli Eptapodi. Anche per quanto concerne il montaggio, il film sceglie una strada diversa da quella  attualmente invalsa, in quanto il ritmo è volutamente, se non rallentato, tutt’altro che frenetico e martellante come oggi avviene, nei film di genere in primis. Frequenti sono infatti le pause e gli indugi, come nelle scene che vedono la protagonista giocare nel cortile di casa insieme alla figlia, ma una simile temporalità sospesa è ravvisabile anche nel confronto fra la studiosa e le creature e sembra adeguarsi ai movimenti sinuosi e fluidi di questi esseri simili a meduse fluttuanti in una sorta di liquido amniotico. Un analogo discorso vale inoltre per la musica, che evita toni enfatici e tonitruanti e sceglie al contrario melodie delicate e avvolgenti, che partecipano con discrezione allo svolgersi degli eventi: è in tal senso emblematica la scelta del già menzionato brano di Richter ad introdurre il prologo. Pur trattando anche di temi che riguardano l’intimità dei personaggi e i loro sentimenti, il film è lontanissimo dall’indulgere nel melodramma e simili tematiche sono anzi trattate con un distacco che rasenta la freddezza. Proprio a tonalità fredde ed artificiali è improntata la fotografia che, persino nei momenti che si vorrebbero più intimisti, nulla concede a colori caldi e pastosi: al contrario, una dominante blu rende le scene che vedono Louise nella sua abitazione affacciata su un lago, sola o in compagnia della figlia, velate di una tristezza che sembra presagire quella provata dalla donna al momento dell’inevitabile distacco dalla figlia. E, di nuovo, il risuonare delle note malinconiche di On the nature of daylight sottolinea l’atmosfera carica dell’amara consapevolezza del lutto che grava su queste immagini. Il film adotta dunque, e non potrebbe essere altrimenti, una struttura circolare, dove ciò che sembrava il passato si scoprirà essere il futuro: ma anche nel futuro, parrebbe dire il film, non v’è posto per una felicità piena e duratura. Rimane poi da considerare il personaggio di Louise, vero cardine dell’opera, intorno al quale ruota la trama del film, e dalla prospettiva della quale, come s’è visto, lo spettatore è chiamato ad osservare gli eventi. La protagonista è una donna di mezz’età, ancora bella anche se non più giovane; è una romanista (la vediamo, nella seconda sequenza, tenere una lezione sulla poesia galiziana) autrice di un saggio intitolato Universal language, il cui titolo allude a characteristica universalis di Leibniz, ovvero il linguaggio universale, appunto, immaginato da Leibniz per esprimere concetti matematici, scientifici e metafisici. E, di nuovo non a caso, sul frontespizio del suo libro è disegnato un cerchio identico a quello adoperato dagli Eptapodi per comunicare con lei, come se Louise avesse ancora una volta letto nel futuro. A contribuire alla definizione di un personaggio sulla carta così complesso e sfaccettato è l’interpretazione misurata e sobria di Amy Adams, che evita gli eccessi dell’over acting e sceglie al contrario una recitazione fondata su movimenti minimi degli occhi e del volto e riesce così, in ogni inquadratura che la vede in campo, a rendere credibile e vibrante il ritratto di questo personaggio che, dapprima come studiosa, poi come individuo, si trova sempre più coinvolto nella soluzione di un mistero che non solo chiama in causa le sue facoltà intellettuali e le sue conoscenze accademiche, ma riguarda sempre più da vicino i suoi sentimenti più intimi e profondi. Un film di genere che tratta, affidandosi alla forza evocativa delle immagini più che alla funzione esplicativa delle parole, temi di notevole complessità ed interesse e riesce, grazie ad una messinscena essenziale e rigorosa, a farsi portatore di senso e non solo, come oggi purtroppo avviene, di mere sensazioni.

Titolo originale: Arrival
Regia: Denis Villeneuve
Soggetto: dal racconto Story of your life di Ted Chiang
Sceneggiatura: Eric Heisserer
Fotografia: Bradford Young
Montaggio: Joe Walker
Musica: Jóhann Jóhannsson
Scenografia: Patrice Vermette
Costumi: Renée April
Interpreti: Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Mark O’Brien, Tzi Ma, Abigail Pniowsky, Julia Scarlett Dan, Jadyn Malone, Frank Schorpion
Prodotto da Dan Levine, David Linde
Genere: fantascienza
Durata: 116′
Origine: Stati Uniti
Anno: 2016

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.