Enrico Lucherini

Enrico Lucherini

Enrico Lucherini, articolo di "Erika Di Bennardo" su Persinsala
giovedì , 17 Ottobre 2019
Home | Interviste | Enrico Lucherini
Enrico-Lucherini
Enrico-Lucherini

Enrico Lucherini
Recensioni/Articoli di

«Questo lampadario me l’ha portato Sophia (Loren, ndr) da un mercatino parigino tipo Porta Portese. Ti piace?». Mi fa accomodare in una saletta del suo studio in zona Parioli, a Roma, Enrico Lucherini. Lo stress agent più temuto, colui che ha fatto la storia del mestiere di addetto stampa in Italia, oggi titolare dello Studio …

Ritratti d’autore

Leggi l'intervista Enrico Lucherini

«Questo lampadario me l’ha portato Sophia (Loren, ndr) da un mercatino parigino tipo Porta Portese. Ti piace?». Mi fa accomodare in una saletta del suo studio in zona Parioli, a Roma, Enrico Lucherini. Lo stress agent più temuto, colui che ha fatto la storia del mestiere di addetto stampa in Italia, oggi titolare dello Studio Lucherini/Pignatelli. Uno dei più eclettici personaggi del cinema nostrano, si apre ai nostri lettori con una parlantina sferzante e spedita.

Oltre mezzo secolo di attività cinematografica, circa 830 i film a cui ha lavorato, infinite lucherinate. Chi è davvero Enrico Lucherini?
Enrico Lucherini: «Una persona semplicissima che adora il cinema da quando è nato. A quindici anni incollavo sulla mia agenda le pubblicità dei film, ritagliandole e colorandole (un po’ alla Andy Warhol) segnando con cura le uscite, gli incassi, le critiche. Un fatto certo atipico per il figlio di un medico, no?».

Com’è nata la sua vocazione per il mondo dello spettacolo?
E.L.: «Frequentavo la Facoltà di Medicina, quando un giorno, passando da Piazza della Croce Rossa, allora sede dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, vidi un gruppo di ragazzi in tuta. Mi fermai e chiesi loro cosa stessero facendo. L’anno dopo mi iscrissi in Accademia, ma ancor prima di finire il percorso formativo sentivo che non ero portato per la recitazione, anche se ero ugualmente contento di frequentarla perché parlare di teatro e cinema mi piaceva molto. Tramite la partecipazione a uno spettacolo di Mario Ferrero, cominciai a conoscere gli addetti ai lavori: Romolo Valli, Giuseppe Patroni Griffi, Rossella Falk e così via».

I suoi inizi nel teatro. La Compagnia dei Giovani le deve molto, in termini promozionali.
E.L.: «Ero riuscito a farmi affidare un piccolo ruolo allestimento de Il diario di Anna Frank pur di partire con loro per la tournée in Sud America, ma quell’esperienza si rivelò la prova del nove che il mestiere dell’attore non faceva per me. Sbagliavo tutto, avevo paura ogni volta che il sipario si apriva. I miei colleghi capirono questa cosa e me ne combinarono di tutti i colori».

Per esempio?
E.L.: «Ricordo che nella commedia La bugiarda – di cui Rossella Falk era la protagonista e io l’aiutante del sarto – c’era una scena in cui dovevo chiamarla per consegnarle l’abito da sposa. Nel frattempo il regista mi aveva dato l’indicazione di sfogliare dei libri, soffermarmi con un bicchiere in mano, giusto per riempire la scena, essendo solo. Una sera a Civitavecchia (fra l’altro con Sophia Loren in sala) inchiodarono ogni oggetto scenico. Tentavo di spostare una sedia ma non si muoveva, facevo per prendere un bicchiere e non veniva via. Mi voltai verso le quinte e vidi tutto il cast piegato in due dalle risate. Sbattei l’abito da sposa su una sedia e uscii prima del previsto di scena su tutte le furie».

Il passaggio da attore a comunicatore in che modo è avvenuto?
E.L.: «In Sud America. Andavamo in scena con sette commedie, una delle quali del tutto nuova provata sulla nave per Rio de Janeiro. Una volta arrivati, mi offrii volontario per organizzare le conferenze stampa di presentazione con i direttori dei teatri che ci ospitavano e anche i pranzi all’Ambasciata italiana nelle varie città, invitando la stampa e intrattenendo in prima persona i rapporti con i giornali».

Negli anni ’50 lei ha praticamente inventato un mestiere che in Italia non esisteva, quello dell’addetto stampa. Da dov’è nata l’intuizione?
E.L.: «Proprio da quell’esperienza maturata in Sud America. Tornato a Roma, dissi a mio padre che volevo provare a vivere di quel mestiere. In Italia non esisteva nemmeno la parola ufficio stampa. Mio padre, assecondando la mia inclinazione, mi regalò quest’appartamento (sede odierna dello Studio Lucherini/Pignatelli). Mi sono seduto alla scrivania e mi sono chiesto: e mo’ che se fa?. Cominciai a leggere gli articoli americani in uscita dei film più in voga all’epoca e pensai che forse il dietro le quinte delle star potesse interessare anche al pubblico italiano. Conobbi Luchino Visconti e, parlandogli delle mie idee, decise di affidarmi l’organizzazione di una serata per Il giardino dei ciliegi di Cechov al Teatro Stabile di Roma. Lanciai l’idea di far indossare alle donne in platea un indumento rosa come la scenografia del secondo tempo dello spettacolo. Fu un successo».

Non avendo colleghi o maestri predecessori a cui rivolgersi, in che modo ha costruito un mestiere di sana pianta?
E.L.: «Con tanta creatività e il passaparola, strumento indispensabile per la circolazione dei lavori in quegli anni. Sono sempre arrivato cinque minuti prima degli altri. All’epoca si conoscevano facilmente i grandi nomi del teatro e del cinema. Via Veneto a Roma era un palcoscenico a cielo aperto, sopratutto di notte, così come il ristorante sopra il Teatro Eliseo, dove andavano gli attori a cenare dopo lo spettacolo. In quegli anni, ho conosciuto Silvana Mangano, Marcello Mastroianni, Marlon Brando, Walter Chiari, Vittorio Gassman, Ennio Flaiano, Michelangelo Antonioni, Monica Vitti e molti altri. Mauro Bolognini, che aveva Visconti in antipatia, mi propose la promozione de La notte brava, film con la sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini, e via dicendo mi costruii un nome, moltissime conoscenze e un vero e proprio seguito».

Nel 1960 arriva La dolce vita. Che ricordi ha del set di uno dei più importanti film italiani di sempre?
E.L.: «Bellissimi, uno meglio dell’altro, è stato quel lavoro a farmi capire appieno l’importanza dei fotografi per il lancio di un film. Pensa alla scena tra Marcello Mastroianni e Anita Ekberg alla Fontana di Trevi o lo spogliarello finale di Nadia Gray a Fregene. Fellini mi chiese di creare movimento intorno a questi due episodi, io invitai tutti i fotografi possibili e immaginabili».

Ha collaborato con i più grandi registi degli anni d’oro del cinema italiano. Con chi in particolare ha instaurato un rapporto umano oltre che professionale?
E.L.: «Sicuramente Visconti. Eravamo legati da una grande amicizia, una grande empatia. Quando mi offrì di promuovere Il gattopardo quasi non ci credevo. Come secondo film per me era il massimo: Alain Delon, Burt Lancaster, la Cardinale. Un cast e un set meravigliosi».

Il più creativo?
E.L.: «Ultimamente Paolo Virzì, durante le riprese de La pazza gioia lasciava sempre qualcosa in sospeso per poi darsi la possibilità di cambiare dettagli a seconda dell’ispirazione del momento. Se penso agli anni d’oro invece sicuramente Federico Fellini, più che creativo molto visionario, soprattutto fino a 8 ½».

Il più simpatico?
E.L.: «Paradossalmente, Dario Argento. Sai che è sempre sua la mano dell’assassino che compare nell’inquadratura dei suoi film?»

Passando agli attori e alle dive che ha avuto sotto mano, come ha gestito così tante e diverse personalità?
E.L.: «Con molta pazienza e diplomazia. Agli inizi, soprattutto le donne, sono tutte carine e simpatiche, quando si montano la testa è la fine. La più straordinaria di tutte, un’eccezione forse, Sophia Loren: attrice sublime e amica di una vita. La incontrai per la prima volta dopo la sua parentesi americana, dovevo occuparmi della promozione de La ciociara e lei, avendo avuto esperienza con molti uffici stampa oltreoceano, inizialmente mi guardò con scetticismo, poi si ricredette e scoppiò una bellissima intesa».

Negli anni ha collezionato una sfilza infinita di soprannomi dati alle più grandi personalità del cinema italiano.
E.L.: «Mi divertivo troppo, avevo una rubrica in cui segnavo soprannomi e titoli di film modificati a mio piacimento. Per esempio Lina Wertmuller è diventata Speriamo che sia femmina, la litigata tra Cecchi Gori e De Laurentis l’ho ribattezzata Buzzurri e grida… Quanto mi sono divertito!»

Non ha mai avuto il timore che l’eccessiva – forse per alcuni – irriverenza potesse risultare controproducente per il suo mestiere?
E.L.: «Non mi interessava. Era troppo divertente. Se mi annoio non funziono. Addirittura il giornale Epoca una volta raccolse tutti i titoli e i soprannomi che io e Carlo Verdone, che ci incontravamo di nascosto a casa mia, abbiamo inventato».

Passiamo alle lucherinate, le strabilianti trovate create ad arte intorno a un film o un’artista per destare l’attenzione della stampa. Celebri quella dei capelli di Sandra Milo a fuoco o quella del vestito di Rosanna Schiaffino improvvisamente strappato in Via Veneto, così come molte altre. Per caso ce n’è una di cui si è pentito?
E.L.: «Sì, c’è ma non mi va di raccontarla perché è proprio cattiva, non per l’attore ma per la giornalista. In quel caso, lo feci apposta perché era una persona sleale. Sto parlando di Oriana Fallaci. Volevo la copertina de L’Europeo, sul quale lei scriveva, e architettai – con la complicità dell’attore Laurent Terzieff – una delle mie trovate e lei ci cascò con tutte le scarpe. Da allora prese a odiarmi, infatti chissà perché non mi ha mai citato in uno dei suoi articoli».

Le sue strategie promozionali, altrimenti dette lucherinate appunto, hanno sempre catturato l’attenzione di pubblico e critica. Come crede che sia cambiato il suo mestiere negli anni? Ritiene sarebbe possibile adottare le stesse strategie per la promozione cinematografica oggi?
E.L.: «Purtroppo no. Il mio mestiere negli anni l’ho costruito avendo la possibilità di incontrare nei locali ma anche per strada le più grandi personalità del cinema. Oggi questo è impossibile e impensabile. Stiamo ancora al passo con il cinema però. Ultimamente il mio socio ha firmato un contratto con Netflix, in questo periodo ci siamo occupati di Roma».

A parte questo, per il futuro ha in serbo nuovi progetti o preferisce raccogliere i frutti di una carriera ultra cinquantennale?
E.L.: «Nuovi progetti no, ho in programma di dormire e andare meno al cinema perché non mi piace più, preferisco vederli a casa i film. Con i miei tempi e i miei gusti. Dico questo perché oggi chiunque incontri ti fa: non hai visto questo, non hai guardato quell’altro? Che noia, io vedo quello che mi pare».

Lascia un commento