Quando si parla di Lusofoni, ai più verranno forse in mente i bizzarri abitanti di misteriose galassie che distano anni luce dal nostro pianeta, mentre in realtà, invece, ci si riferisce in modo specifico a tutti coloro che, escludendo le molte varianti esistenti, parlano il portoghese, nobile idioma neolatino che a partire dal periodo coloniale è diventato la lingua ufficiale di otto stati (Brasile, Mozambico, Angola, Capo Verde, São Tomé e Principe, Guinea-Bissau, Timor Est e Macao) sparpagliati nei vari continenti terrestri.

Complessivamente davvero molti, nonostante le parole “lusofone” più conosciute a livello internazionale siano forse “caipirinha”, “curação”, “saudade” e “obrigado”…

Tradizionalmente considerati grandi navigatori ed esploratori, i lusofoni sono infine approdati anche a Torino e con l’aiuto delle associazioni culturali subalpine Warã (italo-brasiliana) e Tucà-Tulà (italo-portoghese), hanno organizzato una nutrita serie di attività e di avvenimenti culturali allo scopo di avvicinare la cittadinanza a tutto ciò che rappresenta o ricorda il loro mondo così suggestivo.

Tra aperitivi con cucina tipica portoghese, corsi di “capoeira” e letture in lingua durante i Café Literário, non poteva dunque mancare anche una kermesse cinematografica in lingua portoghese, dato che come sappiamo, nulla più della settima arte è capace di fissare con le sue immagini i colori e le tradizioni popolari, di penetrare in profondità i paesaggi e i volti delle persone mettendo in evidenza i complicati rapporti che legano gli uni agli altri.

Lusofonando è, infatti, una rassegna filmica che propone, esattamente come l’anno passato, la visione e la proiezione gratuita di una serie di pellicole che indagano ed esplorano la forza di un concetto, di un sentimento che unisce più di 210 milioni di persone in tutto il mondo.

E partendo dall’identificazione di uno spazio linguistico (che è anche culturale e filosofico), segnalato da una storia comune e contraddittoria quale fu l’espansione portoghese e la conseguente formazione del celebre Impero nei secoli XV e XVI, possiamo altresì valutare i buoni risultati raggiunti da cinematografie sovente troppo poco studiate al di fuori dei confini nazionali.

Se è, infatti, nota la vitalità del cinema brasiliano contemporaneo che tra il 1994 ed il 2009 ha visto più di duecento giovani autori esordire con il loro primo lungometraggio (opere che ispirandosi alla ricca e differenziata umanità che anima le megalopoli e i piccoli centri rurali del gigantesco paese sudamericano risultano narrativamente innovative in virtù di un raggiunto equilibrio tra realismo e poesia, tra dramma e ricerca estetica), resta ancora ampiamente da scoprire la recente produzione lusitana che, anche per aver conservato la sua dimensione un po’ artigianale, continua ad essere un fenomeno unico nel panorama della settima arte mondiale.

Spalmata in due distinte manifestazioni volte appunto a mettere in evidenza le più interessanti produzioni brasiliane e portoghesi, la rassegna ha esordito quest’anno al circolo ARCI Caffé Basaglia con film quali 2 Filhos de Francisco (2005) di Breno Silveira, Se Eu Fosse Você (2006) di Daniel Filho, Linha de Passe (2008) di Walter Salles e Daniela Thomas e Ultima Parada 174 (2008) di Bruno Barreto, i quali, testimoniano di come il cinema d’autore del paese sudamericano possegga uno slancio di denuncia che pare quasi documentarista per quanto è capace di scavare a fondo nella realtà: il sofferente mondo dei giovani senza speranza di Salles (che dai tempi di Central do Brasil [1998] ha sempre dimostrato un’attenzione particolare per i diseredati), la vicenda del ventiduenne Sandro Do Nascimiento, bandito maldestro trasformatosi in dirottatore al centro dell’opera di Barreto (il 12 giugno 2000 a Rio de Janeiro, alcuni ragazzi armati assaltarono per davvero l’autobus 174 tenendo poi in ostaggio tutti i passeggeri) o i disperati tentativi del povero agricoltore Francisco Camargo di trasformare i suoi figli in stelle della musica sertaneja mostrati nel film di Silveira, sono delle vere e proprie grida di allarme di cineasti che evitando i cliché e i canoni estetici stereotipati delle attuali pellicole occidentali di derivazione televisiva, raccontano le profonde ineguaglianze che caratterizzano un paese da sempre in bilico tra modernità e arretratezza.

Opere che ripercorrendo il successo di lungometraggi come Lower City (Cidade Baixa, 2005) di Sérgio Machado, L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza (O Ano em Que Meus Pais Sairam de Férias, 2006) di Cao Hamburger o lo sconvolgente Tropa de Elite – Gli squadroni della morte (Tropa de Elite, 2007) di José Padilha, attestano, oltre che la qualità, anche l’affidabilità commerciale del cinema “di firma” brasiliano.

La natura autarchica e anti-idustriale del cinema portoghese emerse, invece, già a partire dal 1896, quando vennero realizzati dei cortometraggi che, pur ammiccando in modo esplicito ai Lumière (si pensi a Saída do Pessoal Operário da Fábrica Confiança, dichiaratamente ispirato alla La sortie des usines Lumière), mostravano una percezione dell’esistenza fortemente popolare, genuinamente anarchica.

La dittatura di Salazar impedì però la nascita e l’evoluzione di una cinematografia davvero nazionale con le sopraccitate caratteristiche, dato che opere come Maria do Mar (1930), toccante dramma ambientato in un piccolo villaggio di pescatori di José Leitão de Barros o Douro, Faina Fluvial (1929), documentario dai toni lirici sul lavoro quotidiano lungo il fiume Douro a Oporto girato dal giovanissimo cinéphile Manoel de Oliveira, pur essendo capaci di porre le basi di un possibile cinema realistico alimentato da quel sincero spirito lusitano, ebbero uno scarso seguito.

Anche il Cinema Novo, la Nouvelle Vogue portoghese, che contribuì a far conoscere registi come Paulo Rocha e Fernando Lopes o a consolidare il talento di autori come Oliveira, risentì del conformismo culturale imposto dal regime. Si dovette attendere la “Rivoluzione dei garofani rossi” del 25 aprile 1974 che portò al ripristino della democrazia in Portogallo, per vedere alcuni cineasti organizzarsi in cooperative e in unità di produzione autonome nel faticoso tentativo di recuperare i tratti originari del cinema lusitano.

La seconda parte di Lusofonando (organizzata presso l’Unione Culturale Franco Antonicelli di Torino), si è aperta proprio rendendo omaggio a Luis Galvão Teles, autorevole rappresentante di quella corrente che più di trent’anni fa riprese i temi classici del cinema portoghese con le seducenti sfumature dei primordi. Dot.com (2007), penultima fatica del poliedrico regista lusitano proposta dalla rassegna sabauda, narra la storia del piccolo villaggio di Águas Altas, ubicato nel Nord del Portogallo, che su iniziativa dell’ingegnere civile Pedro, decide di entrare a far parte del villaggio globale/virtuale contemporaneo dotandosi di un sito web (anche il sacerdote del posto sostiene che se Gesù vivesse oggi, avrebbe un sito personale…).

Una multinazionale spagnola che rivendica il nome del dominio per lanciare una nuova marca di acqua minerale, inaugura un’aspra battaglia giudiziaria e mediatica spingendo così gli orgogliosi abitanti di Águas Altas, che non sanno nemmeno bene cos’è internet, a difendere con le unghie e con i denti la loro nuova “esistenza elettronica”, assurta improvvisamente a simbolo dell’intera comunità. In momenti come questi in cui basta creare un acronimo (per esempio il tristemente noto PIIGS), per mandare all’inferno milioni di persone ignare dei maneggi dell’alta finanza, quest’opera ci mostra in termini metaforici quanto sia pericoloso il tentativo della cosiddetta globalizzazione di omologare paesi, famiglie, vite e sogni: la difesa dell’onore di Águas Altas non passa, infatti, tanto dal mantenimento del dominio internet, quanto dall’opposizione ad un capitalismo rapace convinto che il denaro possa comprare qualsiasi cosa; nuovo Dio al quale sacrificare millenarie peculiarità culturali, linguistiche e religiose.

Anche O Fatalista (2005) di João Botelho, seconda pellicola lusitana in calendario, parla di potere, in modo disturbante e affascinante come solo il suo autore sa fare. Ricalcando in modo perfetto il classico rivoluzionario di Diderot Jaques le fataliste (comparso sulla Correspondance Littéraire di Grimm tra il 1778 e il 1780 e trasposto cinematograficamente, tra gli altri, da Robert Bresson con il suo Perfidia [Les dames du Bois de Boulogne, 1944]), Botelho, che conosce le tentazioni moderne del Portogallo europeista, mette in scena l’insofferenza verso un mondo monolitico, fondamentalista nel suo ricercare un’uniformità di costumi, stili di vita e sentimenti impossibile da ottenere.

Il viaggio-dialogo tra l’autista Tiago e il suo padrone nel quale i due si scambiano confidenze amorose e ruoli sociali consapevoli che il destino è scritto «lassù», ma che volendo, si può capovolgere, è un monito sull’importanza del sapere, mezzo più forte di qualsiasi potere, un ritorno al futuro del pensiero illuminista in tempi come questi in cui come sostenne l’autore «pensare è un delitto», dato che i potenti «cercano di avvilire la dignità umana agitando lo spettro dello scontro di civiltà, o la sporca e sinistra guerra tra religioni, allo scopo di nascondere l’unica cosa che fa muovere il mondo: la lotta di classe».

La rassegna torinese si chiuderà mercoledì 12 maggio con un incontro su Manoel de Oliveira, autore che ha incarnato con la sua opera la storia del cinema portoghese e più in generale tutto il secolo della settima arte.

Nato ad Oporto nel 1908 ed attivo da un’ottantina di anni, il Nostro, esordendo nel lungometraggio con Aniki-Bóbó (1942) che narra la vita dei bambini poveri della sua città, sviluppò quel “piccolo realismo” venato di poesia testè citato che passando attraverso dittature e stravolgimenti socio-economici, si è miracolosamente conservato come la più importante cifra stilistica del cinema lusitano.

A partire dagli anni settanta con la commedia satirica e drammatica Passato e presente (O Passado e o Presente, 1972), con il conturbante melodramma Benilde, la vergine madre (Benilde ou a Virgem Mãe, 1974) in cui religione e morale borghese entrano in conflitto a causa delle vicende di una vergine che non sa di essere incinta e con la delicata e appassionata rivisitazione del romanticismo lusitano di Amore di perdizione (Amor de Perdição, 1978), Oliveira si aprì sempre più a una comunicazione “poetica” dal sottile fascino formale, in virtù della (ri)scoperta delle varie possibilità espressive del cinema, inteso al tempo stesso come rappresentazione della realtà, più o meno affabulata e ricostruita e come rivelazione di un sottofondo di mistero, di alterità, quando non di cupa inquietudine che smuove l’apparente calma della superficie delle cose.

Orientato negli anni novanta a rielaborare la materia lirica e drammatica della cultura e della storia nazionale con opere come I cannibali (Os canibais, 1988), No, o la folle gloria del comando (Non, ou a Vã Glória de Mandar, 1990) e La valle del peccato (Vale Abraão, 1993), versione portoghese moderna di Madame Bovary e forse il suo capolavoro, il grande regista lusitano ha poi portato avanti anche in questo decennio il suo discorso sull’uomo e sulla società tramite pellicole come Un film parlato (Un Filme Falado, 2003) e Specchio magico (Espelho Mágico, 2005); argute parabole ed eleganti divagazioni di un gioco della ragione che si confronta in continuazione col sentimento: una poesia razionale che, coerentemente con cento anni di cinema portoghese, non disdegna il cuore e la passione.

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