Agli Incontri Cinematografici di Stresa, durante la serata del 18 giugno 2010 viene consegnato il premio alla carriera al più longevo regista della storia di sempre: Manoel de Oliveira, 102 anni all’anagrafe ma 104 effettivi a sentire la gente che lo conosce.

Nella sua lunga vita le prova un po’ tutte: si appassiona alle automobili e diventa pilota gareggiando anche con Nuvolari, poi si butta nel mondo dell’atletica e ottiene grandi soddisfazioni anche lì, nel 1931 gira il suo primo documentario (Douro, faina fluvial) che non riscuote molto successo in Portogallo, più per motivi politici che per altro, ma piace molto a Pirandello che, presente alla prima proiezione, sicuramente vide già allora in quel giovane il grande regista che sarebbe poi diventato.

Il regime salazarista purtroppo soffoca moltissimo la cinematografia di de Oliveira che passerà molto tempo all’estero lavorando nell’azienda del padre per sfuggire a quella politica oppressiva e castrante, ma una volta scomparso Salazar ritorna al cinema e comincia a realizzare un cospicuo numero di film con attori del calibro di Mastroianni, Catherine Deneuve e Michel Piccoli.

Io ho la fortuna di incrociarlo, verso le cinque e mezza del pomeriggio, nei corridoi del Regina Palace subito dopo la sua conferenza stampa accompagnato evidentemente dal traduttore. Non l’avevo mai visto prima, ma chissà perché capisco che non può essere altri che lui e mi avvicino con l’intento di intervistarlo, se me lo concede… Mi sento immediatamente sovrastata dai suoi 102 anni e dal suo metro e settantacinque asciutto e per niente appesantito dal tempo che sembra passargli accanto e non addosso.

Gli chiedo a bruciapelo: “Maestro, come si sta a Stresa?” per saggiare il terreno e lui gentilmente mi risponde col sorriso che è un ‘lugar maravilhoso’ e che rimarrebbe volentieri ‘aqui’. Poi gli domando, tra il serio e il faceto, se ha intenzione di regalarci altri film dopo “Singularidades de uma Rapariga Loira…” e con mia grande sorpresa mi fa presente che dal 1990 si è ripromesso di fare almeno (e sottolineo almeno) un film all’anno, proposito che sta mantenendo egregiamente perché ha già fatto un altro film che si intitola “O Estranho Caso de Angélica”. Mi scuso con lui per la mia ignoranza e dato che ormai siamo di fronte all’ascensore gli lancio la mia ultima domanda: “Che consiglio darebbe ai giovani di oggi?”, lui pensa un attimo e poi dice: “Conselho da Juventude a alcançar na vida o que você realmente sente … Eu sempre fiz e vou continuar a fazê-lo!”.

Capisco ancor prima che il nipote mi traduca. Lo ringrazio molto per la sua disponibilità, lo saluto e lui mi fa il baciamano, da gentleman d’altra epoca, lasciandomi lì a guardare le porte dell’ascensore che si chiudono mentre penso che mai e poi mai avrei osato immaginare che un giorno mi sarebbe capitato di vedere un intero secolo dentro un ascensore.

Quella sera stessa rimango irrimediabilmente affascinata dalla sua pellicola limpida, onesta e altruista che racchiude in soli 64 minuti tutto il meglio della cultura portoghese e si distende placida sulle rive di una Lisbona vista con occhi d’altri tempi: occhi che sono rimasti ben aperti su un mondo che è cambiato a una velocità incredibile e che non hanno più fretta perchè il meglio (e il peggio) lo hanno già visto e tutto quello che accade adesso è un di più che va preso alle giuste dosi e con i giusti tempi.

E’ la prima volta, dice de Oliveira, che si ispira a una novella di uno scrittore realista e si trova a dover fare i conti con il passato che il protagonista evoca mentre racconta alla signora seduta accanto a lui sul treno le sue disavventure amorose perchè, si sa, ‘quello che non racconti a un tuo conoscente, quello che non racconti a un tuo amico, lo racconti a uno sconosciuto…‘ e il regista, mago della ‘mise-an-place’ più raffinata, confeziona questo racconto con una delicatezza quasi infantile che prende corpo nei tempi lunghi e diluiti del montaggio, nei colori tenui della fotografia e nelle inquadrature fisse sul panorama lisboniano dilatate quanto basta a lasciare il tempo allo spettatore di pensare a quanto si sta vedendo scorrere sullo schermo, per poterlo lasciare scorrere anche dentro di noi (cosa assai rara al giorno d’oggi, epoca infausta di reality-show che hanno proprio lo scopo contrario: impedire alla gente di pensare a quello che si sta guardando altrimenti si smetterebbe subito di guardarlo).

Il film il cui titolo in italiano è “Eccentricità di una ragazza bionda”, narra la storia di Macàrio che, subito dopo aver accettato il suo primo lavoro come contabile nel negozio dello zio a Lisbona, si innamora perdutamente di una giovane ragazza bionda che vive dall’altro lato della strada. Decide in cuor suo di sposarla e fa di tutto per incontrarla e chiedere la sua mano, ma lo zio, del tutto contrario al matrimonio, lo licenzia e lo butta fuori casa. Macàrio parte allora per Capo Verde dove fa fortuna e dopo molto tempo e molti stenti, quando ifinalmente riesce a strappare allo zio l’approvazione per le nozze con la sua amata, ecco che scopre in lei qualcosa che cambierà tutto e che non vi voglio anticipare…

La fotografia è morbida e delicata, il montaggio liscio, ordinato e lento: pare quasi di trovarsi a teatro. Anche la recitazione degli attori è molto più teatrale che cinematografica (memorabile una delle ultime scene, in cui la ragazza si accascia su una poltrona come una marionetta sconfitta alla quale sono stati tagliato i fili) e gli spazi sono divisi equamente fra musica, arte, architettura e poesia con la generosità tipica di chi vuole fare un regalo gradito al suo paese senza chiedere nulla in cambio, citando i nomi e i cognomi di tutti gli artisti che trovano un piccolo spazio riservato apposta per loro nella narrazione. La regia è innocente e mai scabrosa incentrata sul far vedere solo quello che è opportuno e voltando la telecamera o cambiando scena ogni qual volta è conveniente lasciare all’immaginazione il compito di rendere ciò che sta evidentemente accadendo e che sarebbe superfluo mostrare, come quando Macàrio bacia per la prima volta la sua amata e la ripresa scende pudicamente a un mezzo primo piano della gamba di lei che si alza, proprio come facevano le pin up nei film muti.

Anche questo è estremamente contro tendenza in un periodo in cui il cinema e la televisione mirano ossessivamente a fare primi piani nitidi dell’inopportuno per eccellenza, quasi a voler cancellare definitivamente il confine fra lecito e illecito scartavetrando le coscienze già callose di un pubblico apatico che non si scompone più nemmeno di fronte alle scene più abiette con l’orgoglio di chi dice “Ah, ma ormai non mi fa più impressione…”. Male, dico io, molto, molto male, perché impressionarci è un nostro diritto e se permettete me lo tengo ben stretto.

Ringrazio profondamente de Oliveira a nome di tutti coloro che tentano faticosamente di remare controcorrente proteggendo la propria coscienza dall’insensibilità dilagante e gioendo delle emozioni pure che solo maestri come de Oliveira riescono ancora a donare con la semplicità di un treno che scompare all’orizzonte dietro a una curva. Ricorderò per sempre le sue ultime parole prima che l’ascensore si chiudesse: “Ai giovani consiglio di realizzare nella vita solo quello che sentono veramente… Io l’ho sempre fatto e sto continuando a farlo!”.

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