Il Festival del Cinema di Locarno è giunto alla sua 69° edizione. In una giornata di festival, vi diamo un assaggio delle curiosità, delle incongruenze e delle sorprese che la città svizzera offre quando diventa maculata.

Uno sfondo giallo. Completamente vuoto. Nel silenzio di questa immagine monocromatica, si fa strada un grande felino maculato. Si tratta di un leopardo. Si muove con una calma inesorabile, mentre si lecca i baffi, famelico. È possibile sentire il rumore dei suoi passi, mentre ancheggia da destra verso sinistra, e poi un ruggito. Non è aggressivo, solo sicuro di sè. Una volta che ha attraversato lo schermo, compare la scritta Festival del film Locarno. Si aprono così tutti i film proiettati durante il festival, per cui chi è deciso a una full immersion (abbastanza tipica, in circostanze simili) tende a vedere questa stessa sequenza dalle tre alle sei volte al giorno. Appena la vedo mi domando: “perché il leopardo?”.
Chiunque conosca il più importante evento cinematografico della Svizzera saprà che il suo simbolo è il leopardo, e il premio principale conferito è appunto il Pardo d’oro, ma le ragioni di queste scelte non sono di pubblico dominio. O almeno, così sospettavo dopo la prima proiezione della giornata (ore 11.00, a La Sala, in concorso nella categoria Cineasti del Presente). Mentre usciamo, chiedo a una mia amica svizzera se sa il perché del leopardo. Mi risponde di no, ma aggiunge che prima di svolgersi a Locarno, nel 1946, il Festival era nato e si era svolto a Lugano a partire dal 1944. Interessante, ma il mistero rimane.
Mi incammino perplesso insieme a lei a un apericinema, un aperitivo riservato al cast e allo staff di un film, come talvolta si chiamano queste occasioni, nella parte alta della città, e il Festival mi esplode intorno con la sua leopardata presenza: attraversando le strade si vede subito come, al contrario di ciò che succede in altre città, in questa sia l’intera comunità a partecipare, e tutti si sentano coinvolti. Non esiste vetrina o negozio che non sfoggi uno striscione leopardato, una qualche riproduzione dell’animale o un riferimento al Festival. Si cammina in un soleggiato paradiso cinematografico che riesce persino a eliminare il sapore kitsch alla texture gialla e nera.

All’aperitivo proseguo con il mio quesito: perché il leopardo è il simbolo del Festival? Attori, tecnici, cineasti… nessuno è in grado di rispondermi. Un membro della Ticino Film Commission mi parla delle polemiche, della fortunata quiete di quest’anno (a parte un tentativo di incendio da parte di un ubriaco, due giorni prima, che aveva provato a bruciare lo schermo della piazza principale, fallendo miseramente), dello stanziamento di circa 3-4 milioni di Euro da parte della Svizzera per uno degli eventi culturali più importanti del paese e del fatto che non siano mai abbastanza, degli sponsor, dell’offerta culturale che resiste a dispetto dell’appiattimento generale, delle invidie degli altri cantoni per questa perla che brilla sulle rive del lago… Ma anche lui ignora il segreto del leopardo.

Ci spostiamo nei pressi della ferrovia, là dove Locarno si trasforma lentamente in Muralto, e dove un isolato Palavideo rappresenta uno dei dieci ambienti in cui è possibile vedere i film in programma. C’è un documentario su Ken Loach, mi sembra un’ipotesi intrigante, e lo diventa ancora di più quando a sorpresa è proprio il grande regista ad apparire in sala, con il suo tipico aplomb inglese. La sala si solleva in un applauso che sovrasta anche il ruggito del leopardo più agguerrito, mentre Mr.Loach prende in mano il microfono e inizia a parlare.

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