Il cinema è l’universo dell’illusione. A volte, sul Lido, le illusioni si infrangono.

La Mostra del Cinema in tv sembra un’immagine glamour da cartolina: star hollywoodiane che sbarcano al Lido; fotografi e giornalisti in coda per le interviste da red carpet; vip nostrani e internazionali che sfilano per le strade; moda e lusso firmati Gomorra.

Ma cosa c’è di vero dietro le apparenze mediatiche? Cos’è un festival quando si spengono i riflettori e si arrotola il tappeto rosso, finita la passerella approntata per la tv?

Un giornalista o un appassionato di cinema che arrivi a Venezia, come prima cosa, deve affrontare la dura realtà dei costi: se sceglie un hotel in terraferma (come dicono i veneziani), cioè a Mestre o a Marghera (per tutti gli altri), ogni giorno si deve sobbarcare un viaggio per treno e vaporetto a un prezzo proibitivo: 2 euro per il biglietto ferroviario e 13 per quello in mare (con sconti per permanenze di 3 o 7 giorni).

Quando il cinéphile sbarca al Lido e immaginerebbe di essere effettivamente arrivato, si accorge che per raggiungere i luoghi in cui è dislocata la mostra deve camminare per una ventina di minuti, senza l’aiuto di un cartello e l’alternativa di un ulteriore biglietto se vuole prendere un pullman.

Ma alla fine il nostro intrepido eroe si ritrova all’ingresso della Mostra e, a questo punto, inizia il calvario degli accrediti e delle prenotazioni per la Sala Grande (dove sono proiettati i film in concorso per il Leone d’Orto). Solo lì scopre che i posti sono limitati e spesso sold out. Gli restano però le sezioni minori (che non è detto programmino film “minori”), frequentate spesso più dagli addetti ai lavori che dalla stampa nazionale e internazionale.

Così, in un clima da strapaese, tra bancarelle che vendono incensi e abiti da mare (perché Lido è sinonimo di vacanzieri, palette secchiello e costumi, e non di vip glamour); mancanza cronica di luoghi dove sedersi e magari scrivere un articolo (tanto che viene da pensare: “ma tutti questi giornalisti inviano davvero qualche articolo alla loro testata?”); servizi insufficienti e spesso all’aperto o di fortuna; passerelle di legno stese sul fango (ogni tanto una tromba d’aria funesta la manifestazione e piove persino nei teatri); sedie scomodissime che non permettono una visione felice dei film (soprattutto al Palabiennale); ebbene in tutta questa kermesse ci si chiede cosa mostrino le tv? Giusto le due ore di cerimonia di apertura e chiusura a uso e consumo del pubblico da casa, che continuerà a immaginare quello che non esiste?

Per non parlare della dislocazione delle strutture (in parte in ristrutturazione), scoordinate fra loro in un dedalo di viuzze tra le quali è difficile barcamenarsi (sempre per rimanere in tema lagunare).

Il cinéphile prova la sensazione di trovarsi in una fiera che pretende di essere un Festival, che sa vendersi bene come Festival grazie alla complicità mediatica, ma che è organizzata come una fiera di macchine agricole.

Di positivo resta il poter vedere film e corti che provengono da tutto il mondo (anche se alcuni non si capisce quale merito abbiano) e che non troveranno mai un distributore e la bellezza di Venezia, che nulla tange, tra scorci immoti e riflessi silenziosi sulle acque. Venezia che respira, almeno domenica 5, ben altro che la polvere del palcoscenico, mentre il suo cuore pulsa con i vogatori della Regata Storica.

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