Gianni Rodari e la Freccia Azzurra

In occasione del novantesimo anniversario della nascita di Gianni Rodari (Omegna, 23 ottobre 1920 – Roma, 14 aprile 1980) e per ricordare il successo internazionale de La freccia azzurra (1996), il capolavoro della cinematografia di animazione di Enzo D’Alò realizzato dal noto studio torinese Lanterna Magica, l’Associazione Piemonte Movie ha organizzato la mostra Gianni Rodari e la freccia azzurra. Dal racconto all’animazione: scenografie e personaggi in mostra (Torino 1- 12 dicembre).

L’evento che probabilmente verrà riproposto a livello regionale e nazionale è stato organizzato dalla sopraccitata associazione in collaborazione con la Lanterna Magica, la Fondazione Cosso, il Coordinamento Genitori Democratici, l’Archivio di Stato, l’Unione Culturale Antonicelli, Light on Event ed Engim Sponsor.

Inserito all’interno del vivace ed originale percorso di laboratori didattici Gianni Rodari, per un ritorno alla fantasia, organizzato dall’associazione Piemonte Movie di Moncalieri e dalla Fondazione Cosso di Pinerolo, che dopo aver preso avvio all’inizio del 2010 si concluderà nella primavera del 2011, questo evento torinese ha permesso di riflettere sul valore della fantasia, dell’immaginazione, da sempre alla base dei processi di emancipazione e di educazione che coinvolgono generazioni vecchie e nuove. Mai come in questo momento in cui la distanza tra il reale e l’immaginario tende a scomparire, ad essere riassorbita (Il 3D, i social network e i media multimediali paiono davvero segnare il compimento della metafisica), infatti, opere come quelle di Rodari (oltre al racconto Il viaggio della Freccia Azzurra del 1954 da cui è stato tratto l’omonimo film, ricordiamo tra le più importanti produzioni del nostro Filastrocche in cielo e in terra, Il libro degli errori, Favole al telefono, C’era due volte il barone Lamberto) diventano decisive per attestare quanto gli uomini di oggi, immobilizzati da un oscuro tedium vitae, abbiano rinunciato al sommo piacere di perdersi in un racconto, in un romanzo (luogo euristico per eccellenza) per capire, per provare a svelare ciò che di misterioso si nasconde in noi e in ciò che ci circonda. Smarrendo così una fondamentale componente della loro identità umana.

In un mondo come il nostro ormai tutto virtualmente mappato, codificato, interconnesso e saturato di beni e prodotti, avvenimenti come quello torinese fanno, per fortuna, tornare d’attualità l’insegnamento roussoviano per cui le «fantasticherie sono già di per sé conoscenza». Lo scrittore e filosofo svizzero, la cui ultima opera si intitola non a caso Le fantasticherie del passeggiatore solitario, sosteneva infatti che è impossibile raggiungere un qualsiasi stato di conoscenza restando intelletualmente inerti, passivi. Condizione questa, che accomuna appunto gran parte degli uomini che vivono nell’iperconsumistica società odierna, i quali, sempre più omologati ed eterodiretti da occulti “padroni del vapore”, sembrano aver smarrito la capacità di divagare, di completare con la loro immaginazione quella parte di mondo che (per fortuna) resta per loro ancora un mistero. In questo senso, proprio Rodari ideò nel 1973 con La Grammatica della Fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie il suo capolavoro pedagogico attraverso cui intere generazioni di genitori, insegnanti ed animatori avrebbero tentato di mantenere in vita un barlume di intelligenza e di creatività nei giovani italiani sempre più ottenebrati dalla martellante azione delle varie TV commerciali. Un impenetrabile schizo-immaginario di fronte a cui l’uomo di oggi può costituirsi solo in funzione di utente e mai di creatore; un universo trash a cui, al massimo, è consentito di aderire senza sorpresa né gioia.

I molti disegni, bozzetti e studi preparatori de La freccia azzurra che Federica Zancato e Letizia Caspani, le abili ragazze responsabili del coordinamento artistico della mostra, hanno affisso alle pareti dell’Unione Culturale Antonicelli, hanno altresì confermato che dal 1996, il cinema d’animazione (e non) è così progredito dal punto di vista tecnologico, si è così mcluhanianamente autoperfezionato, che per dirla alla Schopenhauer «non concede più nulla alla fantasia dello spettatore». Le semplici e poetiche sagome di Scarafoni, della Befana e degli altri protagonisti del sopraccitato lungometraggio, paiono davvero giungere da una remota epoca in cui gli artisti creavano l’immaginario partendo dalla realtà, se paragonate agli iper-realistici personaggi ammirati al recente View Festival 2010 (la nota rassegna sabauda dedicata alla computer grafica, al tridimensionale e a qualsiasi altra forma immaginabile di effetti speciali digitali), che, viceversa, sembrano già il prodotto di una reinvenzione del reale a partire dalla finzione (Baudrillard).

In tal senso, se uno speciale ringraziamento deve essere rivolto a tutti coloro che hanno organizzato la bella mostra torinese (come non citare Alessandro Gaido, Presidente di Piemonte Movie, Maria Fares, Produttore esecutivo di Lanterna Magica e Maria Luisa Cosso, Presidente dell’omonima Fondazione), viene spontaneo pensare alla capacità che questa ha avuto di ridestare l’interesse per il suggestivo, pionieristico mondo di Pat Sullivan (il papà di Felix il gatto), di Paul Terry, di Walter Lantz e del primo Disney, in cui dei disegni spesso stilizzati, tirati a sciabolate di matita e di consumo immediato, riuscivano come per magia a racchiudere i sentimenti, le aspirazioni, le delusioni, la rabbia e la speranza di milioni di cittadini americani nei cruciali, primi decenni del secolo. Proprio come capitava per i film comici della scuola di Mack Sennett, che nonostante fossero semplici e girati in serie, erano quasi sempre carichi di una vitalità dirompente. Di una sensibilità infinita.

Un mondo risorto, in qualche modo, a Torino quattordici anni fa e che ha dimostrato tramite la passione di D’Alò e dello sceneggiatore Umberto Marino, le musiche tenero-nostalgiche di Paolo Conte e lo stile pastelloso di Paolo Cardoni, che anche ora che noi spettatori possiamo quasi farci cosa con l’immagine cinematografica, la capacità del sogno di trasformarsi in arte non si esurisce nel tempo.

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