La triste realtà dietro i sorrisi di facciata

Muccino torna al cinema con A casa tutti bene, indagando ancora una volta le relazioni umane e scavando nell’animo delle persone.

Come stai?”, “Tutto bene?”. Quante volte ci capita di rispondere a queste domande? Ogni giorno. E quante volte affermiamo sorridendo che “sì, va tutto bene”, quando invece non è vero? Spesso.

Avviene così anche per i protagonisti di A casa tutti bene, il nuovo film di Gabriele Muccino, che torna a girare una pellicola interamente in Italia dopo otto anni da Baciami ancora. Pietro (Marescotti) e Alba (Sandrelli), per festeggiare le Nozze d’Oro, decidono di riunire l’intera famiglia – allargata – presso la loro casa, situata in un’isola. Tutti i parenti condividono in allegria la cerimonia, il pranzo e il successivo momento pomeridiano di svago, tra canti e balli. Fin qui, tutto bene. Giunta la sera, però, una mareggiata e il forte vento impediscono ai traghetti di partire, costringendo tutti a pernottare sull’isola. La notte e la prolungata convivenza limiteranno i sorrisi e faranno cadere il velo d’ipocrisia nelle relazioni, facendo emergere tradimenti, emozioni, ricordi, timori, insicurezze, sentimenti nascosti e inquietudini, in un crescendo di attriti e tensioni.

Se in molti film americani Muccino ha fatto leva su protagonisti forti e altrettanto valide star hollywoodiane (Will Smith, Russell Crowe), in Italia preferisce realizzare intensi film corali, affidandosi a folti gruppi di attori contraddistinti da una particolare alchimia. Forse mai come in questo caso, per la verità. In A casa tutti bene, infatti, il regista riunisce un cast davvero eccezionale, composto da alcuni dei più celebri attori italiani – da Favino ad Accorsi, dalla Gerini alla Solarino, passando per Ghini, Crescentini e molti altri che sarebbe difficile elencare qui per intero.

È quasi scontato, quindi, affermare quali sia il primario punto di forza della pellicola. Il valore degli interpreti, la loro sintonia e i lunghi piani sequenza operati dal regista permettono di trasformare gli ambienti dell’isola e dell’abitazione in una sorta di palcoscenico teatrale, nel quale appaiono in scena in maniera simultanea numerosi personaggi.

Il fascino della location (Ischia, sebbene nel film si tratti di un’isola indefinita) e un buon lavoro di sceneggiatura – per quanto non scevra da sporadiche banalità e un pizzico di prevedibilità – contribuiscono a dar vita a una pellicola piuttosto riuscita, capace di non annoiare e di toccare diverse corde emotive: appassiona, diverte, commuove, a tratti innervosisce, di certo non lascia indifferenti.

Fulcro dell’indagine che opera il regista sulle relazioni umane sono ancora una volta la famiglia e i rapporti sentimentali all’interno di essa, come molte volte – quasi sempre – Muccino ha fatto nella sua carriera, delineando quindi con chiarezza un vero e proprio tema costante della propria cinematografia. È interessante la definizione che lo stesso regista fornisce per descrivere l’operazione alla base del film: «una sorta di carotaggio, una trivellazione per estrarre e rappresentare le varie fasi delle nostre esistenze e una riflessione su come tutti noi possiamo fingere di essere migliori di quello che siamo e seguire codici di comportamento o regole di buone maniere che limitano le nostre azioni soltanto per un tempo limitato». E se quel tempo ridotto viene superato, continua il regista: «si entra inevitabilmente in una zona non protetta in cui le dinamiche di facciata saltano».

Nella pellicola c’è un momento esatto che indica il superamento di tale limite temporale e il completamento del “carotaggio”: avviene quando Sandro (Ghini), malato di Alzheimer, corre in giardino spaventato perché ha sentito le scosse di un terremoto. La terra, in realtà, non ha tremato ma, come un cane che drizza le antenne, capta i primi segnali del sisma e lancia un inavvertibile segnale di allarme, così Sandro intuisce l’arrivo del terremoto, inteso come esplosione dei lati nascosti dei parenti e sconvolgimento dei rapporti. Cade il velo dell’ipocrisia buonista ed emergono in maniera veemente rancori passati e presenti, vecchie e nuove tensioni, angosce, situazioni disperate, problemi intimi e inesprimibili, sentimenti celati, che raffigurano un quadro delle relazioni familiari piuttosto triste e drammatico.

Osservatori di tale affresco sono i personaggi più giovani – bambini e adolescenti – nei quali sembra di intravedere un atteggiamento differente, forse segno di una (vana?) speranza. Speranza di cosa, tuttavia? Di una maggiore sincerità? Di vero affetto? O semplicemente di una reale felicità? Perché una delle grandi questioni affrontate nel film è proprio la ricerca della felicità (altro tema già affrontato dal regista), che, per la verità, non esclude atteggiamenti poco edificanti, lasciando aperto un tema di discussione piuttosto denso.

Ma in fin dei conti, com’è il nuovo film di Gabriele Muccino?

Tutto bene.

Titolo: A casa tutti bene
Regista: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Paolo Costella, Sabrina Impacciatore
Attori principali: Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Elena Cucci, Tea Falco, Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini, Massimo Ghini, Sabrina Impacciatore, Gianfelice Imparato, Ivano Marescotti, Giulia Michelini, Sandra Milo, Giampaolo Morelli, Stefania Sandrelli, Valeria Solarino, Gianmarco Tognazzi
Fotografia: Shane Hurlbut
Scenografie: Tonino Zera
Montaggio: Claudio Di Mauro
Musiche: Nicola Piovani
Costumi: Angelica Russo
Produzione: Lotus Production, Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution
Genere: Drammatico
Durata: 105’
Uscita nelle sale italiane: 14 febbraio 2018

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