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Qualche tempo fa, prima di consegnare la sua anima a Dio, dove sarebbe stata accolta trionfalmente, la signora Ada Luisa Antinucci, mi raccontò una storia che mi ha fatto crescere un mondo di emozioni. La racconterò sperando che altri, come me, ne beneficeranno.

La signora Ada Luisa, che era una mia dirimpettaia, aveva conosciuto Mario Finzi da bambina; sia lei che la sorella giocavano con lui, aspettandolo in giardino. La via intitolata a Mario Finzi, a Bologna, è quella in cui si affaccia la singagoga .

Mario Finzi viveva con la madre, la signora Ebe Castelfranchi Finzi, e il padre, il professor Amerigo. Durante il fascismo e prima della persecuzione nazista, gli ebrei vivevano una vita tranquilla, molti di loro erano docenti universitari, altri erano inseriti nelle maglie della routinaria vita cittadina turrita.
Le prime avvisaglie di qualcosa che, improvvisamente, stava peggiorando avvenne con il suicidio dell’editore Formiggini di Modena – di moglie ebrea e una famiglia di cui era orgoglioso – gettatosi dalla torre della Ghirlandina.

La televisione non c’era e la democrazia della rete non era nemmeno pensabile; c’erano dei giornali ma fatti di veline e preconfezionati fino al midollo di cui era difficile stabilire la verità; questa era quasi impossibile diffonderla se non in clandestinità. Dal 1933 in poi, anno in cui si insediò come cancelliere, Hitler diede prova di voler costruire uno Stato fondato su uno spietato antisemitismo, cultimato poi in Europa con il trattato di Norimberga del 1936.
Pur non avendo mai preso – prima di allora – coscienza del suo status di ebreo, Mario diventò un attivo partecipante di “Giustizia e libertà” movimento clandestino che faceva eco ai fratelli Rosselli, scappati in Francia a causa del loro antifascismo, diffondendo dei volantini e propagandando la libertà e la giustizia uguale per tutti.

Con l’adesione al patto Roma-Berlino per gli ebrei le condizioni di vita in Italia peggiorarono, molti scapparono, alcuni non lontano dalla nostra provincia di Modena. Qui si trovava il campo di Fossoli, dove venivano stivati gli ebrei prima di essere deportati nei “campi di lavoro” (arbecht macht frei, il lavoro rende liberi).
Mario Finzi, avvocato e musicista, suonatore di piano, amico di Cesare Gnudi, dei fratelli Telmon e di tante persone che lo hanno sempre ricordato come una cascata di freschezza, si mise a disposizione della Delasem (la delegazione assistenza di emigrati ebraici), un organismo europeo con sede a Genova (da cui le navi salpavano), e cercò di aiutare a emigrare gli ebrei a rischio, intanto che si diffondeva l’occupazione tedesca in Italia. E nell’Europa.

Di più, Mario Finzi, tre volte alla settimana, in bicicletta, si recava a Modena a Villa Emma. Qui trovavano rifugio i piccoli ebrei scampati con la fuga, i cui genitori spesso erano già stati presi e le organizzazioni umanitarie cercavano di salvare il salvabile. La storia di Mario Finzi si saldò a quella dei piccoli ospiti di Nonantola (I ragazzi di Villa Emma), a cui insegnava le materie scolastiche, cercando di non far paralizzare le loro menti dalla paura. Gli abitanti di Nonantola furono grandi, coprirono il segreto delle centinaia di bambini ebrei ospiti che provenivano da tutta l’Europa. Uno di loro fu Don Arrigo Beccari, parroco della canonica, che nascose i ragazzi nel seminario per non farli prendere e giustiziare dalle SS.

L’avvocato Mario Finzi sistemava sempre la burocrazia degli ebrei in fuga dall’Italia. Ada Luisa lo ricordava affaccendarsi con una borsa di cuoio consumata nella chiusura, alto e dinoccolato, prestante con il suo costante allenamento fisico e sempre operoso per la comunità che rappresentava e che cercava di salvare.

Un giorno, mentre percorreva l’uscita posteriore del tribunale, in piena occupazione tedesca a Bologna, venne fermato da un’auto di persone in borghese: erano dell’OVRA, la polizia fascista. Gli chiesero di salire, Mario salì.
L’ultima persona che lo vide fu la sorellina dei fratelli Telmon, di fronte alla chiesa di San Giovanni in Monte, all’epoca un presidio di polizia fascista. Mario Finzi era in cima alla scala, la bimba – mentre si sbracciava per salutarlo e baciarlo – riferì di averlo visto con una camicia, i capelli gonfiati dalla brezza del vento. Mario era il beniamino dei bambini, ma egli non la guardò, tirò diritto, altrimenti l’avrebbe compromessa e tutta la sua famiglia avrebbe sicuramente passato dei guai.

Ada Luisa aveva dei sospetti su chi avesse potuto spiarlo. Mi raccontò di un suo amico del cuore. Per quale motivo avrebbe dovuto farlo? Magari perché il padre di questo amichetto stimava Mario più del necessario agli occhi del figlio; magari perché qualche morosina era più affascinata da Mario.
Mario, Mario, ancora Mario. Niente e nessuno toglieva dalla testa ad Ada Luisa che la spiata proveniva non dalla città che amava, riamata, Mario, quanto dalle oscure ragioni del cuore che sanno diventare vendicative se non ascoltate nel tormento dell’invidia.

La mattina che Mario Finzi morì ad Auschwitz una signora racconta che era a casa di Anna, un’altra amica di Mario, che la stava aspettando. Squillò il campanello, la ragazza pensò che fosse finalmente arrivata l’amica che stava aspettando, invece si trovò di fronte un uomo provato nella tempra e nel fisico, solo due occhi intensi e cerchiati parlavano delle sue sofferenze.

Chiese se c’era Anna, non c’era. E quella fu l’ultima volta che si vide Mario Finzi.

 

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4 Commenti

  1. Roberta Ricci è Donna dal fascino latino.
    Come tale ha vissuto e vive la storia di Mario Finzi: come la propria storia.
    Di Mario Finzi ha cercato ogni frammento di vita e, con tutta la forza, anela a portarla sullo schermo, perchè chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo impari ad amarlo. Proprio come lo ama la sua ‘adoratrice’.
    Per questo, Roberta Ricci, merita tutto l’aiuto possibile! Piero Piergiovanni

  2. Ringrazio il prof. Piergiovanni per le belle cose che ha scritto su di me, immeritate, da tempo metto alla prova la pazienza degli amici con la storia della resistenza di Mario Finzi, l’attenzione perla sua figura consiste nel fatto che , dalla sera alla mattina, nella vita di ognuno di noi può cambiare tutto in modo inquietante e , naturalmente parlo per me, non so se io avrei il coraggio di salvare gli altri prima di salvare me stessa! Roberta Ricci

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