Non sono la malinconia e il vuoto (sentimento passatista il primo e forzatamente celebrativo il secondo) che segnano la scomparsa di Chabrol, uno dei (sempre) giovani turchi dal cognome assoluto.

La “C” chabroliana come marchio a fuoco sulla carne debole e peccatrice dell’umanità, simbolo quasi grandguignolesco, frutto di un’elaborazione stilistica, prima di sgorgare come pura visione, traccia post-langhiana (indelebile quanto la “M” di Dusseldorf) di candide colpe mai rimosse, ma solamente rigettate dal turbinio della meta-proiezione.

Dopo “C” solo l’aporia, la tempesta di nomi, immagini e stili d’oggi, non risulta tanto inconciliabile con il “passe’ nouvelle” degli altri Cahiers, ma proprio con il “future recent” di “C”.

La cancellazione degli altri “revenantes” della politique baziniana ha seguito strade assai diverse, come la scomparsa di Truffaut, che resta legata ad un’aura romantica, data la sua cancellazione prematura, ancora inscritta nella storia (del cinema) di ieri, eterna sovrimpressione che incrocia il volto del suo Antoine Doinel.

Quello ancora recente di Rohmer risulta un addio pacato, seguendo una certa progressione temporale e storiografica, una sospensione perenne, lungo l’intero asse di un cronotopo personale.

Percepire l’opacizzazione della “C” chabroliana comporta una forte incongruenza verso il cinema (francese) di oggi, per cui gioco forza nei nuovi talenti come Ozon, Cantent, Despleschin, Audiard…
sono più facilmente rintracciabili, granelli di una memoria pluralisticamente “vague” e non precisamente chabroliana, proprio perché “C” resta nel mezzo, potente cantore vague e al tempo stesso suo degno continuatore, colto intellettuale e letterato della settima arte (più che cineasta tout court), naturalista decadente, in cui la decadenza era appena sussurrata, troppo vicino ideologicamente ai nuovi autori transalpini per poter creare uno scarto e troppo distante come formazione per poterne essere l’apripista.

La verità e’ che Chabrol ha sempre trattato la materia cinematografica come arte letteraria e la materia letteraria come arte cinematografica, da acuto coordinatore di queste due realtà, ma e’ stato troppo considerato semplicisticamente un fervente hitchcockiano, soverchiato dall’ombra di Sir. Alfred, sempre pronto ad esorcizzarla, attraverso citazioni, scontornamenti e riproduzioni camuffate.

In realtà bisogna ridimensionare questa idea, certo l’ammirazione per Sir. Alfred e’ palese, ma sempre innestata con calcolo sornione, ancora meglio che in De Palma (attraverso il quale risplende come geometrica decomposizione del decor), innalzando la macchina-Hitchcock a subdola trappola per la golosità molto peep, dello spettatore troppo abituato a ricoprire i propri occhi di screziature giallopoliziesche.

Chabrol nel suo percorso di letterato del cinema ha sbugiardato l’atteggiamento tipico dello spettatore-voyeur, imponendo la percezione di un evento su qualsiasi sottotrama, intreccio e quant’altro.

In “l’Enfer” e “Landru'”, la percezione degli eventi diviene ossessivo leitmotiv che scandisce la narrazione, nel primo come proiezione assoluta del corpo-essenza di Emmanuelle Beart, imbrattato dalla cecità di chi non vede, ma crede, e nel secondo e’ dato dalla negazione dell’atto criminoso-possessivo di cui la torbida nuvola di fumo sprigionata dal camino e’ il controcanto ironico dell’impalpabilità della testimonianza e quindi della visione.

All’interno di “le Boucher”, e’ condensato tutto il suo lato più teneramente mélo, in cui l’amour fou diviene proprietà accecante (ecco di nuovo), che ingabbia la verità (?) della visione.

Se poi “le Fleur du mal” e’ sorprendentemente uno dei suoi esiti più vistosamente cinematografici (nel senso puro del termine), considerando l’epurazione della desinenza letteraria, senza renderla esigua, ma nutrendola con corroboranti dosi cinephiles, tra polar, , commedia e noir, “la Fille coupé en deux”, opera dualista e prismatica fin dal titolo, può essere letta come una magna carta autoriale, lascito profondamente teorico ed erotico (la Sagnier piumata che gattona non si dimentica facilmente), autentica babele massmediale, sullo sgretolamento delle supposte verità e sull’attrazione sensuale e fatale che determina il potere dei media.

Colta ed autolesionista e’ la sfera letteraria, seducente, velenosa e ipocrita, quella televisiva, mentre “C” se la ride (come sempre) al di sopra del bene e del male.

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