Quarta giornata del Festival Internazionale del Film di Roma, ma soprattutto, prima e unica domenica della kermesse che, a causa del giorno festivo, si riempie di pubblico ancora più del solito (complice anche la proiezione in anteprima di stralci dal nuovo episodio della saga di Twilight, avvenimento che ha richiamato un grande numero di adolescenti (ma non solo) accanitissime.

Parlando più strettamente di cinema, è stata una giornata intensa, di quelle che lasciano soddisfatti.
Tyrannosaur è il film che ci ha maggiormente impressionati. Paddy Considine sfodera un dramma potentissimo come lungometraggio d’esordio, recitato con intensità e ripreso con occhio freddo, crudele e spietato. Tra le periferie inglesi, sia quelle fatte di degradate casupole, sia quelle piene di lussuose villette a schiera, il film consuma il suo flusso di immagini lontano da Londra, pur mantenendola perennemente sullo sfondo, a memoria di un’urbanità che vista da fuori non è il centro del mondo, ma solo il segno di un ordine civile lontano, collaterale, che, semplicemente, non può arrivare fino alla periferia – sia che essa sia benestante, sia che essa sia squallida e povera. Un film davvero notevole, con atmosfere simili a quelle del premiato (e memorabile) Red Road e a Harry Brown, film purtroppo mai distribuito in Italia. Ci si augura che Tyrannosaur abbia sorte migliore.

Mon pire cauchemir è una dolce commedia sociale diretta da Anne Fontaine e interpretata da un cast felice e azzeccato, soprattutto nei due protagonisti Isabelle Huppert (algida e competitiva direttrice di un museo) e Benoit Poelvoorde (rozzo, alcolizzato volgare, sincero e ruspante padre di un ragazzo che si scoprirà essere un piccolo genio). Tra gag e battute più o meno riuscite, il film, trainato soprattutto da Poelvoorde, convince e, almeno durante la visione, sembra un po’ superiore alla media delle commedie con piccoli/grandi drammi familiari di sfondo.

A chiudere la giornata ci pensa Babycall di Pål Sletaune. Film intricatissimo a livello di sceneggiatura, dipana tutto se stesso in pochi minuti finali dopo aver costruito, con mirabile pazienza e con un gusto particolare, un’interessantissima atmosfera ambientale (casermoni abitativi spogli, sia fuori che dentro, lasciano alternativamente la scena a verdi boschi rigogliosi) e sonora (interessante e coinvolgente il lavoro sui disturbi audio della trasmittente che dà il titolo al film). Tema di fondo morboso, una splendida, alienata e nervosa interpretazione della ormai affermata Noomi Rapace fanno di quest’opera qualcosa di molto più dignitoso del solito thriller/horror che spesso sappiamo affollare le sale o la nostra videoteca, in ambo i casi a ricerca di qualche emozione turbante e di qualche brivido. E Babycall poteva segnare il suo nome di diritto nella storia di questo genere, anzi, probabilmente è già così: se però avesse avuto anche una sceneggiatura non già meno complicata, ma solo più equilibrata, probabilmente avrebbe a nostra opinione scrivere il suo nome anche nei vincitori del Festival Internazionale del Film di Roma.

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