La morte in diretta

A oltre cinquant’anni dall’uscita di Mondo cane, gli autori volgono lo sguardo su un genere cinematografico che anticipò, con le sue innovazioni stilistiche e formali, il linguaggio televisivo odierno e quello di un ampio segmento del cinema contemporaneo.

Attraverso recensioni della stampa dell’epoca, interviste ai registi e scambi d’opinioni fra studiosi d’orientamento diverso, il saggio ricostruisce la genesi, la ricezione critica e di pubblico e l’intentio  auctoris di uno dei generi più originali del nostro cinema, esportato con successo anche all’estero: quello del mondo-movie (così battezzato nel mercato anglofono), ovvero il documentario che alterna brevi scene slegate che mostrano eventi bizzarri e crudeli ripresi in luoghi diversi dei cinque continenti, dai paesi occidentali a capitalismo avanzato alle società primitive del terzo mondo. Suddiviso il quattro capitoli- o meglio, file- lo studio segue lo sviluppo di questo genere (noto anche come shockumentary, per la scelta di materiale volto a colpire la sensibilità dello spettatore) dalla nascita con Mondo cane (1962) di Paolo Cavara, Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi; alla contaminazione col cinema narrativo con L’occhio selvaggio (1967) del solo Cavara (sceneggiato dal regista insieme a Tonino Guerra e ad Alberto Moravia), che affronta il tema della responsabilità dello sguardo della macchina da presa, della differenza fra realtà ricostruita e realtà autentica e della liceità della rappresentazione della violenza; all’insistenza esasperata su dettagli sempre più espliciti attraverso lo sfruttamento del tema dei contrasti razziali in America e dell’esotismo in voga fra gli anni sessanta e settanta con film quali Addio zio Tom (1971) di Jacopetti e Prosperi e Ultime grida dalla savana (1975) di Antonio Climati e Mario Morra; infine, al suo esaurimento in seguito alla crisi dell’industria cinematografica italiana iniziata alla fine degli anni settanta e culminata nel decennio seguente, che spinge i registi fondatori del mondo-movie a mutare la formula originaria, pur senza smarrire il gusto della provocazione e dell’eccesso, con Mondo candido (1975) di Jacopetti e Prosperi (ammiccante fin dal titolo al primo successo dei registi), versione jacopettian-prosperiana dal  romanzo breve di Voltarie, e Wild beast- Belve feroci (1984) del solo Prosperi, girato quando il cinema di genere italiano era ormai in fase calante. Ogni file comincia con la scheda dei film in esame, cui segue un ampio ventaglio di recensioni, sia della stampa specialistica sia dei quotidiani, dei diversi orientamenti politici, e si conclude con dibattiti dove si confrontano opposte vedute sul cinema di Jacopetti e sul ruolo in esso avuto dai coregisti Prosperi e Cavara e interviste ai protagonisti di quella stagione cinematografica, spesso ignoti o dimenticati dal pubblico: come i fratelli Castiglioni, autori di documentari sull’Africa dal taglio scientifico e divulgativo; al montatore Mario Morra, regista, insieme ad Antonio Climati di Savana violenta (1976) e del già menzionato Ultime grida dalla savana; e ovviamente agli artefici del genere cinematografico di cui lo studio si propone di ricostruire la biografia, Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi. Il volume può leggersi anche come la storia di una generazione, nata intorno agli anni venti, che subisce ancora il fascino romantico per i luoghi esotici e arcani, non ancora toccati, o non del tutto ancora mutati, dalla civiltà occidentale e decide di esplorarli per spirito d’avventura e d’evasione: un po’ come Byron- mutatis mutandis- che ai primi dell’ottocento si recò a combattere a Missolungi perché affascinato dall’idea della Grecia classica e mitologica. Accanto alla biografia del genere, lo studio propone anche quella dei suoi autori, a cominciare da Jacopetti, la cui vita avventurosa viene raccontata in un’intervista rilasciata a  «Novella 2000» nel 1966, quando il regista si trovava all’apice della fama: il vagheggiamento dell’Africa come terra incognita, la partenza per la guerra da volontario, la collaborazione con l’esercito americano dopo l’otto settembre, l’incontro con Montanelli e Longanesi a Milano nel dopoguerra e l’avvio della carriera giornalistica, l’incidente dove morì la sua fiamma d’allora, l’attrice inglese Belinda Lee, fino all’incontro col regista Alessandro Blasetti per il quale scrisse il commento di Europa di notte (1959), antesignano del genere dei mondo-movie che Jacopetti avrebbe portato al successo qualche anno dopo. In un’altra intervista, realizzata pochi anni prima della morte, Jacopetti ripercorre la sua esperienza di regista col distacco dato dal tempo trascorso e confessa di sentirsi prima di tutto «un giornalista, un uomo curioso, con una tendenza all’insolito, al bizzarro», che inevitabilmente confluisce nei suoi film, come marca d’enunciazione e stilema del suo autore: ogni autore ha infatti la sua poetica, che s’invera nelle opere, e così è anche per Jacopetti. «La vita è carne», aggiunge ancora il regista toscano, «Mondo cane è carne»: ennesima esplicitazione di come l’intento di Jacopetti, attraverso i suoi film, fosse quello di «Far vedere alla gente le cose insolite, scomode». Anche l’altro protagonista di questo genere, Franco Prosperi, racconta in una lunga intervista di come, provenendo da esperienze affatto diverse da quelle di Jacopetti  (la laurea in scienze naturali, la partecipazione a spedizioni scientifiche e la realizzazione di documentari), fu a quest’ultimo presentato dal giornalista Carlo Gregoretti, amico comune d’ambedue, ed entrò nel progetto allora in fieri di Mondo cane, che avrebbe segnato una svolta decisiva nella loro carriera e di quella di Cavara. Prosperi rievoca quindi il difficile rapporto intrattenuto con la stampa di sinistra, specialmente dopo Africa addio, accusato di razzismo e di apologia del colonialismo proprio quando tale fenomeno storico volgeva al termine e gli europei abbandonavano il continente. Riguardo a Ultime grida dalla savana, Prosperi rivela poi di come i film da lui girati, almeno a partire da Mondo cane n. 2, fossero composti di brani ripresi dal vero e d’altri invece «di invenzione e di ricostruzione» e diedero vita così a un genere ibrido, costituito di sequenze documentaristiche a da altre girate ad hoc. La vera peculiarità di gesto genere cinematografico risiede però, come sottolinea lo stesso Prosperi, nella capacità di anticipare, da un lato, l’abitudine corrente di molti spettatori televisivi di passare frequentemente da un canale e da un programma all’altro, nell’accostamento di frammenti diversi, disomogenei e in contrasto gli uni con gli altri, che proprio per la loro diversità, per il passare continuamente dal tragico al comico, dal serio al faceto, provocano una continua stimolazione sensoriale più che una sollecitazione intellettuale dello spettatore, conquistandone così l’attenzione e vellicandone le curiosità più nascoste e inconfessabili. Di «un discorso televisivo letteralmente triturato» parlava già Noël Burch nel Lucernario dell’infinito, in opposizione alla «durata ininterrotta di oltre un’ora che caratterizza la produzione diegetica la cinema». Lo spettatore si trovava sottoposto dunque a una veloce alternanza d’immagini dal contenuto e dal tono spesso antitetico, ad un caleidoscopio di facezie e di violenza, assemblato ad un ritmo tanto sostenuto (almeno per le abitudini dell’epoca) da non aver il tempo necessario ad assimilarle e riflettervi ed eventualmente metterle in relazione e scorgervi analogie più significative e profonde del mero gusto della provocazione e dell’eccesso: l’atteggiamento del fruitore sarà dunque inevitabilmente cinico e distaccato, esattamente come quello dei registi mentre filmano quanto lo spettatore si troverà a guardare; è infatti lo stesso Jacopetti a dichiarare: «È come se fossi stato io lo spettatore di Mondo cane prima degli spettatori stessi». In tal senso, questi film anticipano di oltre un decennio anche il cinema contemporaneo o postmoderno, caratterizzato almeno da due elementi comuni anche ai film di Jacopetti e Prosperi quali la frammentarietà e l’immersione dello spettatore nello spettacolo audiovisivo, ovvero la tendenza a procurare sensazioni più che produrre senso. Col tempo, l’opera di Jacopetti e Prosperi, la loro poetica e la loro concezione del cinema come spettacolo pirotecnico, frammenti, schegge irrelate che colpiscono la sensibilità dello spettatore, in una logica di attrazione mostrativa e spettacolare (e non, come nel cinema classico, narrativa) si è dunque rivelata profetica, in quanto anticipatrice di tendenze del cinema contemporaneo, che a sua volta recupera, esattamente come i film dei registi in questione, tratti caratterizzanti del cinema delle origini (o primitivo, come lo definisce Burch), ovvero il suo costituirsi di numeri sensazionali, attrazioni, appunto, volte a conquistare l’attenzione dello spettatore ricorrendo al bizzarro e all’eccesso e a concludersi senza prevedere uno sviluppo narrativo, una consequenzialità tra i frammenti, come avrebbe fatto invece il cinema classico. Si tratta dunque di un linguaggio che non prevede, per usare ancora le parole di Burch, «la presenza ingombrante di un pieno processo diegetico» e che sottintende e anzi favorisce nello spettatore «una sorte di placido distacco, clinicamente prossimo ad uno stato di narcosi o di ipnosi»: come durante uno spettacolo circense, coi funamboli, i giocolieri e gli animali feroci; esattamente come nelle sale cinematografiche dei primi vent’anni, dove cinema era solo un’attrazione fra le tante. Proprio come il cinema primitivo, da un lato, e quello postmoderno dall’altro, il genere del mondo-movie suscita nello spettatore sensazioni così effimere da svanire subito dopo la visione, tanto il suo coinvolgimento è limitato al soddisfacimento di una pulsione scopica (incentrata essenzialmente sull’erotismo e la violenza) che si consuma e si esaurisce nel mero atto della fruizione: di nuovo, si è dinanzi al predominio della sensazione bruta sul senso.  Jacopetti e Prosperi, non si sa quanto consapevolmente, guardando indietro avevano finito col guardare profeticamente in avanti. Completa il volume una ricca selezione di locandine e flani dei film discussi e presentati, comprese fotografie che ritraggono folle di spettatori accalcati sul marciapiede ansiosi di entrare nei cinema dove si proietta Africa ama: immagini che, riviste oggi, in tempi di crisi e di chiusura di molte sale cinematografiche, sembrano giungere da un’altra epoca.

Fabrizio Fogliato, Fabio Forgione
Jacopetti Files – Biografia di un genere cinematografico italiano
Mimesis/Cinema, Milano-Udine 2016
418 pagine, 30 euro

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