Cateno Tempio è un autore eccentrico, che nel corso degli ultimi anni ha alternato l’attività da saggista filosofico a quella di romanziere e poeta, oltre che a quella di insegnante. Ma probabilmente, non ci sarebbe neppure una di queste etichette che lui accetterebbe di buon grado, perché se lo incontraste e lo apostrofaste “filosofo”, “poeta” o “scrittore”, probabilmente scoppierebbe a ridervi in faccia. E d’altronde, se lo incontraste sui Navigli di Milano o su una spiaggia siciliana, tutto potreste pensare, ma non che siete davanti a uno “scrittore”.

Filosofo forse sì, ma del genere dei cinici originari e di Diogene, figura mitica che rifiutando la speculazione astratta decise di incarnare nella sua stessa forma di vita il suo pensiero: Vita in frantumi di Tempio fa proprio questo, ovvero strappa il velo dell’apparenza per raccontare ciò che c’è dietro uno scrittore e un filosofo, e a quel velo strappato ne sostituisce un altro, ovvero quello dell’immaginazione letteraria, attivando così la spirale dialettica intrascendibile.

Senza ombra di dubbio la vena biografica delle scorribande dell’autore, raccontate con la giusta dose di sarcasmo e esplicitezza, è debitrice del Burroughs de La scimmia sulla schiena, per non parlare del riferimento più immediato e ovvio che sarebbe quello a Charles Bukowski. E tuttavia, il viaggio delirante che accompagna il lettore regala a quest’ultimo anche degli “intervalli” di intensa ispirazione prosaica e lirica, come a mettere in evidenza la bifrontalità del Giano-autore. Scrivere è prendere le distanze, ricordare, mettere ordine, appunto, tra i frantumi, i frammenti, i rimasugli. E con questa operazione, creare, depistare il lettore ma soprattutto se stessi: Tempio non scrive per gli altri ma per se stesso. Non vuole scioccare il lettore – questo è un obiettivo conseguito suo malgrado – ma probabilmente scioccare se stesso, perché ogni pagina è un respiro che gli concede di mettere a fuoco qualcosa piuttosto che qualcos’altro. E dal momento che il talento e la conoscenza della letteratura moderna non mancano, ci aspettiamo da Tempio l’altra faccia della medaglia, proprio come fece Burroughs. Mi riferisco all’immersione nel delirio, capace di sconvolgere persino la struttura semantica del linguaggio: Burroughs compì questo passo, Tempio è abbastanza maturo per la medesima operazione, ovvero quella di decostruire, violentare la forma per condensare in essa il contenuto.

Anche perché Tempio è una voce ben inquadrata nell’epoca che viviamo: traslochi repentini, storie più o meno sentimentali e amicizie fulminanti, nessuna progettualità se non quella malsana tendenza autodistruttiva al consumo compulsivo di alcol. Ma non siamo negli anni di Burroughs, questo lo sa bene l’autore: da una visione quanto mai esterna, nel circolo più largo che esorbita lo stesso autore, compare fievolmente e paradossalmente la comprensione di essere vittima di un’epoca più che di se stessi. Il dichiararsi vittima di se stessi d’altronde cos’è se non un tentativo di rendere accettabile e digeribile la catastrofe dell’oggi, che ci riguarda tutti? Essere catastrofe, e rivendicare la propria scelta e il proprio destino: questo è ciò che fa Tempio nel romanzo, e con ciò però mette proprio in evidenza tale catastrofe al di là della propria convinzione, espressa e dichiarata in prima persona. Al di là o al di qua della generazione condannata all’irrilevanza, al di là o al di qua perciò di Vasco Brondi, al di là o al di qua dei piagnistei del precariato costante e della liquidità baumaniana. Tutto questo c’è, ma in negativo, come orizzonte su cui si stagliano le pazzesche e irrisolte vicende narrate: operazione compiuta in maniera arguta e con profonda coscienza autoriale, oltre che con indiscutibile capacità letteraria e linguistica. Che la catastrofe si faccia allora forma e stile, nella prossima puntata.

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