Valeria Perdono e Alessandro Lussiana

Stasera debuttano, allo Spazio Tertulliano di Milano, con After the End per la regia di Luca Ligato. Come promesso, ecco la seconda parte dell’intervista ai protagonisti del lavoro firmato da Dennis Kelly nel 2005.

Leggi la prima parte dell’intervista a Valeria Perdonò e Alessandro Lussiana

Quanta importanza date alla fisicità, alla gestualità, oltre che all’interpretazione vocale, quando costruite un personaggio?

Valeria Perdonò: «Tantissima. Un personaggio prima respira; poi cammina; quindi, eventualmente, parla. Non si può costruire un personaggio partendo da  come dovrebbe dire ciò che dice. Secondo me, bisogna attenersi alle sue parole, al testo, ma, prima, cominciare a chiedersi come si muove, come respira, che ritmo interno possiede, come guarda ciò che gli sta intorno. Da queste osservazioni nasceranno un particolare tono di voce, un caratteristico modo di parlare e, soprattutto, di pensare. Per me, lo studio del corpo ha un valore fondamentale (anche perché ho cominciato con la danza, fin da bambina). Così come il training, per il quale devo ringraziare un maestro dell’Accademia, che mi ha insegnato molto e rimane uno dei miei punti di riferimento: Francesco Manetti».

Alessandro Lussiana: «A causa delle mie origini sudamericane, io sono sempre stato considerato, al cinema o a teatro, un attore caratterista, per cui ho imparato fin da subito a lavorare sui caratteri, fisicamente e vocalmente, compiendo una trasformazione forte, inizialmente grossolana, che poi deve essere condensata in un personaggio che, necessariamente, sarà diverso da me. Come usano dire gli attori: “mi piace sporcarmi”. Gesti, sguardi, respiro, camminata, voce sono gli ingredienti che amo dosare nella costruzione di un personaggio. In After the End la sfida è perfino maggiore perché il percorso di costruzione è il medesimo ma il risultato dovrà essere “asciugato”, al limite del cinematografico. Mi piace citare Serena Sinigaglia, regista milanese con la quale ho lavorato recentemente: “la verità del cinema con l’intensità del teatro”».

 

Avete lavorato con diversi registi che si potrebbero definire giovani, e due produzioni di emergenti. Pensate ci sia spazio, quindi, per le nuove leve?

V. P.: «Io penso ci sia spazio ma ce ne dovrebbe essere molto di più. Vengo dall’Accademia di Roma e ritengo fondamentale lo studio con i cosiddetti grandi maestri, ma credo anche che importanti registi considerati appunto “maestri” abbiano avuto uno spazio e un sostegno, negli anni 70 e 80, che noi oggi non abbiamo da parte delle istituzioni. Siamo in crisi, è chiaro, e la cultura è sempre tra gli ultimi posti in materia di sovvenzioni e sostegno statale. In realtà, però, le grandi produzioni continuano a essere sostenute e troppi registi ricevono finanziamenti altissimi a discapito di giovani ricchi di idee e preparazione che non hanno i mezzi per realizzare progetti più ambiziosi. È tutto molto faticoso. Credo, però, che in momenti di crisi come questo, a fare la differenza siano le persone maggiormente produttive, soprattutto le nuove leve, in quanto si è costretti a inventarsi i proprio sogni e a crearli, senza aspettare che qualcuno passi a bussare alla porta. È un po’ quello che stiamo provando a fare noi, in questa situazione».

A.L.: «Ci deve essere spazio per le nuove leve. Anzi, ce ne dovrebbe essere di più. Viviamo in un Paese in cui vige la gerontocrazia e il teatro ha bisogno di nuova linfa. Sia ben chiaro: che io nutro un profondo rispetto per i grandi maestri. Senza di loro, noi non esisteremmo. Ho avuto la fortuna di lavorare con Massimo Castri, recentemente scomparso, ed è stata una tra le esperienze che mi ha fatto crescere maggiormente. Ma amo, nello stesso modo, lavorare con i registi emergenti. Egoisticamente ho bisogno di rubare dalle esperienze dei grandi e dalla voglia di sperimentare dei giovani. Tutto è bagaglio. Penso che sia fondamentale per un attore nutrirsi di entrambe le esperienze. Per questo mi batto strenuamente affinché la voce delle nuove leve cresca e sia ascoltata. Il teatro è materia viva e in continuo rinnovamento».

 

Dopo After the end, quali progetti vi attendono?

V. P.: «Subito dopo riprenderò al Teatro Tieffe Menotti All’ombra dell’ultimo sole, uno spettacolo musicale ispirato a Fabrizio De André, con testo di Massimo Cotto e regia di Emilio Russo. E per la prossima Stagione ancora niente di definitivo, quindi aspettiamo. Tranne, ovviamente, La Radio che Non Esiste».

A.L.: «Questa è stata una Stagione intensa e credo che, in estate, mi riposerò, mi dedicherò al doppiaggio e alla radio, con La Radio che Non Esiste, un progetto che condivido, tra gli altri, con la stessa Valeria. La prossima Stagione tornerò in scena con la compagnia dell’Elfo Puccini per The History Boys, dove interpreto il personaggio di Akthar. Quindi, una mini tournée e poi tre settimane in scena, ancora a Milano, fino a Capodanno. Per il resto, ho già ricevuto delle altre proposte ma preferisco non parlarne per scaramanzia».

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