Mary Shelley

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Mary Shelley, articolo di "Edoardo Ribaldone" su Persinsala
giovedì , 17 Ottobre 2019
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Presentato in concorso ai festival di Edimburgo e Neuchâtel, il film è una biografia appassionata dell’autrice di uno dei romanzi fondatori del genere fantastico, Frankenstein, o il Prometeo moderno, scritto nel 1815 a soli diciott’anni e pubblicato tre anni dopo, nonché seconda moglie del poeta Percy Bysshe Shelley. Appena sedicenne, l’adolescente Mary Godwin, figlia del …

Ritratto dell’artista da giovane

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Presentato in concorso ai festival di Edimburgo e Neuchâtel, il film è una biografia appassionata dell’autrice di uno dei romanzi fondatori del genere fantastico, Frankenstein, o il Prometeo moderno, scritto nel 1815 a soli diciott’anni e pubblicato tre anni dopo, nonché seconda moglie del poeta Percy Bysshe Shelley.

Appena sedicenne, l’adolescente Mary Godwin, figlia del politico radicale William e di Mary Wollstonecraft, femminista e scrittrice- deceduta poco dopo averla data alla luce- decide di seguire le orme materne e, attirata dalla nascente letteratura gotica, di assecondare la propria vocazione artistica. Il padre, animata da mentalità aperta e progressista, per incoraggiarne l’ispirazione e concentrarsi sulla scrittura, le manda ospite in un remoto angolo della Scozia dall’amico William Baxter, dove la giovane stringe amicizia con la figlia di questi e incontra il poeta Percy Bysshe Shelley durante una sua visita alla tenuta dei Baxter. Nonostante, una volta tornati a Londra, viene a scoprire del matrimonio già contratto da Shelley, Mary n’è ormai innamorata e una notte fuggono insieme in compagnia della sorellastra di lei Claire. Ripudiato dal padre per le sue idee radicali, Shelley, con la nuova moglie e la cognata, si trova ad abitare in una squallida abitazione, lontana dagli agi cui erano abituati. Ma il sentimento che lega gli amanti e la giovane età superano anche le ristrettezze economiche che gravano sul trio, libero di vivere al di fuori degli schemi imposti dalla mentalità dell’epoca. Ben presto, però, cominciano a sorgere contrasti fra l’indole insofferente a vincoli troppo stretti di Shelley e il rapporto esclusivo che Mary che vorrebbe col marito.

Levigato e classico nella messinscena, con una particolare attenzione alla fotografia, al décor e alle ambientazioni, dominate da paesaggi naturali selvaggi e incontaminati, il film esalta la passione fra i due giovani amanti, l’intensità del sentimento che li unisce, e l’altrettanto intenso dolore della scoperta del tradimento e del lutto. Adottando la visuale della protagonista, il film manifesta tutta la sua potenzialità melodrammatica nell’enfasi attribuita alle emozioni e alle passioni che sconvolgono l’animo del personaggio eponimo, la sensibilità del quale è tanto più intensa e vibrante in quanto non solo femmina e adolescente, ma artista, e proveniente da un ambiente culturale anticonformista e in contrasto con la chiusa mentalità borghese dell’Inghilterra ottocentesca. Ambientato in un periodo storico che assiste alla nascita del primo romanticismo, l’opera riceve anche da tale collocazione temporale un ulteriore afflato verso la celebrazione dell’impeto e dello sconvolgimento che i tumultuosi moti sentimentali della protagonista le suscitano nell’animo, tratteggiando così un personaggio approfondito ed autentico. L’auscultazione dei moti più segreti e nascosti dell’animo umano, e di quello artistico in particolare, è uno dei elementi cardinali della stagione romantica, della quale il romanzo scritto dall’adolescente Mary Shelley fu uno degli iniziatori e di cui tuttora costituisce uno degli esempi più riusciti e significativi. Scrittrice romantica, o più precisamente, di un romanzo che tenne a battesimo quel sottogenere del romanticismo rappresentato dal gotico e dal nero; e insieme giovane emancipata e capace di sfidare le convenzioni per seguire quanto le viene dettato dal cuore, di vivere la propria esistenza secondo la propria volontà, rischiando e pagando di persona, anche soffrendo: giacché la sofferenza, come la passione e l’amore, è un sentimento impetuoso che colpisce in maggior misura e con maggior intensità, proprio quegli spiriti più sensibili e capaci di rimaner in contatto con la propria interiorità, col proprio cuore. La regista e la sceneggiatrice si concedono alcune licenze rispetto alla verità storica (eliminando ad esempio il viaggio del terzetto formato da Mary, Shelley e Claire lungo la Francia e l’Italia, il Grand tour tanto in voga fra gli aristocratici dell’epoca, quasi una tappa obbligata nella formazione di quella classe sociale), oppure facendo svolgere l’incontro con Byron quando i tre risiedono ancora a Londra. Ma si tratta di elementi che non si rivelano determinanti per lo sviluppo narrativo dell’opera, filtrato, come s’è detto, dalla prospettiva della protagonista, dalla sua eccezionale sensibilità umana ed artistica, che la conduce a trascorrere un’esistenza al di fuori delle norme e delle regole della società  dell’epoca. Durante la permanenza a Ginevra, quando Mary avrà ormai compreso la natura infedele ed incostante  di Shelley, il dolore provato per quella delusione, per l’inganno subito e la condizione d’abbandono e di solitudine che si troverà a dover fronteggiare e, come si diceva, a pagare in prima persona, sarà la spinta che avvierà la stesura dell’opera per la quale è tuttora ricordata. Una fama che tuttavia le fu allora negata, tanto che il romanzo, nonostante l’apprezzamento ricevuto dal padre di Mary e dallo stesso Shelley, che considerarono l’opera come un fondamentale punto di svolta letterario che avviava una nuova temperie culturale, dovette uscire in forma anonima e presso i circoli letterari era opinione diffusa che il vero autore fosse Shelley e non Mary e a nulla valgono le proteste e gli scoppi d’ira di quest’ultima per vedersi attribuita la paternità dell’opera. La forza del personaggio eponimo risiede anche nel non rimpiangere le scelte compiute e nella matura accettazione del proprio errore, quello di essersi fidata di un uomo vanesio ed egoista. Il contributo decisivo alla riuscita dell’opera viene comunque dall’interpretazione di Elle Fanning, la quale offre un intenso e vivido ritratto della protagonista, eppur al contempo misurato e sobrio, capace di conferire al personaggio una spontaneità e un’autenticità di rara forza drammatica: complesso e sfaccettato, sempre credibile e naturale nelle pose, nei movimenti, negli atti, quello di Mary si staglia su tutti gli altri personaggi relegandoli al ruolo di comprimari, grazie appunto alla semplicità limpida e cristallina della recitazione di Elle Fanning, senz’altro la miglior attrice americana della sua generazione; quest’opera può dunque leggersi anche come un’ulteriore conferma del suo talento attoriale e della sua capacità di conferire, con la massima naturalezza e spontaneità, tutta la profondità e l’intensità necessaria a rendere ogni personaggio da lei interpretato tanto autentico e veritiero da crederlo quasi non più un personaggio, ma una persona.

Titolo originale: Mary Shellley
Regia: Haifaa Al-Manosur
Soggetto e sceneggiatura: Emma Jensen, con la collaborazione di Haifaa Al-Mansour
Direttore della fotografia: David Ungaro
Montaggio: Alex Mackie
Musica: Amelia Warner
Scenografia: Paki Smith
Costumi: Caroline Koener
Interpreti: Elle Fanning, Maisie Williams, Douglas Booth, Stephen Dillane, Tom Sturridge, Joanne Froggatt, Bel Powley, Ben Hardy, Hugh O’Connor, Chara Charteris, Sarah Lamesh, Jack Hickey
Prodotto da Amy Baer, Ruth Coady, Alan Moloney
Genere: drammatico
Durata: 120′
Origine: Gran Bretagna/Lussemburgo/Stati Uniti
Anno: 2017

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