Il muto luciferino

Nell’atmosfera calda e accogliente del Biko di Milano, i Giardini di Mirò presentano il loro ultimo album – Rapsodia satanica – uscito a settembre 2014 per Santeria Records.

L’ultima fatica dei Giardini di Mirò è ispirata all’omonimo film muto di Nino Oxilia del 1917. Alba D’Oltrevita – interpretata dalla nostrana Lyda Borelli – stipula un patto con Mefisto per riacquistare la giovinezza, ricevendo in cambio il divieto d’innamorarsi. Quando alla fine si deciderà a sposare Tristano, la vecchiaia le ricadrà addosso come un inevitabile fardello del quale è impossibile liberarsi.

La condanna del tempo che passa non sembra tuttavia toccare i Giardini di Mirò, capaci di reinventarsi a ogni album, pur mantenendo sempre quella malinconica ossessività che li caratterizza. Anzi, alimentandola sempre di più. Rapsodia satanica è un viaggio onirico che apre spazi e tempi indefinibili e incalcolabili, un vero e proprio trip da gustarsi a occhi chiusi. Sei pezzi di altrove, ma anche di hic et nunc, di passato e presente che si dilatano. Sei pezzi che si intersecano dando vita a un foglio bianco di emozioni, a una narrazione senza parole – non c’è una sola sillaba cantata all’interno di questa rapsodia luciferina.

Il pubblico si raccoglie intorno al palco, sedendosi per terra come intorno a un fuoco acceso nel bel mezzo della notte. Altri se ne stanno in piedi ai lati, muovendo appena la testa avanti e indietro, con gli occhi semi chiusi, proiettati chissà dove. Un po’ come Jukka Reverberi, che sembra al tempo stesso scomparire e rinascere a ogni strumento che abbraccia: dal basso, alla chitarra, fino a un duo finale alla batteria che è un puro orgasmo musicale.

Intanto sul proiettore alle loro spalle scorrono gli spezzoni del film di Oxilia, che, cullati dalle melodie dei Giardini di Mirò, sembrano velocizzare il passato e rallentare il presente, come a leccare una ferita originaria, primordiale, che non vuole smettere di sanguinare.

Sembra trascorso un secolo – in realtà era solo il 2012 – da Good Luck, album dalle sonorità decisamente più pop che lasciavano presagire un cambio di rotta rispetto al precedente Il fuoco del 2009 – colonna sonora di un altro celebre film muto, dall’omonimo titolo, firmato da Giovanni Pastrone. Forse è proprio nel dar voce a questa loro cinefilia che i Giardini Di Mirò danno il meglio di sé, creando un linguaggio non verbale con cui far parlare la decadenza dannunziana, quel ballo mortifero tra Eros e Thanatos.

Tra trombe, violini, tastiere, bassi e percussioni, tra Mogwai, Smog, Slint e Sonic Youth, i Giardini di Mirò danno vita a un urlo polifonico surrealista, degno del nome che portano. Un «automatismo psichico puro», alla volta di un «comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale», come scritto nel primo Manifesto surrealista del 1924. Allo stesso modo degli artisti del surrealismo, la band di Cavriago porta avanti il proprio lavoro sperimentale, fatto di decostruzione e ricerca di nuove forme sonore, mischiando magistralmente psichedelia ed elettronica, in un’esplosione di suoni che sembrano scorrere fuori dagli strumenti per entrare direttamente nelle vene del pubblico.

Dopo una breve pausa, il gruppo regala ai suoi ascoltatori qualche chicca del passato, tra cui Time on time – da Good Luck – e Pet Life Saver, dal loro primo album, Rise and Fall of Academic Drifting (2001). Ma si vede che la band è proiettata in avanti, nella prosecuzione del proprio lavoro di sperimentazione sonora, ben più che nella riproposizione dei vecchi brani, che sembrano far parte di un’altra epoca.

I Giardini di Mirò hanno dimostrato anche in questa occasione di saper coinvolgere e stregare il pubblico senza bisogno di parole, senza accattivarselo attraverso riff e ritornelli orecchiabili. Hanno saputo viaggiare e far viaggiare nel tempo e nello spazio, restando, tuttavia, ben piantati per terra. Hanno dato voce al muto, inventando un linguaggio viscerale e “onnipervasivo”, che non ha bisogno di coscienza e comprensione, ma solo di empatia e di ascolto.

Il concerto ha avuto luogo
Arci Biko
Via Ettore Ponti 40 – Milano
Giovedi 13 novembre 2014, ore 22.30

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