Diretto da Lorenzo Montanini, con il supporto alla regia di Velia Viti, e in scena al teatro Studio Uno di Roma fino a pochi giorni fa, Il Pasticciaccio è uno spettacolo per soli 15 spettatori liberamente ispirato a Quel pasticciaccio brutto de via Merulana, il romanzo che Carlo Emilio Gadda scrisse nel 1946.

Pubblicato in cinque puntate sulla rivista Letteratura e solo undici anni dopo in un unico testo, Il pasticciaccio di Gadda è una storia corale e intricata, intrisa degli aspetti più veraci di quella romanità già fortemente identificata nel titolo dell’opera. Proprio per la sua struttura complessa e articolata, chi conosce il romanzo originale difficilmente potrebbe immaginare una sua trasposizione teatrale. Eppure, dopo aver visto lo spettacolo di Montanini qualcuno potrebbe anche osare dire che finalmente è stata abbattuta la quarta parete. Come? Nessun effetto speciale, ma solo la capacità di coreografare in maniera perfetta gli attori e di coinvolgere gli spettatori come parte integrante della scena, abbattendo la tradizionale distanza tra pubblico e palcoscenico. Per capire come questo sia stato possibile, abbiamo incontrato il regista Lorenzo Montanini e l’aiuto regista, Velia Viti.

Come nasce l’idea di questa messa in scena?

Lorenzo Montanini: «L’idea nasce dalla passione per il libro di Gadda e da una sorta di insofferenza in un momento storico in cui sembra che gli unici temi da trattare, anche a teatro, siano i problemi dei giovani e il precariato. Credo che fare teatro oggi sia di per sé già un atto utopico, fuori dal tempo e di conseguenza politico nel senso nobile del termine, nella sua capacità di aggregare persone diverse, riunirle in uno stesso luogo e farle partecipi di una storia. La pausa tra la prima e la seconda parte, ad esempio, spero sia un momento in cui il pubblico possa parlare e scambiare opinioni su quello che ha appena visto. È l’incontro tra sconosciuti, come scriveva Grotowski, a essere importante, ancor più del tema trattato. E credo anche che le grandi storie, se scritte davvero bene, siano una sorta di contenitore universale, un caleidoscopio di vizi e virtù dell’uomo, che volendo generalizzare è il tema ultimo di qualsiasi opera».

L’opera era già stata messa in scena. Quali sono i cambiamenti?

L. M.: «Lo spettacolo è molto simile a quello di due anni fa. Sono cambiati un po’ i personaggi e abbiamo fatto, insieme al cast – che per metà è quello originale – un lavoro di approfondimento sul modo in cui la storia è raccontata, sulla comprensione del testo e dell’adattamento. Il cambiamento più significativo è l’unione della prima e della seconda parte, che erano concepite come due “puntate” separate, e qui sono lo stesso spettacolo. Abbiamo quindi creato completamente ex-novo la pausa tra primo e secondo atto, che è anch’essa parte integrante dello spettacolo».

Perché la scelta di un “teatro in 3D” per soli 15 spettatori?

L. M.: «Ho sempre trovato molto stimolante l’idea di costruire un pezzo teatrale basandosi sullo spazio in cui deve essere rappresentato. Trovo molto interessante l’opportunità di reinventare un luogo, cercando di utilizzarne tutte le possibilità. Direi che è sia lo spazio che è stato adattato all’opera che l’opera allo spazio. Così l’idea di messa in scena è stata pensata e sviluppata appositamente per il teatro Studio Uno. L’idea dello spettacolo è nata dallo spazio stesso. Abbiamo stravolto la struttura utilizzando senza differenza spazio scenico e platea, foyer e cortile esterno, perché tutto concorresse a dare allo spettatore l’idea di essere immerso nel condominio di via Merulana».

Lo spettacolo mescola linguaggi: la canzone d’autore con la tv e il cinema.

L. M.: «Sono convinto che il teatro debba essere “totale”, una sintesi di tante arti dal vivo, come la musica o la danza. L’importante è avere la libertà di attingere a linguaggi diversi. La parte divertente e creativa sta nell’utilizzarli cercando di renderli più assoluti, slegati dalla loro epoca. Mi piace il “riciclo” delle cose, senza confini di genere, cercando però di utilizzare tutti gli elementi per la stessa storia e cercandone l’omogeneità».

Lo spettatore è completamente immerso nella scena.

L. M.: «Penso che il teatro oggi non possa prescindere dalla concorrenza con le altre arti, soprattutto il cinema, al punto da mescolare le terminologie, proprio come nel caso della parola “3D”. Ma come potrebbe il teatro non essere in 3D? La comunicazione teatrale è sempre stata la più completa. E oggi io penso sia fondamentale esplorarne tutte le possibilità, sempre tenendo distinti, però, il pubblico e gli attori. Il pubblico di oggi è smaliziato, ha già visto tanto e non si stupisce quasi più di fronte a nulla. Cerco, ogni volta che dirigo uno spettacolo, di fare soltanto quello che piacerebbe vedere a me, quello che mi stupirebbe, o avrei voglia di veder succedere».

Velia Viti: «Per ogni spettacolo c’è una “giusta distanza” di osservazione, come per un quadro. Lorenzo ha voluto ridurre questa distanza al minimo, a uno spazio dove il trucco teatrale è bandito, dove tutto deve essere vero e tangibile: gli spettatori sono fianco a fianco agli attori, fino a sentirne il fiato sul collo. Le reazioni del pubblico sono sempre evidenti, il coinvolgimento è diretto e immediato. Le parole hanno un importanza determinante, sono un fiume incessante che trasporta e dà senso a tutte le “invenzioni” sceniche».

In che modo avete pensato di rendere la coerenza del “pasticciaccio”?

L. M.: «Rifare tutto il libro a teatro è un’impresa quasi impossibile. Lo spettacolo ruota attorno alla passione amorosa di Ingravallo per Liliana Balducci, e tutto il resto dell’indagine è seguito tenendo presente questo amore come filo conduttore. La storia si complica a tal punto da far sì che sia il pubblico che il protagonista ne perdano le tracce, nel tentativo, vano, di mettere ordine alla realtà. L’assassino non si troverà mai, e l’indagine stessa si scioglie in un mondo di personaggi, luoghi, voci, rapporti e sogni. La dimensione onirica nello spettacolo è fondamentale: l’unica salvezza dell’uomo è tradurre in sogno il crudo squallore della realtà. Infondo non siamo sempre tutti alla ricerca di una storia da ascoltare?».

La scenografia è fortemente simbolica.

L. M.: «Ad esempio, l’idea delle collane appese al soffitto nasce da un insieme di elementi: innanzitutto l’indagine sulla sparizione dei gioielli della contessa Menegacci. La scena è ispirata ad un passo del libro di Gadda che viene poi raccontato immediatamente dopo: una lunga descrizione di una gran quantità di gioielli che franano giù, rotolano dappertutto davanti allo sguardo sbigottito dei carabinieri che li ritrovano. E sempre mantenendo la dimensione magica e onirica i gioielli si tramutano in una cascata di palloncini colorati che riempiono la stanza».

Pensare che sia ancora attuale la “romanità” dell’opera?

L. M.: «L’Italia è un Paese ancora fortemente “provinciale”. L’attualità incredibile dell’opera di Gadda sta nel gran calderone di dialetti, tipi umani, uomini e professioni, stereotipi e modi di dire che sono presenti ancora oggi. E, al di là dell’opera stessa, che lo ripeto, penso sia assolutamente straordinaria, a far riflettere è l’immutabilità della nostra Italia, ancora uguale a più di 70 anni fa nella sua essenza».

V. V.: «Utilizzare il dialetto, ricreare quell’atmosfera un po’ da osteria o da “sagra”, sicuramente mira a recuperare elementi della tradizione, non direi esclusivamente romanesca, ma in generale paesana, talvolta rurale (come sono i luoghi di provenienza di molti personaggi, dalle “nipotine” della Balducci al commissario Ingravallo). È l’immagine di un’Italia in bianco e nero, ormai purtroppo quasi del tutto scomparsa, che per poche ore, ogni sera, riappare, nel cortile e nella sala del teatro Studio Uno».

Lo spettacolo andrà scena:
Teatro Studio Uno
Via Carlo della rocca 6, Roma
dal 7 al 12 giugno
orari 19:30 e 21:45
prenotazione obbligatoria al 3288350889

Il Pasticciaccio
da Carlo Emilio Gadda
regia di Lorenzo Montanini
assistente alla regia Velia Viti
con Marco Bilanzone, Eleonora Cucciarelli, Alessandro Di Somma, Maria Antonia Fama, Lucia Nicolini, Eleonora Turco, Diego Venditti e Sonia Villani