Lunedì 19 Aprile il Teatro Valle, in collaborazione con il Teatro Stabile di Catania, ha ospitato un incontro straordinario tra Andrea Camilleri e lo scrittore di Racalmuto Gaetano Savatteri, un dialogo tra due autentici siciliani per discorrere dell’essenza stessa della Sicilia, una sorta di vocabolario “del non detto” come amava dire Leonardo Sciascia, che caratterizza a pieno l’innata capacità chiaroscurale di quella terra a riflettere sulle proprie contraddizioni.


La grande disponibilità comunicativa di Camilleri, sapientemente stimolata dalle puntuali riflessioni di Savatteri, hanno permesso di entrare in un universo mitico per non dire mitologico, favolistico, affabulatore (come spesso Camilleri è stato additato), oltre che intuire una Sicilia arcaica ma attuale, prossima eppure lontanissima, che incarna il sogno di ogni scrittore, di ogni poeta, fin dai tempi più antichi. Una terra misteriosa ed enigmatica, solare e tetra, silente e teatrale, attraverso cui elaborare una nuova grammatica del vivere e del morire, dell’osare e dell’attendere, nella paziente definizione di un gioco dialettico audace e definitivo quantunque pronto a mettersi in discussione.

Ed è proprio in questa delicata osmosi tra sogno e realtà, cronaca e fascinazione, che il racconto di Camilleri prende forma, scandagliando i gangli più remoti della memoria, in un costante rinvio agli stupori giovanili, al rapporto geloso con la famiglia, con gli umori della propria terra, alla formazione di una coscienza politica e all’analisi attenta delle nuove forme comunicative, donandoci un patrimonio intellettuale immenso, su cui è impossibile non riflettere. Un percorso che non è prettamente biografico né bibliografico in senso stretto, ma una riflessione esistenziale che si intreccia con il vissuto, con le scelte pratiche di un uomo che ha sempre desiderato “entrar dentro le cose”, narrare ciò che vedeva, vittima di quello stesso realismo che influenzò autori come Sciascia, De Roberto, Tommasi di Lampedusa, Verga, Pirandello, Guttuso, cioè a dire, metà della cultura italiana.

Sarà una conversazione molto particolare”, annuncia subito Savatteri, “in cui io lancerò delle parole chiave, per capire soprattutto se corrispondono a una Sicilia reale o per vedere se esiste una Sicilia immaginaria diversa da quella quotidiana. Se esiste cioè una Sicilia che vive nella letteratura e una che vive invece nella concretezza di tutti i giorni.

Nasce da qui un continuo botta e risposta, autentico, genuino, lontano da qualsiasi formalismo, in cui Camilleri espone liberamente le sue idee, i suoi molteplici aneddoti, ispessendo ancor di più il fascino dell’uomo-scrittore alle prese con la sua immaginazione e con l’impegno appassionato nel narrare la sua terra senza distorsioni o filtri ideologici.

Dalla cucina della nonna Elvira, con il profumo dei famosi arancini, all’amicizia come viscerale atto d’amore (prendendo ad esempio quella tra Pirandello e Martoglio), dalla complessa costruzione del linguaggio narrativo come ibridazione di dialetti eterogenei, all’identità nella contrapposizione semiologica dei segni linguistici (particolarmente visibile in Pirandello e Sciascia),dalla denuncia dell’abusivismo edilizio come dimensione ex lege, al mito dello sbarco di Garibaldi e la lotta contro la resistenza borbonica (con tutte le sue contraddizioni, come il massacro dei contadini di Bronte da parte di Nino Bixio), dai dubbi geologici sulla sicurezza del ponte sullo stretto, alla genealogia quotidiana del fenomeno mafioso, ripudiando con ciò ogni compresso mondano, individuando in Gomorra di Saviano, la decisiva novità di raccontare la mafia senza lasciarsene infatuare, di lottare a viso aperto contro le sue ingiustizie nella speranza che “non diventi mai di moda”, è impossibile tenere conto della ricchezza espositiva ed analitica di Camilleri, nella sua avvolgente abilità ad autenticare ogni intervento con l’arma critica della saggezza e dell’esperienza, rimarcando con forza la centralità esistenziale della Sicilia, ma il suo essere piedistallo culturale, politico, filosofico, scientifico irremovibile su cui poggia l’intera penisola.

Stavo vedendo un film in Sicilia all’aperto. Ad un certo punto, un maresciallo dei carabinieri stufo delle liti continue e furibonde nel paese, girandosi verso la carta dell’Italia enorme dietro di sé, copre con la mano la Sicilia fino a farla scomparire dalla geografia, sorridendo soddisfatto. Nell’attimo in cui fece questo movimento, un signore vicino a me, credo fosse un operaio, disse: “Attento che l’Italia scivola!

A Savatteri incuriosito dal fatto incredibile che nella provincia di Agrigento (la stessa del Maestro, essendo nato a Porto Empedocle), nel raggio di poche centinaia di chilometri, sono nati alcuni degli intellettuali e delle personalità politiche, scientifiche ed artistiche tra le più importanti della storia italiana e mondiale, Camilleri risponde candidamente:

Perché la povertà aiuta l’ingegno. Ad esempio, i grandi scrittori americani sono quelli del sud, nati e vissuti in condizioni disagiate. La ricchezza ottunde ma la povertà, il disagio economico aguzzano l’ingegno. Però, devo dire che la provincia di Agrigento aveva la più alta percentuale di pazzi d’Italia. Penso, che significhi qualcosa.

Un successo misterioso come la sua Sicilia, vera ed autentica come le sue passioni, a cui lo stesso Camilleri stenta a credere, o forse, interpretandolo come l’ennesimo passaggio verso un’altra dimensione espressiva, attraverso cui ridefinire progressivamente i codici descrittivi della sua, della nostra terra, spiega:

Se vi fosse una formula per il successo, io la venderei. Non c’è nessuna spiegazione possibile. Il primo che ci si arrovella sopra sono io. Io non ci credevo al successo. Avendo sempre reazioni ritardate, ho capito di essere uno scrittore la prima volta che tradussero i miei libri in gaelico. E tuttora rimango con questo stupore. I numeri in Italia sono davvero spaventosi. Con Sellerio ho venduto dodici milioni di copie. E lasciatemi dire, che sono uno scrittore eletto dal popolo. Posso aggiungere che il passaparola mi ha aiutato, seguendo personalmente la presentazione in più di ottanta librerie in sei mesi. Al principio il pubblico era dai sessant’anni in su. Poi nel giro di un anno, l’età dei miei lettori si è abbassata vertiginosamente. Appena posso, rispondo a tutti i miei lettori. Lo sento come un dovere, per ringraziarli di cuore per il voto datomi.

Camilleri rappresenta in tutto e per tutto, la fonte inesauribile dell’autocoscienza siciliana, di una Sicilia che smette di piangersi addosso e che affronta concretamente, con coraggio e passione, i suoi annosi problemi, progettando un’altra Sicilia, in cui “qualsiasi azione rende di più del piangere” sottolinea Camilleri e aggiunge:

Il piangere è una manifestazione che va riservata solo nei momenti nei quali perdiamo irrimediabilmente qualcosa. Ma finché non arriviamo a quel punto, è meglio non piangere.

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