La critica di W.I.Z. alla neo-storia mediale

Il settore produttivo contemporaneo ha lentamente rifondato se stesso sull’impiego della categoria ‘Pop’ e con essa si è fatto portatore dei bisogni e delle debolezze della cultura popolare.

La tensione alla violenza, caratteristica necessaria per la sopraffazione animale, castrata dalla morale e dal principio di egualitarismo è stata progressivamente sviluppata, o forse è stata semplicemente riconosciuta, in diverse forme: verbali, piscologiche, fisiche ecc. Attraverso le espressioni più lievi è riuscita però a ramificarsi in settori differenti, producendo conseguenze solo apparentemente di minor tenore. È il caso della sua rappresentazione più o meno velata nel mondo commerciale dove si mostra all’interno di film, pubblicità, videoclip musicali, testi musicali, programmi tv e via discorrendo.

Tra i vari esempi, come ha messo in luce Alessandro Alfieri nel suo Video Web Armi. Dall’immaginario della violenza alla violenza del potere (Rogas editore), risulta essere un caso interessante il video musicale del brano Out of Control, diretto da W.I.Z. nel 1999 per i The Chemical Brothers, in cui la violenza è inscenata attraverso il tema della guerra civile. Si badi bene al fatto che l’immagine, qualsiasi forma assuma e qualunque ne sia il contenuto, risulta capace di provocare impulsi sensorialmente privilegiati rispetto ai medesimi necessari per i restanti quattro sensi. La fibrillazione da essa prodotta non conosce logica e colpisce repentinamente chiunque si lasci catturare dalla ragnatela della seduzione visiva, innescando in esso inevitabili sussulti. Questo W.I.Z. lo sa bene e decide pertanto di realizzare un video che funga quasi da avvertenza, da monito per quel pubblico non ancora in grado di difendersi dall’impatto con l’immagine.

Il video possiede una struttura tendenzialmente divisibile in due parti, contraddistinte per montaggio e fotografia e apparentemente in contrasto tra loro, collegate dalla trattazione di una rivolta priva di riferimenti temporali e spaziali.

Nella prima parte la tecnica di montaggio e ripresa, per certi versi simile a quella cinematografica, mostra i fatti relativi ad una coppia di innamorati che, partecipi della rivoluzione in atto, si oppongono ad uno squadrone di polizia in tenuta antisommossa. Dopo circa tre minuti la vicenda, regolarmente interrotta da ingrandimenti sulla bevanda fittizia “VIVA Cola”, rivela di appartenere ad uno spot pubblicitario della bibita così spesso mostrata.

Tale è la sintesi della prima porzione del clip. Sezione che in sé appare essere autosufficiente, del resto il regista ha raccontato quali siano gli eccessi di una pratica pubblicitaria volta ormai alla produzione di una neo-storia priva di riferimenti culturali, etici o storici; autosussistente al punto che qui il video potrebbe anche terminare. Eppure, con sorpresa per chi del filmato non ha che una prima visione, la clip prosegue in quella che diviene la seconda forma strutturale: un montaggio fatto di riprese amatoriali dai colori fusi in un’unica tinta verde putrescente. L’evidente differenza con la porzione precedente genera un’opposizione formale tale da acuire la sensazione che quanto è stato visto appartenga al mondo della finzione, mentre ciò che si sta infine guardando sia frutto del lavoro di un impavido reporter o di qualche manifestante.

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Dopo appena un minuto il video finisce sull’inquadratura di una donna col viso coperto da una bandana. Nella brevità di questa sezione sono contenuti e vanno messi in risalto due ulteriori elementi di interesse, inseriti da  W.I.Z. allo scopo di stravolgere o arricchire la lettura finora avuta del video musicale. Il primo di questi è racchiuso nella scena che segna il passaggio da una modalità di visione all’altra, quella in cui un ragazzo incappucciato sfonda la vetrinetta contenente il televisore in cui è mostrato lo spot della VIVA Cola. Nella transizione dalla simulazione alla verità è fatta denuncia della costruzione finzionale e contemporaneamente è anticipata l’artificialità del montaggio successivo.

Il secondo si manifesta nell’atto distruttivo compiuto da due figure che assaltano un distributore di VIVA Cola, brand che per quanto ne ricordi da vicino un altro realmente esistente e piuttosto noto, appartiene alla pura fantasia.
La finzione emersa precedentemente e che ha portato l’osservatore a prestare fiducia nei confronti delle immagini ad essa seguite, dallo stile più “realistico” e perciò veritiere, rivela nelle battute finali di possedere il controllo dell’intero girato e, per estensione, di ogni prodotto visivo proveniente dal settore commerciale. La presenza del distributore del brand fittizio all’interno delle sequenze “reali” possiede perciò una componente salvifica. È il tassello senza il quale lo spettatore avrebbe suo malgrado continuato a credere a quanto mostratogli dal montaggio in chiusura.

È il “sipario” – per usare una metafora cara a Gillo Dorfles – usato da W.I.Z. per riportare l’utente alla verità “vera”, salvandolo pertanto da una finzione più grave perché meno palese e con il quale lo avverte di non poter dare fiducia ad alcuna delle immagini prodotte dall’industria mediatica.

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