Battiato a tutto campo al CSC

Battiato al Centro Sperimentale di Cinematografia: «Tutti abbiamo del talento: non siate invidiosi degli altri e cercate la vostra strada»

Due ore e mezza di intervista a tante mani; lezione di vita agli allievi del Centro da parte dell’eclettico artista siciliano, che ha parlato di musica, cinema e pittura, ma anche di politica, misticismo e religione, senza risparmiare gustosi aneddoti personali.

Battiato a tutto campo al Centro Sperimentale di Cinematografia. Ieri mattina, in oltre due ore di colloquio con gli allievi, l’eclettico artista catanese ha illustrato il suo pensiero sulla creatività e sul mondo contemporaneo, raccontando molti aneddoti della sua vita di musicista, di regista, di pittore e perfino di ex-editore di una collana di libri mistici sufi, senza omettere la sua breve e non soddisfacente esperienza come assessore (indipendente) alla Cultura della Regione siciliana, che non ripeterebbe «nella maniera più assoluta».
Due poltrone su un tradizionale grande tappeto arabeggiante e un piccolo teatro strapieno all’inverosimile; in questa location suggestiva il critico cinematografico Flavio De Bernardinis ha accolto Battiato e gli ha rivolto le prime domande prima di consegnarlo ai ragazzi. «Credo nell’ispirazione – è stato uno dei primi argomenti – l’atto creativo è un dono che si riceve. Ma allo stesso tempo credo nel valore dell’impegno e del miglioramento: ho iniziato a dipingere senza saperne niente («A scuola prendevo sempre “1”!») e dopo due anni di duri tentativi e di fallimenti ho iniziato a raggiungere dei risultati. Adesso sono soddisfatto di quello che faccio. Tutti noi abbiamo del talento: qualcosa di speciale che abbiamo dentro, perciò abbiamo tutti le stesse possibilità di riuscire».
«Nella musica da qualche anno lavoro partendo dal testo. In una canzone commerciale conta poco, ma se vuoi dire qualcosa è fondamentale ed è più facile scriverci una musica sopra, che inserire parole in una musica già fatta. Purtroppo però si tende sempre più a fare cose facili. I “tempi dispari” degli anni ’70 sono quasi un ricordo e si punta a fare praticamente solo ritmi orecchiabili. Devo anche ammettere che a distanza di tempo alcune delle canzoni “minori” inserite nei vari album mi appaiono ancora più deboli di allora».
Ovviamente numerose, data la location, le domande al Battiato regista: «Un film funziona se ha una buona recitazione e una buona sceneggiatura: vado poco al cinema, e raramente guardo film italiani, anche perché ci sono sempre gli stessi attori, ma come spettatore sono contento se mi sono sbellicato dalle risate o se ho imparato qualcosa». E qui parte una delle prime sorprese: Battiato confessa infatti di aver visto – e apprezzato – il primo film di Checco Zalone, in cui il protagonista lo cita per far colpo su una ragazza: «“Quello che canta La cura. Ma lui lo fa tanto per dire: io ti proteggerò davvero!”».
Sulla recitazione non ha dubbi: «Il top è quando si È il personaggio, “si riesce a far vedere i pensieri”, come diceva a Greta Garbo il suo direttore della fotografia. All’epoca però occorrevano mezzi tecnologici sofisticati e molto delicati. Ancora all’epoca del mio primo film, girato in analogico, l’umidità ha completamente cancellato la bellissima sfumatura di giallo, che avevo trovato per una certa scena. Per fortuna oggi col digitale tutto questo non avviene più: ciò che hai inquadrato rimarrà per sempre esattamente così».
Dopo aver sfatato il luogo comune dei set necessariamente caotici («I nostri non lo sono perché non ho il problema del dubbio, anche se ovviamente qualcosa si butta via sempre») prende spunto dal suo ultimo film (che preferisce definire «saggio») per ampliare l’orizzonte: «C’è una lunga scena sull’Illuminazione del Buddah, che si vede in mondi e pianeti diversi», un po’ come nel finale di 2001, Odissea nello spazio. «I fisici, perfino quelli quantistici – spiega – arrivano sempre in ritardo: i mistici certe cose le avevano capite secoli prima. Anche la levitazione di Santa Teresa d’Avila e di molti “santi” sufi e tibetani è documentata, anche se per ora il mondo ufficiale non vuole riconoscerla. Perfino gli alti prelati, a mezza bocca, ammettono che Cristo nei Vangeli parlava anche di reincarnazione, ma solo rispondendo a domanda specifica: è un tema che preferiscono non affrontare spontaneamente». Non ha invece problemi a farlo lo stesso Battiato, che tra pochi giorni, al termine della sua mini tournée italiana, partirà per il Nepal per intervistare dei monaci tibetani sul tema della morte: un lavoro commissionatogli da un operaio palermitano ormai avanti con gli anni.
Ma non per questo Battiato, ormai 68enne, non guarda ai giovani, a cui offre come spunto la sua storia personale: «Non potevo rimanere in Sicilia a lamentarmi sterilmente del posto in cui ero nato, perciò a 19 anni me ne andai all’ISMEO di Milano a studiare arabo. Poi vinsi una borsa di studio per l’Istituto Burghiba di Tunisi, da cui nacquero poi le prime canzoni dell’Era del Cinghiale Bianco, il mio primo album di successo dopo un decennio da estremista della sperimentazione, che all’estero è tuttora più apprezzata della mia produzione musicale successiva. Ma la mia terra mi punì: andai a trovare mia madre e passai tutta la vacanza ammalato. Così, dopo venticinque anni, mi sono riconciliato con la mia terra e sono tornato a vivere sull’Etna; ma non ci sono attaccato: a 800 metri sul livello del mare i miei compaesani sono gli alberi e i fiori».
«Oggi – prosegue Battiato – sono perfino pochi i giovani che se ne vanno, in confronto a quello che offre loro l’Italia. Conosco storie di ricercatori che non trovavano niente qui e che in Germania o a Londra in due giorni hanno avuto un contratto; oggi sono ricchissimi con il frutto del loro lavoro, mentre i parrucconi che li hanno scartati sono ancora al loro posto, strapagati, invece di essere stati rimossi per la loro ignoranza. Io stesso ho avuto un problema simile quando ero assessore alla Cultura. Nel Consiglio di Amministrazione del Politeama il mio più fiero avversario era un signore messo lì da chissà chi, che per sua stessa ammissione non capiva nulla di musica, ma solo di calcio. Ho una pessima opinione dei nostri politici, che del resto non sono peggiori di quelli dell’Antica Roma e di sempre, ma per fortuna i monaci tibetani mi hanno insegnato la compassione».
La sua lunga storia di successo lo ha reso invece immune all’invidia: «Una volta ero ad un festival in Sicilia e c’era anche Morricone. Vincenzo Mollica mi chiese, incautamente, se avrei voluto scrivere qualcuno dei suoi successi: risposi di no, e dovetti spiegare al pubblico, che già pregustava la rissa verbale, che intendevo semplicemente dire che facciamo cose diverse e va bene così. Bisogna sentirsi a posto con se stessi, nel silenzio. Il resto non serve a niente. Beethoven, Mozart, Bach conoscevano il proprio valore e non ossequiavano i potenti, a differenza, per esempio, di scrittori anche celebri come Goethe, che invece era più servile. Di fronte agli ostacoli occorre darsi da fare e cercare delle strade alternative adatte a noi, ascoltando la propria voce interiore, che ci dà sempre consigli positivi e non sbaglia mai. E’ lo stesso consiglio che do, per rincuorarli, agli adolescenti arrabbiati o sfiduciati che mi scrivono».

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