La seconda giornata del Festival Internazionale del Film di Roma è stata all’insegna della risata. In un clima molto piú tranquillo e sereno rispetto a quello che ha contraddistinto la giornata (e soprattutto) la cerimonia inaugurale, abbiamo assistito a proiezioni che, per pura casualitá o forse per scelta razionale degli organizzatori, facevano tutti quanti dell’intrattenimento la loro ambizione principale.

Abbiamo iniziato con Foster, commedia dolce dal commovente happy ending ben interpretata da Toni Collette e Ioan Gruffudd, ma soprattutto, dal giovanissimo (e azzeccatissimo) Maurice Cole, nei panni di un bambino colto e maturo per la sua etá e che con la sua presenza riesce a ristabilire l’armonia in una coppia in crisi dopo la morte del loro primogenito. Giocata su schemi facili e girata con pulizia e precisione, quella di Foster (regia e sceneggiatura di Jonathan Newman) è una dolcissima fiaba urbana ambientata in una Londra luminosa e sospesa nel tempo, tra giardini e piccole vie residenziali talmente curate da sembrare incantate – dopotutto quest’apparenza è proprio la cifra stilistica che contraddistingue il film e che lo rende particolarmente godibile.

Altra visione della giornata è stato l’atteso primo episodio della saga di Tin Tin curata da Steven Spielberg e Peter Jackson, intitolato Le avventure di Tin Tin – Il segreto dell’unicorno. Questo film, uscito contemporaneamente in molte sale italiane il giorno stesso della sua presentazione romana, avrá una distribuzione per la maggior parte in 3D, un 3D ben fatto e interessante, senza troppe distorsioni o momenti di disarmonia dell’immagine. È tutto quello che, sostanzialmente, ci si aspettava da Spielberg. Forse il grande santone del cinema americano ha un po’ perso lo smalto che lo accompagnava soprattutto durante gli anni ’80, resta comunque il fatto che – per abilità dietro la macchina da presa, gusto e fantasia (anche) nelle sequenze di azione – rimanga una garanzia. Come molti autori ormai affermati, nonostante si cimenti con mezzi tecnologicamente avanzati e innovativi (come le riprese in 3D e in Performance Capture), il cineasta di Cincinnati rimane fedele al suo stile consolidato nel tempo e alle inquadrature che gli hanno (fosse poco) permesso di essere considerato tranquillamente uno degli innovatori del cinema degli ultimi trent’anni. Grande ritmo e grande suspance, pochi momenti di vuoto: certo, ormai nella maggior parte dei casi gli spettatori sono abbastanza educati da non rimanere sorpresi di un solo passaggio di un film di Spielberg, soprattutto se lui per prima si attiene al suo metodo – ma se mancano grandi sorprese, e va detto, va altrettanto ricordato che non ci si annoia praticamente mai. Recitazione nitida e gradevolissima di un cast di stelle tra cui Jamie Bell nel ruolo di Tin Tin, Andy Serkis in quello del capitano Haddock, Daniel Craig nel villain di turno, piú altri ancora, compresa la splendida coppia Simon Pegg – Nick Frost. Da notare che, data l’ottima prova di tutti gli interpreti, l’apprezzamento per loro performance aumenta ancora solamente pensando a cosa significhi, per un attore, operare in regime di Performace Capture, su set nudi e stilizzati dove la recitazione si puó avvalere solamente dell’immaginazione dell’interazione con gli oggetti di scena).

Gli ultimi due film della giornata sono due commedie anglofone, la prima australiana, A Few Best Men di Stephan Elliott: la seconda, molto “british” per toni, ambientazione e impostazione, Hysteria di Tanya Wexler.

A Few Best Men racconta del matrimonio di un giovane ragazzo inglese, orfano di entrambi i genitori che è cresciuto considerando i suoi amici come la sua famiglia, con una bella ragazza australiana, conosciuta durante una vacanza estiva. La cerimonia, infestata da continue sciagure e incidenti, sará, come dire, quanto meno tragicomica: siamo nei dintorni di Funeral Party di Frank Oz o della saga “benstilleriana” di Ti presento i miei / Mi presenti i tuoi?, ma questa volta con in mezzo una leggera satira sociale, concentrata fondamentalmente su quelli che sembrano essere, stilizzati e radicalizzati, vizi e problemi del ceto abbiente (e reazionario) degli abitanti della terra dei canguri. Incidenti con le droghe, incidenti d’auto, incidenti d’amore e, come da copione, incidenti con animali. Le risate (anche grossolane, va da sé) non mancano e il sorriso compiaciuto a fine visione è quasi inevitabile? Divertimento sereno e catartico, magari non particolarmente impegnato: ma si tratta, sicuramente, di un film che, almeno in patria, riscuoterá il (giusto) successo per essere ben strutturato e ben scritto, oltre che ben interpretato.

Hysteria, invece, è un film ispirato alla (vera) storia dell’uomo che, nell’Inghilterra vittoriana, inventó il vibratore per donne con l’intenzione di rendere la – allora sperimentale – cura dell’isteria femminile, praticata attraverso il “massaggio della vulva”, molto piú agevole (anche) per il medico che la praticava. Interpretato con perizia da un pudico Hugh Dancy, da una combattiva Maggie Gyllenhaal, risulta arricchito dalle piccole perle molto sofisticate di un Rupert Everett che conferma una volta di piú enormi qualitá d’istrione. Film ovviamente in costume, molto ordinato sia nella costruzione delle inquadrature che nella gestione del montaggio, punta tutta la sua carica d’umorismo sull’imbarazzo (piú degli spettatori in sala, che per gli pseudo-puritani rappresentati) e su battute velate, dette a metá con tono ammiccante e, almeno nelle intenzioni, sottile. Va da sé che il risultato sia positivo, ma forse su un argomento tanto originale e invitante qualcosa in piú si poteva fare, sia a livello di recitazione (l’unico che rompe, seppur lievemente, il rigore “vittoriano” della recitazione è Everett) che a livello di sceneggiatura, la quale ha dovuto subire l’arcinota declinazione simultanea di protesta/emancipazione sociale e storia d’amore sui generis contro tutto e tutti. Per dirla con una espressione tipica di tutta l’arroganza dei critici che affollano l’Auditorium (noi compresi, per caritá): “bene, ma non benissimo”.

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