L’eterno ritorno del Moretti

La programmazione della Cineteca Nazionale presso il Cinema dei Piccoli vede di scena un grande evento: la proiezione della copia restaurata di Io sono un autarchico di Nanni Moretti.

Fa una particolare impressione ritrovare il ventitreenne Moretti alle prese con i suoi “umori” giovanili, in tutta la sua carica ironica che sfiora e civetta spesso il grottesco, atmosfere surreali, personaggi ridicoli e al limite dell’assurdo, dopo averlo osservato nei panni dello psichiatra “impotente” e infantile di Habemus Papam.

Vi è in lui, a trentacinque anni di distanza, un residuo permanente di quella lontana stagione espressiva per certi aspetti “anarchica” e così ricca di sana sperimentazione, tanto da diventare, insieme a un altro capolavoro del suo cinema “ad personam” come Ecce bombo, la mitologica (fino a due anni fa assolutamente introvabile fino al restauro compiuto assieme alla Cineteca Nazionale) icona del Moretti pensiero.

Ed è perfettamente questo che affascina in questo film, e cioè il disvelamento autentico e senza ipocrisia della fonte di tutto il suo linguaggio registico e stilistico, dalle battute caustiche alle gestualità rituali, dai primi piani forzati che prendono in giro i film d’azione targati made in Hong Kong degli anni ’70, ai silenzi imbarazzanti in cui l’aria diviene presto irrespirabile, dall’autoanalisi esistenziale senza capo né coda, con cristallizzazioni immediate di lampi concettuali irrisolvibili, fini a se stessi, alla critica spietata della banalità del cinema italiano e di un pubblico assuefatto alle mode del momento, che ritroviamo – ovviamente in forme diverse nei vari decenni – in tutta la sua opera registica e di sceneggiatura, in una coerente e costante rielaborazione dei suoi “demoni” interiori, delle sue idiosincrasie e nevrosi, carico di quell’egocentrismo romanticheggiante e vagamente pessimista, di un pessimismo che tende alla rassegnazione nichilista (tipico di quella figura leopardiana che proprio in quel periodo omaggiò con un pellegrinaggio alla casa-museo di Recanati) e all’immobilità stagnante dell’Anima bella hegeliana, di quell’ipercriticismo totalizzante in cui sparisce la stessa nozione attiva di critica, attraverso cui la sua maschera quotidiana si fa identità-psiche-personaggio, nell’audace sberleffo delle icone dell’intellettualità impegnata dell’epoca, dal critico teatrale fumoso e inconcludente (un grande Beniamino Placido), alla parodia goliardica dell’evanescente Alberto Moravia (un efficace Giorgio Viterbo), dall’abuso retorico dell’ideologia nei film di serie b, alla puntuale dissacrazione del conformismo verbale e comportamentale della sinistra post-sessantottina.

Girato in Super8mm, suscitando allora grande scandalo e dibattito tra gli addetti ai lavori, dimostrò che era possibile che un filmetto artigianale, autoprodotto con fondi minimi, facendo lavorare amici (Fabio Traversa e Giorgio Viterbo, Luciano Agati e Paolo Zaccagnini) e parenti (il padre Luigi Moretti e il fratello Franco) e giovani attori sconosciuti, provenienti dal teatro sperimentale e dalle cantine dei circuiti Off, potesse competere con i colossi della produzione e i grandi nomi del divismo dell’epoca, creando un vero e proprio vocabolario estetico e registico dal nulla, aprendo la strada a quel “dilettantismo filmico”, all’immediata riproduzione visiva del reale, che oggi trionfa con i filmini girati con il cellulare e messi su youtube o nei vari social network.

L’autarchico Michele Apicella, raccontando la sua cronica libertà esistenziale, lasciato dalla moglie con un figlio piccolo a cui non riesce a badare, coinvolto suo malgrado nella preparazione fisico-ideologica (mitica la battuta del regista Fabio Traversa: “senza pettorali, senza ventrali non si fa avanguardia”) e nella tragicomica messa in scena di una delirante pièce sperimentale, costretto a ritornare alla frustrante sessualità solitaria dell’adolescenza, denuncia precisamente l’autarchia di quel giovane, che – affascinato dalla registrazione cinematografica dell’esistenza (tipica già nei suoi primi corti come La sconfitta e Pate de Bourgeois del 1973 e Come parli frate? del 1974) -, scrive, interpreta, monta e dirige un film che gli ha dato non solo un’inattesa e insospettabile notorietà, ma la possibilità ineguagliabile di fare della sua vita il mezzo espressivo, lo specchio deformante (ma allo stesso tempo mimetico) del suo essere-al-mondo, attraverso cui spicciolare la propria versione del mondo, coinvolgendo milioni di persone che come lui lo vedono e lo sentono, vincendo finalmente la sua atavica autarchia.

Cineteca NazionaleCinema dei piccoli
Roma, viale della Pineta, 15 tel. 06 8553485
Sito web: Fondazione Csc

Titolo: Io sono un autarchico
Regista: Nanni Moretti
Soggetto e sceneggiatura: Nanni Moretti
Genere: Commedia
Fotografia: Fabio Sposini
Musica: Franco Piersanti
Montaggio: Nanni Moretti
Attori principali: Nanni Moretti (Michele), Simona Frosi (Silvia, sua moglie), Andrea Pozzi (Andrea, suo figlio), Fabio Traversa (Fabio), Giorgio Viterbo (Giorgio, il professore), Paolo Zaccagnini (Paolo), Luciano Agati (Giuseppe), Beniamino Placido (il critico teatrale), Luigi Moretti, Franco Moretti, Alberto Abruzzese
Produzione: Nanni Moretti
Durata: 95′ (Super 8, successivamente gonfiato in 16mm)

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