Venerdì 29 Ottobre alla Sala Petrassi dell’Auditorium Parco delle Musica di Roma, si è svolto un affascinante incontro del Festival del Cinema, con ospite la straordinaria Fanny Ardant, come autrice e regista del cortometraggio Chimères Absentes, interamente dedicato alla precaria e discriminante quotidianità di una piccola popolazione Rom girato a Roma.

Un progetto associato alla campagna Dosta! del Consiglio d’Europa di cui Fanny Ardant è ambasciatrice. Dopo la proiezione, l’attrice francese si è intrattenuta per rispondere a qualche curiosa domanda del pubblico in sala.

Fanny Ardant riesce nel “miracolo” di impostare poeticamente, con tale leggerezza la spinosa vicenda dei Rom, che non sembra neanche più un mero “film/denuncia” di un costume da “caccia al rom”, ahimé, ormai fin troppo diffuso, di discriminazione totale di un popolo antichissimo, che intreccia da quasi mille anni la sua storia a quella dell’Europa. Un tocco filosofico evanescente, ma immerso nelle contraddizioni sociali odierne, che parte dalla scuola di un paesino di provincia, in cui una bambina rom viene emarginata, espulsa dal consesso umano solo perché parvenù, ossia non integrata perché definita come non integrabile mentre, di contro, la sua maestra di musica si sente incuriosita da quel mondo magico ed imprevedibile, da quegli umori zingari così misteriosi e ancora legati al ciclo vitale dell’uomo e della natura, lontani e in antitesi al consumismo e ai clichè che porta con sé, alla denigrazione a priori di chi è diverso da noi e portatore di un’altra cultura: di un alieno modo di vivere e concepire la vita nel suo senso più profondo.

Di fronte ad un direttore dispotico e cinico, che vorrebbe espellere la bambina perché impossibilitata a pagare la retta e alla rabbia irrazionale di un popolazione locale in rivolta contro il pericolo rom, il film traccia una parabola lirica in equilibro tra realismo e fuga onirica, ferma indagine di psicologie reali e volo pindarico di una coscienza che vuole sentirsi libera dai formalismi e dalle regole, decidendo di lasciare la propria comodità per vivere ed insegnare ai bambini rom della comunità, viaggiando con loro alla ricerca, forse, di una propria autonoma identità. Con una regia attenta e calibrata, con giochi di luci e ombre degne del miglior Truffaut, Fanny Ardant colpisce nuovamente nel segno regalando emozioni e riflessione al suo pubblico, attraverso una dialettica ricca di spunti e riconoscimenti simbolici, in una lotta, come lei stessa dice “tra l’obbligo morale del rispetto del proprio ruolo nell’istituzione e il richiamo misterioso dell’ignoto, di un mondo magico ancora influenzato dal mistico odore della natura, nel rispetto dei suoi tempi e modi imprevedibili, tra l’immobilismo del dovere e l’amore incondizionato per il dinamismo vitale.”

Ed è proprio in questa contrapposizione che si snoda l’intera narrazione: attraverso la creazione di caratterizzazioni interpretative efficaci come il tirannico preside e l’aura incantevole di un ragazzo zingaro misterioso, che col suo fascino antico, trascina la maestra nella sua nuova vita, alla ricerca del suo vero essere, dandogli il coraggio di esplicitare i suoi desideri più profondi.

E’ l’attrice francese ad ammettere di essersi totalmente immersa nel mondo dei Rom, di avere colto come il perno di tutta la loro complessa società sia “la donna come famiglia” unita attorno alla protezione dei figli, di come si sia finalmente sentita libera di girare questo corto come fosse un gioco di maschere in cui tutti i personaggi, anche i più diversi ed antagonisti, possano dialogare e scambiarsi le parti, in un grande circo magico, in cui qualsiasi cosa può accadere. In effetti, il filo sottile che scaturisce da tutto il film è la magia, la creazione improvvisa e mistica, che ricorda molto il mondo circense (da cui molti zingari provengono e fanno attivamente parte) felliniano e il vagabondare surreale ma tragicomico di Kusturica. Tende però subito a precisare che questo non è un documentario, ma un canto d’amore per un mondo, la messa in scena di un’utopia come sogno “inesistente” ma presente, definito il motore stesso del pianeta. A chi gli domanda un’alternativa alle recenti espulsioni in massa in Francia, risponde che sarebbe restrittivo strumentalizzare politicamente i rom in logiche di scontro elettorale, ma di sentirsi in dovere – attraverso questo film – di parlare a tutta l’umanità, al cuore dell’animo umano. D’altronde aggiunge: “Il mio è solo un film, un contributo espressivo, non implica di certo una soluzione concreta ad un problema quanto mai annoso, che riguarda nello specifico, l’integrazione di intere popolazioni.” La forza della cultura evocata dalla stessa Ardant “come qualcosa di inafferrabile che nutre le persone, che fonda e garantisce valori inalienabili, che permette la trasformazione qualitativa del mondo intero”, emerge chiara dalla lucidità con cui distingue nella comunità rom (come in qualsiasi altra comunità umana) i buoni dai cattivi, i delinquenti dagli gli onesti, i generosi dai furbi. Prendendo spunto da ciò, alcuni esponenti della comunità rom presenti in sala, approfittano dell’occasione per “svecchiare” l’immagine di un nomadismo romantico e poetico che non esiste più, per far emergere viceversa un popolo affamato di solidarietà e servizi sociali che difficilmente riescono ad ottenere. La loro oggettiva emarginazione che deriva dall’impossibilità di avere una casa e un lavoro oltre ad un concreto riconoscimento sociale, si riflette nella massificazione psicologica odierna che li mistifica come elementi parassitari.

Con la passione artistica inesauribile che gli deriva dal grande Truffaut, Fanny Ardant combatte con l’arma della poetica filmica, attraverso i volti reali delle passioni umane, i bisogni inespressi e perciò insopprimibili di un’umanità senza frontiere, gli antichi stereotipi del pericolo straniero che vertono tutti, o quasi, sull’ignoranza ipotizzando la nuova linea che il suo film avrebbe avuto se fosse durato un’ora e mezza invece che 12 minuti: “Sicuramente ci avrei messo più violenza e chissà, magari maggiore desiderio che i due mondi della razionalità consumistica e del misticismo romantico si incontrassero, con tanto di suspense finale. Ma soprattutto ci avrei messo molta più violenza, perché ho sempre pensato che la violenza trasfigura, fa emergere l’istinto sopito dell’umanità, al di là delle convenzioni sociali, e come da ciò sia possibile arrivare al perdono e alla giustizia.”

Regista: Fanny Ardant
Attori principali: Fanny Ardant, Francesco Montanari, Paolo Triestino

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