A Quiet Passione

Recensione A Quiet Passion

La regia manierata e accademica di Davies imbalsama la figura storica e letteraria della protagonista, afflitta anche dalla recitazione eccessivamente impostata della Nixon.

La vita romanzata della poetessa americana Emily Dickinson, dall’infanzia alla vecchiaia, amareggiata dallo scarso successo di critica e di pubblico che l’allontanerà sempre più dal mondo isolandola in se stessa e nella propria arte.
Presentato in concorso al festival di Berlino di due anni fa, arriva oggi sugli schermi italiani questa biografia di una delle più note (anche se la fama di cui oggi gode fu soltanto postuma) poetesse del romanticismo americano, alla quale va tutta la comprensione e la simpatia dell’autore e regista, che non si premura affatto di celare l’empatia provata con la protagonista. «La bellezza ha causa. Esiste», così recita il verso d’apertura di una delle più note poesie dell’autrice; ma questa verità lapalissiana non sempre vale per il cinema di Terence Davies, nonostante in passato abbia fornito buona prova di sé nelle opere precedenti. Il regista, infatti, proprio dimostrando quella vicinanza emotiva al personaggio sopra menzionata, nel tentativo di conferire la maggior autenticità e spontaneità possibile alla protagonista e al suo ambiente, finisce con l’affossare l’opera attraverso dialoghi prolissi e verbosi e una ricostruzione scenografica tanto perfetta e meticolosa da riuscire falsa e posticcia, tant’è vero che gran parte degli esterni sono stati girati nell’allora abitazione della Dickinson oggi trasformata in museo. Ed è appunto la sensazione di entrare in un museo, dove ogni oggetto occupa un posto preciso ed immutabile, come in un quadro, o appunto in un museo delle cere, ovvero in una dimensione atemporale e statica, ad affossare l’opera privandola della vitalità e del dinamismo necessari a trasformare la protagonista in primis e quindi i comprimari, in personaggi credibili e a tutto tondo, perché approfonditi e e ben sbozzati, ed impedendo qualunque sorta di coinvolgimento anche nello spettatore meglio disposto verso il regista e più interessato alla figura storica della Dickinson. La «passione» del titolo, anche se «quieta», è del tutto assente dal film, che del personaggio principale si limita a fornire un quadro, un ritratto dal quale nulla traspare della sua personalità individuale e artistica. La compostezza e l’eleganza, la sobrietà formale del regista e della poetessa, declinati ovviamente nei diversi linguaggi adoperati, non sanno incontrarsi e creare un’opera sostanziata da un medesimo stile e concezione dell’arte. Quanto si vede scorrere sullo schermo rimane lontano e indifferente allo spettatore, tanto ogni elemento del linguaggio cinematografico, nell’estenuata ricerca di perfezione e scrupolo di ricostruzione d’epoca che lo caratterizza, si rivela incapace di coinvolge ad appassionare, di rendere vivi e credibili i personaggi, in primo luogo quello della poetessa ottocentesca protagonista del film. Il regista non sa dunque farci penetrare nell’interiorità di un personaggio che vediamo crescere sullo schermo, dall’infanzia alla senescenza: nessun sentimento o emozione che tocca la protagonista si trasmette allo spettatore, che a fatica sopporta le due ore abbondanti di durata. Il confronto con un film per molti versi d’argomento simile come Bright Star (2009) di Jane Campion, dove si narra dell’amore fra il poeta John Keats e la sarta e stilista Fanny Brawne, attraverso un indagine pudica e insieme approfondita dell’attrazione che via via li avvince l’uno all’altra sempre più fin a mutarsi in un autentico sentimento amoroso, va a tutto detrimento di questa biografia della Dickinson, rigida e bolsa, tanto severa e compassata, e quindi senza la minima traccia d’ironia, da annoiare ben presto lo spettatore, che difficilmente può prendere sul serio un’opera che pare un calco devitalizzato della realtà e del personaggio che vorrebbe raccontare.

Titolo originale: A Quiet Passion
Regia: Terence Davies
Soggetto e sceneggiatura: Terence Davies
Fotografia: Florian Hoffmeister
Montaggio: Pia Di Ciaula
Musica: Richard Canavan
Scenografia: Merijn Sep
Costumi: Catherine Marchand
Interpreti: Cynthia Nixon, Emma Bell, Keith Carradine, Jennifer Ehle, Duncan Duff, Catherine Bailey, Jodhi May, Verona Verbakel, Rose Williams, Benjamin Wainwright, Marieke Bresselers, Annette Badland
Prodotto da Roy Boulter, Sol Papadopoulos
Genere: drammatico
Durata: 125′
Origine: Gran Bretagna/Belgio
Anno: 2016

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