Racconti su un attore operaio

Racconti su un attore operaio

Racconti su un attore operaio, articolo di "Simona Maria Frigerio" su Persinsala
giovedì , 17 Ottobre 2019
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Immagine Di Copertina Davide Reviati
Immagine Di Copertina Davide Reviati

Racconti su un attore operaio
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Il critico Michele Pascarella intervista Luigi Dadina, uno dei quattro fondatori delle Albe. È l’occasione, felice, per scoprire e riscoprire l’epica picaresca del fare teatro.Un libro costruito sul dialogo/intervista, questo di Pascarella (come fu quello di Giancarlo Dotto su Carmelo Bene), che permette al racconto di dispiegarsi, tessendo una trama di relazioni, luoghi e fatti …

L’arte e il mestiere

Il critico Michele Pascarella intervista Luigi Dadina, uno dei quattro fondatori delle Albe. È l’occasione, felice, per scoprire e riscoprire l’epica picaresca del fare teatro.

Un libro costruito sul dialogo/intervista, questo di Pascarella (come fu quello di Giancarlo Dotto su Carmelo Bene), che permette al racconto di dispiegarsi, tessendo una trama di relazioni, luoghi e fatti in grado di far emergere dati storici, aneddoti curiosi, alti e bassi, ragionamenti a priori e a posteriori, di un fare, disfare e rifare che ha caratterizzato la Compagnia ravennate fin dal suo esordio. Un lavoro editoriale in grado di far comprendere anche ai non addetti ai lavori la forza di volontà di cui necessita l’attore e di come, se la stessa è messa a disposizione dell’intero gruppo, come in questo caso, consenta di realizzare un sogno insieme etico ed estetico.
Luigi Dadina, con la pazienza e la determinazione che lo contraddistinguono, emerge quale figura in grado di ascoltare anche i bisogni altrui – lontano, quindi, dall’egocentrismo tipico di certi suoi colleghi – e, nel contempo, interessato ad apprendere e ad affinare tecniche e capacità attorali che, negli anni, dimostrerà di avere su decine di palcoscenici. Ma anche curioso rispetto all’universo/mondo – come dovrebbe essere, del resto, ogni artista e ogni cittadino – e pronto ad apprendere e a trasmettere saperi in discipline che parrebbero distanti dal suo fare teatro, come l’economia, ma che nel libro emergono come materie necessarie se si vuole costruire un futuro su solide basi.
Pagina dopo pagina si alternano vicende teatrali note con momenti di riflessione personale, incontri basilari a piccoli/grandi inconvenienti, i quali, soprattutto nella fase iniziale del percorso del Teatro delle Albe, servono all’ensemble per apprendere un’arte che è, pur sempre, anche un mestiere. È il racconto di un mondo in rapida evoluzione, quello che emerge soprattutto tra i ricordi più lontani, in cui si vede la campagna emiliano-romagnola invasa dall’industrializzazione: gli stabilimenti fagocitanti diventano essi stessi città, mentre l’alienazione della catena di montaggio e della ripetitività di gesti e compiti pongono un’intera generazione di fronte a scelte radicali. Scelte che maturano, però, in un momento di grande effervescenza culturale. Un universo creativo, il teatro, che alla mancanza di mezzi sopperisce con la forza di volontà, con la convinzione di poter fare e avere in mano le carte giuste per vincere la partita e cambiare i giochi in tavola. Nel raccontare i primi, eroici anni, Dadina si sofferma sul modello di produzione ed economico alternativo adottato, descrivendo quel carattere comunitario che ha contraddistinto – e continua a contraddistinguere – l’esperienza delle Albe. Il marxiano “ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni” sembra quasi realizzarsi in una piccola città romagnola.
Accanto a Luigi Dadina, che diventerà presto Gigio, emergono i volti e i caratteri degli altri fondatori delle Albe. Marcella Nonni (sua compagna per un certo periodo e, oggi, co-direttrice di Ravenna Teatro), Marco Martinelli (drammaturgo, direttore artistico e regista) ed Ermanna Montanari (direttrice artistica, attrice e regista), con la quale Dadina nel tempo formerà, sul palcoscenico, un duo quasi indissolubile. Ma anche di tutte quelle personalità attorali (in primis, Mandiaye N’Diaye) e tecniche, operative e organizzative, che andranno a ingrossare le fila dei collaboratori delle Albe, a mano a mano che la struttura si ingrandirà assumendo incarichi anche istituzionali. Alti e bassi, come scrivevamo, ostacoli, problematiche, persino la malattia con la quale bisogna imparare a convivere, ma anche tanti successi di un’attività circa quarantennale che Dadina racconta senza remore o parafrasi, con lucida ironia e umana sincerità – ricordando anche le difficoltà incorse dalle Albe alla metà degli anni 90 e la successiva riorganizzazione della struttura.

Corposa la disamina degli spettacoli – di cui si accenna anche al dietro le quinte, spesso particolarmente gustoso in quanto ricco di aneddoti. Citiamo solo tre passaggi che ben esemplificano l’autoironia che contraddistingue il raccontare proprio di Dadina. A pagina 84 e 85, si rammenta l’estate dell’‘87, quando “le Albe di Verhaeren vengono invitate al Festival di Sant’Anna Arresi, in Sardegna, organizzato da Cada Die Teatro. Viaggiano a bordo del vecchio furgone ricevuto in dono dalla Socìetas Raffaello Sanzio. Niente servosterzo, il radiatore difettoso si surriscalda continuamente. Il tappo è all’interno della cabina, a fianco del pilota. Gigio guida, Marco Martinelli seduto a fianco rabbocca in continuazione il radiatore…”. Ma i contrattempi non finiscono qui. Montanari, la prima sera in scena, si frattura una gamba, e quella successiva, ne I brandelli della Cina che abbiamo in testa, “Gigio porta Ermanna in spalla per tutto lo spettacolo”. Passando a pagina 116, ritroviamo Dadina ospite dell’Odin Teatret: “Ricordo bellissime colazioni nordiche e, soprattutto, il piacere di vedere i loro attori e musicisti che, esattamente come noi, montavano e smontavano gli spettacoli, caricavano e scaricavano furgoni, sostituivano pneumatici forati: lavoro manuale, intellettuale e artistico non erano mai separati”. E infine, a pagina 123, Gigio rammenta con una punta di dolore la difficile scelta che fece nel ‘98, quando decise di non interpretare Padre Ubu: “un ruolo centrale in un lavoro per noi fondamentale, in un momento di grande cambiamento per la Compagnia. Mio figlio Riccardo era molto piccolo e io, così preso dal quotidiano e amorevole contatto con lui, ero distante da quella dimensione di padre feroce”; mentre, un paio di pagine dopo, si può leggere la testimonianza di Marco Martinelli su quel momento di grave impasse: “…le sconfitte aiutano a nuove vittorie: da quell’assenza cercammo di capire come trasformare il metallo in oro. Nel nostro procedere, come gruppo, è indispensabile imparare a cavalcare se stessi, i propri demoni. Senza la paura di perdere l’altro, o di abbandonarlo, o di essere abbandonati. C’è, al fondo di questo, uno strazio di dolcezza e di amore reciproco, fino in fondo: accogliamo la scommessa metafisica dell’essere l’altro solo quando si è del tutto se stessi”.
Una parte del libro è dedicata anche all’esperienza di Dadina a Lido Adriano, frazione ravennate, dove abitano gli attori di origine africana delle Albe e dove decide di aprire un laboratorio teatrale, sul quale si innestano anche esperienze musicali – raccontate direttamente da alcuni tra i rapper che vi hanno partecipato.
Michele Pascarella inserisce infine un corposo lavoro di raccolta di testimonianze su Gigio. La voce del protagonista si intreccia a quella di critici, giornalisti, colleghi e amici, ed è oltremodo interessante vedere, attraverso gli occhi dell’altro da sé, delinearsi la figura che, prima, si è autorivelata e, ora, si specchia nei tratti che altri compongono su di lei – come attore e come uomo. Un dialogo, questo, tra il sé e l’altro da sé che sembra contraddistinguere l’intero procedere di un’esistenza aperta allo scambio e che, in questo libro, si offre al lettore con la medesima spontaneità.

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