La battaglia degli imperi – Dragon Blade

La battaglia degli imperi – Dragon Blade

La battaglia degli imperi – Dragon Blade, articolo di "Edoardo Ribaldone" su Persinsala
sabato , 19 Ottobre 2019
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La battaglia degli imperi – Dragon Blade
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Un film d’arti marziali che alterna le sequenze d’azione tipiche del genere a dialoghi bolsi e predicatori sulla tolleranza verso gli altri. Già viste, e di qualità migliore le prime, decisamente insopportabili i secondi, declamati da una star che non perde occasione per mettersi al centro dell’attenzione. Nel 50 a.C. una legione romana comandata dal …

Cappa, spada e noia a volontà

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Un film d’arti marziali che alterna le sequenze d’azione tipiche del genere a dialoghi bolsi e predicatori sulla tolleranza verso gli altri. Già viste, e di qualità migliore le prime, decisamente insopportabili i secondi, declamati da una star che non perde occasione per mettersi al centro dell’attenzione.

Nel 50 a.C. una legione romana comandata dal generale Lucio arriva, ormai sfinita per la stanchezza del viaggio, nel pressi della Via della Seta. I soldati sono fuggiti ad oriente per salvare il piccolo Publio, figlio minore del console Crasso, dal fratello maggiore Tiberio, assassino del padre che gli preferiva l’ancor giovane Publio e colpevole di aver accecato il fratello per renderlo indegno del potere. Qui Lucio si scontra con Huo An, il comandante incaricato della difesa della Via della Seta. Tra i due, a torto incolpati entrambi di tradimento nasce, pur nella diversità, amicizia e rispetto, e Huo An concede ai legionari di ripararsi entro le mura della città che stanno edificando, e questi in cambio li aiuteranno, grazie alle loro conoscenze tecniche, a rendere più celeri i lavori. Quando l’esercito di Tiberio li raggiunge, Huo An è costretto a scegliere se tradire e consegnare il suo nuovo amico oppure combattere per difendere i suoi valori e il suo paese.

Il film è composto di due elementi in alternanza che ne costituiscono l’ossatura: le scene d’azione, realizzate con abbondanza di controfigure; le magniloquenti scenografie che ricostruiscono i Cancelli delle oche selvatiche, la città dov’è ambienta la storia, anche se con un uso cospicuo del digitale nella costruzione di alcuni fondali (quello di Roma è il più improbabile e ridicolo, almeno per lo spettatore italiano); lo sfoggio di comparse e di ampie vedute dei paesaggi desertici e montuosi della Cina occidentale: anche qui, però il digitale viene spesso in aiuto. L’altro elemento che lo sostanzia sono gli insistiti sermoni pronunciati dal protagonista Chan sul rifiuto della guerra e sull’unità di popoli diversi nel rispetto delle reciproche differenze. L’attore e produttore (nonché regista delle scene d’azione) sembra non avere alcun pudore ad occupare il proscenio per quasi tutto il film ed a mostrarsi come un uomo saggio, leale e buono, costretto a combattere da nemici odiosi, infidi ed intriganti: non è un caso, infatti, se dei tre protagonisti l’unico a rimanere in vita, dopo aver affrontato e vinto i più cruenti duelli, sia proprio lui, che non solo unisce e pacifica ben trentasei tribù asiatiche, ma viene anche nominato primo console dal piccolo Publio, dal quale riceve il gladio che ne riconosce il nuovo ruolo, ponendosi così come figura unificante l’Oriente e l’Occidente. È l’impostazione complessiva del film a non convincere: musica roboante nelle scene di combattimento, solenne quando vengono intonati i rispettivi inni nazionali (quello in cinese alla pace e quello in latino alla gloria di Roma); siparietti comici di rara insipienza; personaggi piatti e prevedibili, privi di spessore e profondità: esageratamente magnanimo e valoroso quello di Chan, debole e incapace quello di Cusack, ridicolmente negativo quello di Brody (condannato, a quanto sembra, al ruolo del villain a causa del suo naso adunco). Un  film nato vecchio, nella concezione e nella messinscena: basta confrontarlo con La città proibita di Zhang Yimou per accorgersi di cosa sia capace il cinema cinese coevo: qui si ha una ricchezza ed uno sfarzo formale (la ricercatezza della fotografia, delle scenografie e dei costumi lascia ammirati) e scene d’azione d’una complessità eccezionale, insieme ad una visione fortemente pessimistica sull’ineluttabilità della violenza nell’uso del potere. Nel film di Daniel Lee (e di Jackie Chan, soprattutto), si trovano soltanto acrobazie di seconda mano ed uno stucchevole ecumenismo di fondo. La versione italiana, derivata da quella americana, riduce la durata di quasi mezz’ora: per una volta, c’è da ringraziare il distributore.

Titolo originale: Tian jiang xiong shi
Regia: Daniel Lee
Soggetto e sceneggiatura: Daniel Lee
Fotografia: Tony Cheung
Montaggio: Yau Chi-Wai
Musica: Henry Lai
Scenografia: Daniel Lee
Costumi: Thomas Chong
Interpreti: Jackie Chan, John Cusack, Adrien Brody, Lin Peng, MikaWang, Siwon Choi, Xiao Yang, Wang Taili
Prodotto da: Jackie Chan, Susanna Tsang
Paesi: Cina/Hong Hong
Genere: azione, avventura, storico
Durata: 101′
Anno: 2015

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