Il settimo comandamento

Un dramma teso e compatto sulla cupidigia e la brama di possesso che avvelenano l’animo umano.

Il ritorno, nel giorno in cui si prepara un matrimonio, di due ebrei ortodossi ungheresi nel villaggio, ora sotto all’occupazione sovietica, i cui abitanti li hanno traditi consegnandoli ai tedeschi, reca scompiglio e turbamento nella comunità.

La prima scena parrebbe collocare questo film in un genere come il western, di cui sembra all’inizio rispettare tutti gli archetipi: sotto ad un presago cielo monocromo (perfettamente reso nella tonalità uniforme e piatta dalla fotografia in bianco e nero di Elmér Ragályi), due misteriosi individui nerovestiti giungono al paese da una piccola stazione ferroviaria. Come si sparge la notizia del loro arrivo, si diffondono le dicerie dei locali. Rosi da una curiosità morbosa, negozianti e casalinghe occhieggiano da dietro le tende, mentre lo sceriffo e l’impiegato comunale entrano in conflitto. Ma tali premesse si riveleranno ben presto del tutto erronee. Nell’ultimo film di Török, a confrontarsi sono l’intera cittadinanza, rea non di non essersi opposta alla deportazione, ma di aver denunciato ai tedeschi la presenza dei due ebrei e questi ultimi due, scampati al calvario della prigionia. La polizia, gli amministratori e il clero cattolico hanno convenientemente ignorato la deportazione ai danni dei giudei, spesso lucrando sui beni loro espropriati: macchiandosi così, oltreché di delazione e tradimento, anche di furto e di appropriazione indebita. Svolgendosi in un solo giorno e dunque concentrando al massimo l’unità di tempo, di luogo e d’azione, e rendendo quasi palpabile l’atmosfera astiosa e claustrofobica che grava sul villaggio, il film rivela il lato peggiore e la degenerazione morale degli abitanti del villaggio, alieni da qualunque senso di colpa ed anzi disturbati dal vedere i loro vecchi compaesani- gli stessi che avevano denunciato e fatto arrestare dai nazisti- tornare alla loro dimora. Mentre i due ebrei attraversano silenziosi il paese carichi di bauli, fra gli abitanti si diffonde il panico: chiederanno indietro le proprietà e gli averi loro ingiustamente sottratti o cercheranno vendetta sui compaesani traditori? Il vicario comunale Istvan, eminente e benestante, è particolarmente preoccupato all’idea di perdere quanto si è ingiustamente accaparrato grazie alla compiacenza verso i tedeschi. Via via che la sua colpevolezza risulta manifesta, egli viene preso in vortice di collera accecante. Il regista alterna i primi piani dei locali alle inquadrature del villaggio ora percorso dalla paura e dall’astio per il ritorno dei cittadini ebrei. Con un citazione spregiudicata dall’antico testamento (da cui deriva la scelta del nostro titolo), il giorno del ritorno dei due ebrei coincide con quello del matrimonio del figlio di Istvan, complicando così ulteriormente il rapporto fra la comunità e i superstiti e tra la figura del segretario, timoroso di perdere i privilegi acquisiti infliggendo sofferenza e dolore ai suoi compaesani ebrei e questi ultimi. Il personaggio di Istvan diviene così il rappresentante e l’emblema dell’intero villaggio, con le sue colpe che non sembra voler riconoscere e tanto meno emendare. Mentre i due esuli con dignitosa quiete fino al luogo previsto, il brusio motivato dall’incertezza e dal panico circa le loro intenzioni aumenta sempre di più: i locali sono infatti talmente preoccupati dall’eventualità di perdere i guadagni illeciti accumulati ai danni dei deportati, da essere presi, come lo stesso Istvan, da una sorta di psicosi collettiva, tanto forte è l’attaccamento ai possessi materiali. Ottusi e obnubilati dalla brama di denaro e di oggetti, non s’accorgono che il rischio di vedersi privati di quanto illegalmente acquisito non è  nulla in confronto a quanto hanno perso, in termini di libertà e di dignità umana, i loro innocenti compaesani ebrei durante la prigionia.

Titolo originale: 1945
Regia: Ferenc Török
Soggetto e sceneggiatura: Ferenc Törör, Gábor T. Szántó
Direttore della fotografia (b/n): Elemér Ragályi
Montaggio: Béla Barsi
Musica: Tibor Szemzö
Scenografia: László Raik
Costumi: Sosa Juristovszky
Interpreti: Péter Rudolf, Bence Tasnádi, Tamás Szabó Kimmel, Dóra Sztarenki, Ági Szirtes, József Szarvas, Eszter Nagy-Kálózy, Iván Angelusz, Marcell Nagy, István Znamenák
Prodotto da Iván Angelusz, Péter Reich, Ferenc Török
Genere: drammatico
Durata: 91′
Origine: Ungheria
Anno: 2017

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