Ritratti d’autore

Maurizio Dell’Orco è un direttore della fotografia italiano, membro dell’AIC. Tra i suoi film più noti, Una storia d’amore di Citto Maselli, Demoni 3 di Umberto Lenzi e il più recente A mano disarmata di Claudio Bonivento, con Claudia Gerini. Dell’Orco è stato l’ultimo direttore della fotografia di Michelangelo Antonioni, affiancandolo nella realizzazione de Lo sguardo di Michelangelo, cortometraggio del 2004. Il film breve, che rappresentava simbolicamente l’addio del novantaduenne Antonioni al cinema e al suo pubblico, è stato girato interamente nella chiesa romana di San Pietro in Vincoli e mostra l’anziano regista, muto da tempo a causa di un ictus, confrontarsi con le forme delle statue scolpite secoli prima dal suo omonimo Michelangelo Buonarroti.

Come ha conosciuto Michelangelo Antonioni?
Maurizio Dell’Orco: «Ho conosciuto Antonioni molti anni fa, grazie a Carlo Di Carlo, amico in comune, suo collaboratore e critico di fiducia che ha scritto diverse opere sul suo cinema. Michelangelo mi ha sempre simpaticamente sostenuto, frequentavo casa sua e nonostante la distanza d’età cercava di seguire e di supportarmi nel mio percorso. Quando l’ho incontrato per la prima volta facevo ancora l’operatore di macchina. Piano piano divenni direttore della fotografia e poi, ai tempi della preparazione di Nostalghia, lui mi introdusse addirittura ad Andrej Tarkovskij. A metà degli anni ottanta, inoltre, fu lui a consigliarmi come direttore della fotografia a Citto Maselli per Una storia d’amore»

Quali sono state le sue prime collaborazioni professionali con Antonioni?
M.O.: «Quando la mia carriera come direttore della fotografia è proseguita, per un po’ l’ho perso di vista. Poi, però, ci siamo ritrovati. Io per diversi anni girai dei reportage sull’infiorata di Spello, in Umbria, e Michelangelo e sua moglie Enrica Fico avevano una casa non lontano, a Trevi. Dopo il suo ictus, abbiamo collaborato per alcune pubblicità che Michelangelo stava girando in Sicilia, in particolare una del 1998 con Maria Grazia Cucinotta. Infine, mi chiamò per Lo sguardo di Michelangelo, che sarebbe rimasto il suo ultimo corto»

Durante la preparazione de Lo sguardo di Michelangelo come ha comunicato con Antonioni? Quali scambi ha avuto invece con la moglie Enrica e con Di Palma, suoi assistenti su quel set?
M.O.: «Enrica faceva da “mediatrice” per lo stretto necessario, ma con Michelangelo ci capivamo piuttosto bene. Il set è il nostro lavoro, a me bastavano cenni per capirlo, poi lui qualche volta con la sinistra tracciava dei piccoli disegni, riuscendo comunque a dire di “sì” o di “no”. Per il resto gli bastavano gesti o piccoli tocchi per indicarci quali inquadrature desiderasse. Noi operatori e direttori della fotografia siamo abituati a entrare nei cervelli dei registi e a catturare le immagini, quindi non ho trovato particolari difficoltà anche se Michelangelo non riusciva più a esprimersi in maniera articolata. Devo dire che mi ero sempre trovato simpaticamente bene con lui: Michelangelo era un uomo che all’esterno sembrava burbero, ma in realtà era molto scherzoso»

Anche per la tua esperienza Antonioni era molto interessato, negli ultimi anni della sua vita, alle potenzialità offerte dal digitale? Lo sguardo di Michelangelo venne girato in pellicola e il digitale?
M.O.: «Al digitale Michelangelo era interessatissimo, ma Lo sguardo di Michelangelo lo girammo comunque in pellicola con una MovieCam anche per via degli accordi che c’erano stati con l’Istituto Luce. Nei primi anni Ottanta Antonioni aveva addirittura aveva girato il mistero di Oberwald, con Monica Vitti e Luciano Tovoli alla fotografia, e si trattava di uno dei primissimi esperimenti con l’elettronica, come si chiamava ai tempi. Antonioni prevedeva il futuro e ha anticipato tantissime rivoluzioni nel mondo del cinema, in primis quella digitale»

Come si sono svolte le riprese del cortometraggio e quanto tempo hanno richieste?
M.O.: «Il lavoro è durato un paio di settimane, tra sopralluoghi e riprese. Siccome Michelangelo si stancava abbastanza presto avevamo ritmi più distesi rispetto al solito workflow da set, ma di riprese effettive ci fu comunque una settimana piena»

Quali difficoltà ha comportato il girare in una chiesa simbolo dell’architettura sacra di ogni tempo come quella di San Pietro in Vincoli? Quali suggestioni visive ha dato l’ambiente?
M.O.: «In chiesa non abbiamo avuto grandi limiti, anzi abbiamo potuto godere di una grande libertà: solo un paio d’anni dopo è stato inserito il recinto che tuttora circonda la statua del Mosè. Questa grande libertà fu utile anche per avere il numero giusto di inquadrature, un aspetto su cui la produzione sembrava molto solerte. Durante Lo sguardo sono andato addirittura dietro alla scultura, in uno spazio molto stretto, girando con la macchina a mano, una cosa che credo oggi non si potrebbe più fare. Stando là dietro mi accorsi che Buonarroti aveva lasciato visibili i segni delle martellate e che tutta la parte posteriore della statua era molto più rozza e molto meno levigata del davanti: allora l’esperto che ci accompagnava mi spiegò che c’era stato un disaccordo sul compenso e che, quando al papa che aveva commissionato il lavoro a Michelangelo era subentrato il successore, lo scultore l’aveva lasciata volutamente incompiuta»

Quali soluzioni di illuminazione ha trovato per inquadrare le statue?
M.O.: «Per quanto riguarda l’illuminazione, ho montato una torretta con un proiettore che cercava tendenzialmente di seguire lo sguardo del Mosè, andando quindi in direzione dell’uscita dalla chiesa. Il consulente ci spiegò che anche nello sguardo del Mosè c’era il segno di un disaccordo tra Buonarroti e la committenza: Mosè guarda verso uscita, non verso altare come di solito accade nelle chiese, fu una provocazione cifrata che Buonarroti inserì nella statua»

Come si è svolto il montaggio e in generale la post-produzione del corto?
M.O.: «Il montaggio de Lo sguardo di Michelangelo venne curato da Roberto Missiroli, che aveva fatto anche alcune pubblicità con Antonioni. Michelangelo non volle alcun sonoro “di accompagnamento”, nonostante l’insistenza della produzione nell’inserire musiche: quando gli vennero proposti alcuni canti gregoriani, lui con la sua voce ruvida (“No! No! No!”) si impose subito. Si volle limitare solo ai suoni interni alla scena, come qualche panca che scricchiola, suoni che però non si sentono bene nelle versioni televisive o per computer, non bene quanto in sala almeno. Per il resto, Antonioni aveva sempre sostenuto che la migliore musica era il silenzio, tanto più se si voleva raccontare un artista del calibro di Buonarroti»

Cosa l’ha colpita di più di Antonioni sull’ultimo set della sua vita?
M.O.: «Di Michelangelo mi è rimasto impresso il tocco, affascinato, palpitante, nei confronti delle statue del Buonarroti. Dei gesti talmente evidenti e palpabili che seguivo con la macchina. Buonarroti era riuscito a far sembrare veri finanche i vestiti dei personaggi e le loro stoffe, e un giorno Michelangelo improvvisò un gioco quasi erotico con una delle statue, introducendo la mano sotto le vesti. Io lo seguivo con la macchina assecondando i suoi gesti, perché era spettacolare quel suo attento toccare. Michelangelo ripetette tante volte quei gesti, come faceva sempre nei suoi film, e così avemmo tutte le inquadrature e i raccordi necessari da montare nel corto. Certo Lo sguardo di Michelangelo fu un’esperienza intensissima: e – nel rimpianto di non aver avuto il tempo di fare anche altri lavori con lui – ricorderò per sempre Antonioni come un grande maestro e una grande persona»

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