Un altro bicchiere di Arak

Un altro bicchiere di Arak

Un altro bicchiere di Arak, articolo di "Sharon Tofanelli" su Persinsala
giovedì , 17 Ottobre 2019
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foto di Andrea Fanetti
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Un altro bicchiere di Arak
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È un mattino acido, è silenzio. Tempo di pensare, di impugnare il calore. La corsa è compagna strana, lì per lì molesta. Occorre fotografarla e osservarla a posteriori, le sue forme mosse, il barbaglio dei colori. Prendiamo Un Altro Bicchiere di Arak, dalla penna di Angelo Zinna. È un viaggio irrequieto, fitto di imprevisti e …

Prima di scrivere una tazza di tè

È un mattino acido, è silenzio. Tempo di pensare, di impugnare il calore. La corsa è compagna strana, lì per lì molesta. Occorre fotografarla e osservarla a posteriori, le sue forme mosse, il barbaglio dei colori. Prendiamo Un Altro Bicchiere di Arak, dalla penna di Angelo Zinna. È un viaggio irrequieto, fitto di imprevisti e orari. A tratti la roulette rallenta, la palla turbina ancora un poco, poi si acquieta. È tutto un alternarsi tra il vissuto e il narrato, tra sketch disegnati correndo e pennellate più distese.

«L’Iran in tre parole», domando io. Angelo Zinna non ha da pensarci troppo: «Accoglienza, resistenza, generosità».

Nell’Aula Magna del Rettorato dell’Università di Siena, il giovane scrittore ci narra le sue vicende, già pubblicate nel 2016 e riproposte in occasione della manifestazione Nice to Meet You Iran. Alle sue spalle foto di donne velate, minareti e distese di sabbia e asfalto.

Ha lavorato a Firenze per mesi, mettendo da parte il necessario per partire. Un viaggio protratto in cinque anni, smarrito nell’Oriente del mondo. L’autore ha uno sguardo d’iridi chiare, per qualche motivo così azzeccate. Stanno bene ai viaggiatori gli occhi di quel colore, come svuotati e riempiti più volte, come ripuliti. Dalla Cina a Istanbul, le 273 pagine cercano di abbracciare gli ultimi quattro mesi di una lunga avventura. È uno scrivere limpido, a tratti comico: l’autore cammina tenendo per mano il suo lettore. E questa è un’immagine importante, conviene tenerla a mente. Le mani, o meglio le persone. La dimensione umana occupa uno spazio essenziale nell’opera di Angelo Zinna. Non a caso “accoglienza”, “generosità”, “resistenza”, sono tutte parole nate per essere agite dalle persone. Nessuna di esse ha senso d’esistere senza interazioni. E Un Altro Bicchiere di Arak è principalmente un romanzo d’interazioni. Le più inconsuete – discordanti rispetto al nostro senso del quotidiano. Cose che accadono in Iran, dove a chiedere un passaggio c’è il rischio di ritrovarsi a una cena di famiglia, perdere un bus e guadagnare un tappeto per aver domandato dove poterne comprare uno uguale. L’ospite in Persia è sacro: «Non c’era verso di star solo», scherza Zinna, le cui aspettative si sono capovolte nel corso del viaggio. I pregiudizi che confessa di aver avuto sono stati progressivamente smontati da una società cordiale, che ha fieramente rifiutato l’assimilazione al mondo arabo (“siamo persiani, non arabi”). Le vicende storico-culturali fanno capolino tra un aneddoto e l’altro, intrecciando al peregrinare del singolo gli eventi di una collettività che cambia. Scopriamo così che in Iran la ribellione è anche questione di posizione del velo, dacché una donna può tendere all’estremo l’elastico dell’obbligo e girare per strada a capo pressoché scoperto, con la stoffa appena poggiata in punta di nuca. E l’alcool, che dire dell’alcool? Consumato di nascosto o bevuto sul confine armeno, dove non vige il divieto, il vizio proibito compare più volte nel romanzo e paradossalmente nello stesso titolo, svelando un popolo la cui vitalità sembra quasi accentuata dalla profusione dei divieti: col servizio VPN si inganna la censura governativa ed ecco che la connessione a Facebook, a Twitter, persino a Pinterest sembra provenire da altri Stati. Ogni giovane iraniano ha il suo bravo profilo segreto. E ce ne son tanti, di giovani. È stata la guerra con l’Iraq a generare l’incremento delle nascite, caldeggiate dalla necessità di capitale umano. Quei bambini, ormai cresciuti, compongono una generazione che conosce soltanto il regime islamico, dunque obbligata dalle circostanze a schierarsi politicamente. Quei bambini sono il principale oggetto dello sguardo di Zinna, intento a catturare gli incontri e a disporli nelle pagine, ognuno inconfondibile e irripetibile: Reza che non rinuncia al bicchiere di arak, neppure sotto la minaccia di un bombardamento israeliano; Jing Jing, dalla Cina, che a Persepoli si intabarra da capo a piedi per non perdere l’estetica del pallore; il calle-pace, cervello di capra mangiato con Ali “a Esfahan, alle sei del mattino, da vegetariano” (pag. 190). Nomi che si rincorrono, nomi che scompaiono dietro un vezzo più incisivo, che ne prende il posto: i bevitori del Kirghizistan – “in Kirghizistan la vodka è la risposta a ogni domanda” (pa g. 115); un “vats your name?” comicamente incrociato al brindisi: lo chiameranno Cincin fino alla fine, credendolo il suo nome.

I capitoli scorrono rapidi, tra le lungaggini della burocrazia e gli affanni dei mezzi di fortuna – la regola autoimposta è di non prendere l’aereo, viversela a piedi o su ruote. La vecchia storia della ricerca della felicità, ci dice, è un mito da sfatare: «Sono partito con dubbi e sono tornato con dubbi. L’obiettivo non è la felicità, ma la pace. L’obiettivo è colmare un vuoto». Banalmente, l’obiettivo può essere poter pronunciare la parola “incredibile” con l’intensità di una prima volta; ed è a tale impresa che si vota l’epilogo del libro, con la promessa, poi mantenuta, di tornare in Iran.

Gli domando se il viaggio è cosa che può fare chiunque. Mi dice di no, onestamente no: «Il viaggio può essere egoista. Occorrono soldi, occorre fiducia». C’è carica, dice, ma anche stanchezza. Soprattutto per una donna le problematiche aumentano, ma dipende dagli incontri, come per molte cose: la stretta di mano deve partire da lei. E tuttavia, nonostante l’approccio possa far sorgere qualche difficoltà, la sicurezza è confermata anche per le avventure al femminile. Lo ribadisce Luca, altro viaggiatore, più volte incontrato sulla Via della Seta, quasi un omaggio ricorrente del caso. Ironico che in Italia Zinna e lui vivessero a quindici minuti di distanza senza mai essersi incontrati. Luca lo racconta anche a me, appoggiato alla soglia dopo la presentazione. Difficile dire se la ragione sia da rintracciare nello spazio del mondo sempre più esiguo o nelle tempistiche di viaggio in certo modo scaltre. Di certo, è sufficiente a far commentare con un “incredibile” realmente sentito – di quelli che l’autore ha tanto cercato.

Uno tra i leitmotiv più ricorrenti del libro è il cibo. Irrinunciabile dono all’ospite, è la scenografia di almeno il 75 percento dei dialoghi narrati. Rifiutarlo è reputato offensivo, scrive Zinna, pertanto è bene mantenersi curiosi e, in primis, avventurosi: gran parte degli aneddoti più colorati ha per oggetto una questione culinaria. Questione che spesso rasenta la comicità, avendo a che fare con pietanze che mettono alla prova il palato e l’occhio occidentale – il cervello di capra di capra di cui sopra, ad esempio. Come nel nostro Occidente, è attorno a una pietanza o a una bevanda che si allacciano i legami, siano bicchieri di salato doogh alla menta o le chicchere di vetro tragicamente senza manico in cui il popolo iraniano si ostina a versare il tè, dovendo poi travasarlo su un piattino per evitare di ustionarsi le mani – “il ché riporta alla questione del perché”, scrive Zinna, “se è chiaro che i bicchieri non funzionano così bene non si introducano le tazze col manico, ma non sarò certo io a portare un’altra rivoluzione in Iran” (pag. 256). E della Rivoluzione Islamica si parla poco, preferendo mostrarne gli effetti ancora evidenti.

In sintesi, Un Altro Bicchiere di Arak non vi restituirà l’Iran da cartolina o il misticismo di qualche frase fatta sul senso della vita. Non leggerete che un frammento, una porzione di vita casualmente intrecciatasi con le strade dell’antica Persia. Sfogliate questo romanzo se una città preferite viverla, anziché visitarla. Sfogliate e sorridete, a tratti interrogandovi sul vostro coraggio. Osereste un viaggio simile? Indipendentemente dalla risposta, questo viaggio, almeno lo si può fare. E senza rischiare un calle-pace.

Un Altro Bicchiere di Arak
di Angelo Zinna

Edizione Villaggio Maori
© 22 agosto 2016

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