Joshua Wahlen e Alessandro Seidita

Joshua Wahlen e Alessandro Seidita

Joshua Wahlen e Alessandro Seidita, articolo di "Simona Maria Frigerio" su Persinsala
giovedì , 17 Ottobre 2019
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Un camper, tredici eremiti, 10 mila Euro per le spese di post-produzione e due cineasti di origine siciliana – Joshua Wahlen e Alessandro Seiditai. Questi i numeri, scarni ma indicativi, del docufilm Voci dal Silenzio. Un video che entrerà nel calatogo Infinity (e, forse, per una volta il pubblico potrà vedere qualcosa di diverso dal …

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Un camper, tredici eremiti, 10 mila Euro per le spese di post-produzione e due cineasti di origine siciliana – Joshua Wahlen e Alessandro Seiditai. Questi i numeri, scarni ma indicativi, del docufilm Voci dal Silenzio. Un video che entrerà nel calatogo Infinity (e, forse, per una volta il pubblico potrà vedere qualcosa di diverso dal trito e roboante blockbuster a stelle e strisce), se raccoglierà, entro il 24 luglio, con il crowdfunding, almeno 5 mila Euro sulla piattaforma Produzioni dal Basso.

Augurandogli di raggiungere l’obiettivo, ve li presentiamo, con un’intervista che racconta loro, il loro lavoro, le difficoltà di produrre in Italia film non mainstream (anche a causa di quei finanziamenti pubblici che finiscono sempre nelle tasche del botteghino) e, soprattutto, un universo di ascetismo che, nella nostra società dell’interconnessione fagocitante, sembra più distante del paradiso.

Come mai vi siete appassionati a un soggetto originale come la vita degli ultimi eremiti? 
 

Joshua Wahlen e Alessandro Seiditai: «L’idea del documentario prende forma non da un’intuizione immediata né da un incontro fortuito con qualcuno o qualcosa. Possiamo considerarla il frutto di un lungo percorso, un percorso vissuto sia artisticamente che interiormente. Tutta la nostra produzione, in fondo, sembra puntare all’analisi di voci fuori dal coro, di persone che non hanno ruoli dominanti all’interno della società. Probabilmente siamo mossi da un’implicita ammirazione nei confronti di chi ha il coraggio di scoprire se stesso al di là dei conformismi e delle immagini che i contesti sociali ci costringono ad assumere. I nostri lavori si sviluppano pertanto a partire da precisi antagonismi – il mondo esteriore e quello interiore; la realtà per come desideriamo che sia e per come è realmente  e i protagonisti si muovono sempre all’interno di questi conflitti, fino ad abitarne il paradosso:  detenuti che ritrovano tra le sbarre il senso profondo della libertà, tossicodipendenti alla ricerca dei più alti principi di moralità, personalità mistiche intente a costruire un disegno razionale del reale. È questa matrice conflittuale, carica di risvolti positivi, che ci ha portato ad affrontare un tema come quello dell’eremitaggio».

Quali difficoltà avete eventualmente trovato nel contattarli e convincerli a partecipare al vostro docu-film? 

W. e A. S.: «La difficoltà più grande veniva più che altro da noi, dal nostro conflitto interiore. Era giusto o no andare a rompere lo spazio di silenzio di queste persone? È inutile dirvi qual è stata la nostra risposta, ma questo dissidio in qualche modo ha sempre accompagnato la realizzazione del documentario. In fondo, è stato un elemento indispensabile per orientarci all’interno delle relazioni e dare al lavoro un certo tipo di taglio registico. Un po’ come muoversi dentro uno spazio abitato da oggetti preziosi e incredibilmente fragili, ogni movimento deve essere ben equilibrato». 

Ravvisate delle motivazioni in comune nella scelta di dedicarsi all’ascetismo?

W. e A. S.: «Cè una grande eterogeneità dell’esperienza: la storia personale dell’eremita e la tradizione all’interno della quale vive, il ritiro, diventano fattori peculiari in grado di distinguere una storia  dall’altra. Tuttavia sembra esserci un’attitudine comune, un particolare approccio all’esistenza che caratterizza tutte le figure incontrate. È difficile parlarne, anche lì ci sono diversi livelli di analisi, ma volendo sintetizzare diremmo che la chiave dominante è l’esperienza dell’Amore. Cosa vogliamo dire con questo? L’eremita è un uomo in ricerca, e l’elemento trainante di questa sua ricerca è quel sentimento autentico e profondo di cui presagisce la potenza. Non un sentimento qualsiasi. Parliamo dell’Amore. Ed è la tensione verso questa esperienza pervasiva che stempera difficoltà e sacrifici. Se non vi fosse questo slancio, difficilmente l’eremita sopporterebbe l’isolamento e le tante rinunce cui va incontro. Scrive Meister Eckhart: Per colui che soffre non per amore, soffrire è una sofferenza vera, difficile da sopportare. Ma colui che soffre per amore, non sente la sofferenza come vero dolore, e il suo soffrire è appagato dalla visione di Dio».

L’ascetismo, attualmente, ha sempre una base religiosa o potrebbe ricollegarsi anche a esigenze filosofiche e scelte di vita altre? Da un ritorno alla natura a un bisogno di rifuggire da una società troppo materialistica. 

W. e A. S.: «Difficile dirlo. All’interno di questa esperienza, anche chi non si accompagna a una tradizione religiosa, sembra sviluppare un approccio all’esistenza che difficilmente non definiremmo  spirituale. Non sono i nomi, le dottrine, i diversi credi a fare la differenza. Quando si raggiunge una certa consapevolezza si comincia a vivere e sentire lesistenza in una maniera completamente diversa. L’esperienza eremitica offre dunque lo spazio per un ritorno a una visione contemplativa,  ed è indirettamente critica nei confronti della società moderna perché questa è contraria alla vera natura dell’uomo». 

A che punto è il vostro progetto?

W. e A. S.: «Siamo immersi in una tra le fasi più delicate, quella del montaggio. La sfida è orchestrare le tante testimonianze in un’opera corale che possa trasmettere al pubblico non solo il valore di ogni singola esperienza, quanto una visione unitaria e profonda dell’uomo in ricerca».

Il crowdfunding a cosa vi servirà esattamente? 


W. e A. S.: «A coprire una parte delle spese vive necessarie per la realizzazione del documentario. Le voci sono tante: montaggio ed editing, missaggi audio, colonne sonore, color correction, grafiche, traduzioni e sottotitoli, eccetera. Prenotando in anticipo la visione del documentario (https://www.produzionidalbasso.com/project/voci-dal-silenzio-post-produzione/) si contribuirà alla sua realizzazione».

È difficile per un regista, oggi, proporre e portare avanti progetti non commerciali? 
 


W. e A. S.: «Lo è, indubbiamente.  Ma è un problema che oggi riguarda l’intero settore artistico e culturale. Nell’ambito della produzione documentaristica ci sono poi delle specifiche criticità strutturali: il settore privato privilegia produzioni “sicure”, che adottano dei linguaggi stereotipati e di facile lettura, tali da garantire un ritorno economico. E il settore pubblico, che in altri Paesi europei sostiene ampiamente le produzioni indipendenti, in Italia supporta quasi esclusivamente quelle realtà produttive già consolidate che vantano canali distributivi rodati e solidi».

Molti lamentano i problemi della distribuzione cinematografica in Italia per le produzioni dei cineasti. Voi quali canali adoperate per far conoscere i vostri lavori? 

W. e A. S.: «L’apparato distributivo, per la maggior parte degli autori, è di difficile accesso.  Un ruolo vitale è svolto dunque dai festival, dalle rassegne e dai cineclub. Nella nostra esperienza abbiamo notato che spesso è il tema dell’opera a favorire dei canali rispetto ad altri. In Viaggio a Sud, ad esempio, raccontavamo le criticità della nostra terra d’origine, la Sicilia, a partire dai suoi luoghi più fragili: le piccole borgate di mare, le contrade di campagna, i borghi di montagna. Era un lavoro legato al territorio. E il territorio ha risposto attraverso circoli, associazioni, centri sociali e cineclub, che si sono spesi per organizzare proiezioni e dibattiti».

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