Lodovica San Guedoro

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Lodovica San Guedoro, articolo di "Velia Viti" su Persinsala
giovedì , 17 Ottobre 2019
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Lodovica San Guedoro
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Esce in libreria L’ultima estate di Teresa Tellez, il nuovo atteso romanzo di Lodovica San Guedoro. Fra lettere e testimonianze, Vienna e limpidi paesaggi alpini, Goethe e Collins, si consumano gli ultimi mesi di tre scrittori, uniti da un legame d’amicizia e d’amore. Andrea, Teresa e Giovanni: tre scrittori, tre artisti, tre individualità eccezionali. È …

La natura umana è un unico diamante

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Esce in libreria L’ultima estate di Teresa Tellez, il nuovo atteso romanzo di Lodovica San Guedoro. Fra lettere e testimonianze, Vienna e limpidi paesaggi alpini, Goethe e Collins, si consumano gli ultimi mesi di tre scrittori, uniti da un legame d’amicizia e d’amore.

Andrea, Teresa e Giovanni: tre scrittori, tre artisti, tre individualità eccezionali. È Giovanni che inizia a narrare le loro vicende, attraverso lettere indirizzate a un amico restauratore fiorentino, il quale, dopo la sua morte, s’incarica di raccoglierle in un volume, aggiungendovi altre lettere mai spedite, il testo ritrovato in un quaderno e le testimonianze dei loro estremi mesi di vita fornite da un’anziana locandiera viennese, da un’impiegata delle Poste e da un contadino che, con il loro racconto, aggiungono particolari alla storia, lasciando tuttavia avvolta nel mistero la ragione del triplice suicidio, avvenuto per mezzo di una mistura di cicuta, papavero e datura. In quelle pagine passa il profondo legame che c’è stato fra i tre amici, la loro delusione verso un mondo che ha messo al bando Arte e Natura, ma soprattutto la passione amorosa di Giovanni per Teresa, spirito tormentato, compagna di Andrea.

Sono ormai passati diversi anni da quando ho avuto il piacere di incontrare la San Guedoro all’ombra di alberati viali romani. Da allora sempre più di rado la scrittrice italiana ha lasciato la sua abitazione di Monaco di Baviera. Anche questa intervista purtroppo avviene per via telefonica.

Ha svelato di avere I dolori del giovane Werther fra le fonti di ispirazione de L’ultima estate di Teresa Tellez. Vorrei azzardare a dire di avervi trovato echi di un altro romanzo goethiano, Le affinità elettive. C’è dunque un legame particolare che la unisce a Goethe? Oltre al fatto che come lei fu autore sia di romanzi che di opere teatrali…

Lodovica San Guedoro: « E’ stata l’ultima rilettura de I dolori del giovane Werther a spronarmi consapevolmente alla creazione di un’eroina femminile che incarnasse la medesima problematica, trasferita nel presente: quella della disperazione e del suicidio provocati dalla rovina sentimentale e dalla delusione sociale. Mi sentivo satura delle necessarie esperienze e matura per poterlo fare: matura fino a scoppiare. Ne L’ultima estate di Teresa Tellez la delusione sociale coincide con la messa al bando dell’artista in una realtà interamente dominata dal principio economico, che ha abiurato alla forma più eletta di liberazione e di gioia, l’Arte, condannando l’artista a una tetra solitudine e se stessa a una macabra follia. Presente ho avuto anche il Jules e Jim  di Henri-Pierre Roché. Ma non mi sorprende affatto che Lei abbia trovato in questo mio romanzo echi de Le affinità elettive. L’ho troppo amata e troppo sentita, questa tarda, sublime opera goethiana, perché i suoi spiriti non passassero prima o poi per vie inconsce nel fluido della mia penna. Fin dagli esordi, sono stata legata a doppio filo all’amabile vate germanico: i dialoghi del signor Friedenthal e dell’investigatore privato, sostanza filosofica del giallo letterario, Incitazione a delinquere, mi sono stati decisamente ispirati dai colloqui di Goethe con Eckermann. Goethe è per me una fonte perenne di giovinezza e di saggezza, in cui mi sono sempre immersa e torno ad immergermi.»

In diverse sue opere ci sono elementi autobiografici, trasfigurati nella letteratura. Cosa ci può dire a proposito di questo ultimo romanzo?

L.S.: «Che è tutto schiettamente autobiografico, pur nella trasfigurazione poetica, lo è persino quando non ricalca la mia biografia.»

L’attenzione che pone nella costruzione dell’opera in ogni dettaglio e il raffinato gusto estetico che la guida, fanno rassomigliare i suoi testi a delle partiture musicali, perfette nel ritmo, calibrate in ogni passaggio. La realtà che descrive è una galleria di quadri classici, la pinacoteca di qualche principe  rinascimentale. È questa l’immagine del reale che ha Lodovica San Guedoro? Cosa ha davanti agli occhi?

L.S.: « L’immagine che ho del reale è spregevole quanto il reale. Quel che di rinascimentale Lei ravvisa nella mia opera discende dall’ideale divino, il medesimo che improntò il Rinascimento. Sono nata e cresciuta in Italia, ho avuto la grazia di vivere nell’atmosfera di straordinaria bellezza dei paesaggi e delle città esteticamente più pregevoli del pianeta: dovevo pur fare qualcosa di questo lascito!»

Ne L’ultima estate di Teresa Tellez la storia è raccontata da differenti punti di vista, mai quello dei protagonisti, e questo crea un certo mistero attorno a loro. Fra i suoi romanzi c’è anche uno straordinario giallo che lei ha nominato prima, Incitazione a delinquere. Secondo lei che rapporto c’è fra scrittura e indagine?

L.S.: «La scrittura potrebbe essere definita come la forma più umana e più alta di indagine psicologica; la letteratura gialla d’autore sviluppa anch’essa la sua indagine psicologica, mentre fa mostra di attenersi  al cliché poliziesco.»

Andrea, Teresa e Giovanni: tre individualità eccezionali e sconfitte, tre raffigurazioni dell’essere artisti a confronto. Quale identità artistica incarna invece Lodovica San Guedoro? A chi dei tre si sente più vicina?

L.S.: «Lodovica San Guedoro è Teresa, ma anche, moltissimo, Giovanni. Non è sicuramente Andrea, un’individualità diversa, persino opposta, e ciò nondimeno affine. La natura umana è, malgrado le sfaccettature individuali, un unico, eterno diamante. Quello che Simone de Beauvoir asserisce della verità, con grande scandalo di chi non comprende, vale anche per la natura umana: essa è una. Ovviamente tanto la prima quanto la seconda vanno cercate negli strati più profondi, al di sotto dei depositi accidentali che le soffocano entrambe.»

La sua produzione letteraria è variegata e molteplice: Gli avventurosi Simplicissimi, Carne Morta, Fedra e le mammine nei caffè, sono solo alcuni titoli. E ovviamente le opere teatrali: L’avaro grandioso, Amore è stufo, La vita è un sogno. Quando e perché ha iniziato a scrivere?

L.S.: « A meno di vent’anni, dopo aver fatto il necessario gruzzolo come supplente di Filosofia e Inglese al romano Liceo linguistico di via Boncompagni, presi il volo per Parigi, la città che agli occhi della mia fantasia s’identificava col romanzo, col sogno e con l’avventura: la decisione di divenire scrittrice era presa. Ma la prima opera compiuta la scrissi alcuni anni dopo: Carne morta. Perché vola un uccello? Perché nuota un pesce? Penso non se lo chiedano. Ma, è certo, non potrebbero fare diversamente. Avevo sempre letto, avevo letto e sognato fin dalla più tenera età. Avevo anche molto osservato e contemplato, benché anche tanto giocato. A un certo punto tutta quella deliziosa passività, tutti quei mondi assorbiti, accarezzati, quelle eteree fantasie vagheggiate avevano tanto riempito il vaso della mia interiorità da traboccare: da passiva fruitrice della parola e del silenzio, divenni del tutto fatalmente attiva creatrice delle parole e adoratrice del silenzio. Il silenzio  è la condizione fondamentale, il concavo “clima”  da cui si genera ogni forma d’Arte, la silenziosa Poesia al pari della “rumorosa” Musica. Però non fu estranea al sorgere della mia vocazione la dialettica con la realtà, la delusione inflittami dal mondo, o esperienza morale: per legge biologica, pressoché tutti gli scrittori hanno scoperto la loro vocazione a ridosso dei vent’anni, dopo essere stati profondamente traditi dalla vita e aver visto con orrore e disperazione quale abietto caos sia la convivenza umana.»

Quanto in lei la romanziera contamina la drammaturga e viceversa?

L.S.: «Una commedia e un romanzo scaturiscono dalla stessa anima, ed è naturale che vi si affaccino i medesimi nodi e le medesime ossessioni. Ripetutamente nei miei romanzi è stata inoltre avvertita una qualità teatrale, e del dramma La vita è un sogno un’attrice del Burgtheater ha sostenuto che fosse insieme lirico ed epico…»

Non le chiedo la sua opinione sulla attuale crisi, sulla messa a morte dell’arte nel mondo di oggi, sul decadimento del ruolo dell’artista. Sarebbe gettare legna su un rogo già altissimo, che ci brucia sempre più gli occhi. Quello che invece le chiedo è: la cenere che ne resta è generativa secondo lei? E come è possibile  ricreare una nuova relazione con l’arte in questo momento storico?

L.S.: «Se la cenere sia generativa? Credo di sì, deve pur contenere dei residui dei materiali che la fiamma ha bruciato. Il problema è solo: quando lo sarà? A quali generazioni toccherà l’ine-sprimibile gioia di uscire dall’evo buio? Quante distruzioni si renderanno ancora necessarie, quante opere d’arte, libri, monumenti, uomini e città dovranno perire, prima che si produca una rinascita? In ogni caso questa non potrà mai aver luogo prima che il genere umano ritrovi delle basi relativamente naturali per la sua convivenza… Arte e Natura sono sempre state unite da un giuramento indissolubile. In questo momento storico sarebbe già qualcosa come una rivoluzione, se gli artisti, nati in epoche anteriori e più naturali, riuscissero a contarsi e a emergere dall’anonimità, ad inalberare pubblicamente il vessillo dell’Arte. Sarebbe utile per l’Arte e per i potenziali fruitori di essa. Darebbe loro fede e coraggio.»

Intervistare Lodovica San Guedoro e non parlare affatto di teatro mi è impossibile.

Anche se siamo fuori contesto, mi permetta solo una domanda. Nel romanzo Vent’anni prima di Johann Lerchen-wald, che lei ha rivisto e ampliato, c’è questo passaggio: “Oggi, il Teatro non produce più niente, non è più solenne e grandioso, non è più psicologico e introspettivo, non è più uno specchio lucido dell’anima umana e delle sue caverne, non è più una discesa agli Inferi; il Teatro, oggi, non è più capace di infiammare con nuovi audaci voli, non è più originale e creativo: rimastica solo senza entusiasmo il passato, quando non lo scempia, e solo in rari casi siamo in grado di entusiasmarci per una messa in scena appassionata (…). Si può, quindi, sostenere in perfetta buona coscienza che il Teatro odierno, oltre a non possedere più quel carattere di evento eccezionale, che lo contraddistingueva all’inizio della sua storia, non ci riserva nemmeno più quella sorpresa eccitante e vivace, sempre connessa con la novità, che largì anche in epoca borghese ai nostri antenati: esso ha semplicemente i suoi fan, come il calcio o la musica leggera”. Queste sono parole sue o di Lerchenwald?

L.S.: « Di Lerchenwald il concetto, l’elaborazione mia. Lui partorì il concetto all’inizio della sua carriera letteraria, senza verificarlo, ma  con la vista interiore o intuizione dell’artista;  io, tanti anni dopo, non potei che suffragarlo e lo articolai alla luce delle esperienze fatte in prima persona, come drammaturga, negli ambienti teatrali di mezza Europa, nonché delle osservazioni derivate da un’attenta e ansiosa frequentazione dei luoghi scenici. Limitiamoci all’Italia: nell’Ottocento Dumas, che visse prolungatamente a Napoli, la città che meglio aderiva al suo gusto e le cui estrosità e malizie gli richiamavano quelle della sua cara Parigi, notò, con stupore venato di dispetto, l’assenza  di un teatro contemporaneo italiano; nel Novecento Eduardo De Filippo ebbe a rilevare come la figura dell’autore drammatico non fosse nemmeno lontanamente contemplata; nel Duemila io mi permetto di osservare come la triste verità da loro individuata perduri immutata.»

Lo stesso vale anche per la letteratura? Qual è la sua opinione al riguardo? C’è qualcuno o qualcosa che salverebbe da questa grigissima visione?

L.S.: « Che viviamo orfani di vera letteratura è ammesso persino, a seconda delle lune, da coloro che orchestrano la mediocrità imperante: solo è recitato come uno sciocco ritornello colpevole. A livello teatrale, il panorama europeo è dominato da un intellettualismo preconfezionato e perverso. In campo letterario, questo atteggiamento ideologico è invece assente e la produzione meno uniforme, benché paccottiglia per masse incoerenti… Ma anche ai meno triviali romanzi e racconti contemporanei manca quell’intrinseca necessità che denuncia l’opera d’arte. L’atto di scrivere è, allo stato dei fatti, qualcosa di fondamentalmente vacuo e ozioso, motivato per lo più da insopportabile vanità. La parola perde in verità, non illumina più le profondità dell’essere e della vita, si muove su una labilissima superficie e… prolifera  autonoma. Cosa salverei, tenuto conto di questa visione? L’ipotesi e la speranza che, mentre sopra impazzava lo scempio, nelle catacombe della letteratura e del teatro possano essere, malgrado tutto, nate opere valide, nel solco della nostra audace e splendida tradizione occidentale, opere infallibilmente scartate o ignorate dalla crassa rozzezza spirituale di chi regge le sorti culturali oggidì.»

Pensa mai di tornare in Italia?

L.S.: «Tornarvi a vivere? Mi sembra chimerico. Un artista ha bisogno di sentirsi attorno una realtà con un minimo di leggi e di ordine. Il caos gli fa più male che agli altri. Per capire quanto forte sia il mio rifiuto, consideri che io, di origine siciliana e nata a Napoli, mi privo del radioso sole del Sud e delle antichità consolatrici. Ma ho mitigato il dolore della perdita, facendo il mio nido in una specie di torre circonfusa di luce, all’altezza di quel cielo monacese in cui errano riflessi del cielo italiano: da lì la vista spazia su tetti di piccole case, verdi chiome, giardini con alberi da frutto, voli di uccelli, lenzuola che palpitano nel vento…»

Lodovica San Guedoro
L’ultima estate di Teresa Tellez
Felix Krull Editore
€ 17,56 

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