Il doppio registro di rabbia e malinconia

Al Monk torna Francesco Motta, cantautore che attraverso le sue canzoni e la potenza dei suoi concerti si candida a voce di una intera generazione.

Avere di poco passato il trentesimo anno di vita, ed avere già una nutrita esperienza da polistrumentista, oltre a essere stato il leader di una delle band antesignane della cosiddetta scena “indie” italiana , ovvero i Criminal Jokers, e un disco d’esordio da solista che si è aggiudicato il premio Tenco per migliore opera prima. Dover raddoppiare, triplicare le date dei live nel giro di pochi mesi, concerti che registrano sempre il tutto esaurito, e venire riconosciuto tanto dal pubblico quanto dagli operatori del settore come un talento raro: questo il destino, gravoso quanto entusiasmante, di Francesco Motta. Due date al Monk di Roma, che a distanza di poco tempo ripropone sul suo palco il cantautore toscano di adozione romana, per eseguire i brani di La fine dei vent’anni, disco dal titolo esaustivo che esprime al meglio in che senso il suo sia un destino gravoso: nella cerchia dei suoi colleghi, band e cantautori tutti interpreti dei tempi bui che un’intera generazione è costretta a subire, Motta si candida a diventarne il capo, il più eloquente e trascinante, e il primo a capirlo, con mestiere e geniale intuito, è stato il produttore Riccardo Sinigallia.

Un compito che Motta sembra comprendere e che è disposto ad assolvere col massimo di energia, specie in occasione dei live: impareggiabile animale da palco, straordinaria presenza scenica, in determinati momenti dello spettacolo persino teatrale nella sua capacità di interagire e giocare col disegno luci, che spesso danno rilevanza alla silhouette della sua capigliatura e del suo corpo snello e rettile. Complice una band di magnifici musicisti, tra i quali spicca il chitarrista Giorgio Maria Condemi, lo show è di una loquacità potente, e chi conosce Francesco Motta solo per la sua opera in studio resta sorpreso della caratteristica natura del concerto: il suo dimenarsi esagitato ricorda più Alice Cooper o Trent Reznor piuttosto che artisti solitamente premiati al Tenco, o in generale i cantanti a lui coevi, coi quali condivide lo sguardo disincantato e sofferente sul mondo che ci circonda (pensiamo a Iosonouncane).

Se in brani come La fine dei vent’anni, Prima o poi ci passerà, Del tempo che passa la felicità, Abbiamo vinto un’altra guerra, i temi e soprattutto il tono intimista esprimono una malinconia tipica della nuova schiera di “cantautori della catastrofe”, il live assume un registro heavy, che in alcuni casi cede persino al shoegaze per volumi e feedback; la scelta noisy, soprattutto come coda di determinati brani, è una scelta particolarmente inflazionata nella musica contemporanea, che spesso si rivela schizofrenica “sdoppiando” l’offerta e creando una differenza tra le caratteristiche precipue del disco e quelle del live sound; non è necessariamente un male, se fatto con attenzione come è il caso di Motta (e come ha fatto negli ultimi anni anche Vasco Brondi) che dal vivo sembra più un Capovilla del Teatro degli orrori e non un Dente, per dire.

Per queste ragioni, il nome di Francesco Motta è imprescindibile per comprendere realmente la musica degli ultimi anni, perché più di chiunque altro conosce la generazione condannata al fallimento alla quale si rivolge, e si rivolge ai membri di quella generazione sia in tono confidenziale che urlandogli contro, scambiandosi la medesima rabbia; d’altronde, la generazione degli ’80es, ovvero gli attuali trentenni, trovano nei testi delle sue canzoni il rispecchiamento della loro esistenza, negli arrangiamenti una qualità di scrittura di certo non ovvia, e nella versione dal vivo l’attrazione nostalgica per le band hard rock che loro quanto lui ascoltavano durante gli anni del liceo. In questo supera Vasco Brondi, dal momento che offre un altro registro della nostalgia, quasi riproponendo un’antica dicotomia nella storia del rock che risale ai Beatles/Rolling Stones: in altre parole, una volta che Brondi ha ceduto allo struggimento esasperato del suo stesso personaggio, Motta dimostra come il lirismo possa passare anche attraverso la distorsione amplificata, trasformandosi in urlo per convertirsi, forse, in rabbia. Se infatti il lirismo brondiano è una forma di trasfigurazione romantica della catastrofe che stiamo vivendo, che attraverso il tono poetico la rende “meno peggiore” di come è in realtà ed anche per questo, nel corso degli anni, ha determinato l’allontanamento di una determinata fetta di quello che sarebbe potuto essere il suo pubblico (ovvero i più cinici, i più disincantati, quelli stanchi di paternali e di testi strappalacrime), lo stile mottiano riesce a rivolgersi anche a questi ultimi, perché al lirismo nichilista accompagna il cinismo, alla disperazione accompagna il nervosismo, alla poesia accompagna il rock’n’roll.      

Il concerto ha avuto luogo presso:
Monk Club
Via Giuseppe Mirri, 35 – Roma
venerdì 17 e sabato 18 marzo, ore 23.30
ingresso riservato ai soci ARCI

Francesco Motta in concerto

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