Primo comandamento: non uccidere

I dieci comandamenti, tra gli altri, sanciscono anche il divieto assoluto di privare della vita se stessi e gli altri, ma cosa significa uccidere ai giorni nostri? Questa è la domanda che si pone il regista Gabriele Cecconi.

Il comandamento numero cinque diventa il primo nella sequenza di Cecconi, intenzionato a mettere su pellicola i precetti delle tavole affidate da Dio a Mosé, ponendosi, così, sulle orme di Kieslowski, autore dei dieci mediometraggi che costituiscono Il Decalogo. La realizzazione del progetto di Cecconi ha inizio dal numero cinque, “non uccidere”, concentrandosi su un’unica riflessione: se eutanasia possa essere considerata sinonimo di omicidio.

Un anziano avvocato ogni giorno, sempre più stanco e provato, si reca da sua moglie portandole in dono una rosa. Una routine che continua da undici anni, ovvero da quando la donna è entrata in un coma vegetativo permanente che si ostina a trattenerla al mondo. L’avvocato soffre, si lacera e pensa: è giusto appigliarsi a quell’illusione di vita, accanendosi con crudeltà su quanto rimane, continuare a costringere sua moglie a quelle cure? Luisa, questo il nome della sua cara moglie, non l’avrebbe mai voluto, e allora non sarebbe meglio… forse… L’avvocato si sveglia di soprassalto. Il liquido dell’alimentazione scende ancora, lento, nel gocciolatoio della flebo. L’eutanasia della moglie era solo un incubo per l’avvocato… o forse un sogno?

La dimensione onirica rivelata dal cortometraggio è un escamotage pregnante che non ottiene solo effetti cinematografici e riesce a portare alla ribalta l’ossessione convulsa che strazia i pensieri delle persone vicine ai pazienti in stato vegetativo. Il dramma è doppio, perché si trovano dilaniati dalla volontà di avere vivi i loro cari e dalla sensazione che la morte porterebbe loro conforto. La morte non è solo un’estrema panacea, quanto – soprattutto – il mezzo per riottenere di nuovo dignità. Questa è la richiesta assordante che sembrano gridare i muti pazienti. Il punto focale risulta, infatti, la perdita di dignità umana alla quale vanno – quasi inevitabilmente – incontro i malati, costretti a piagarsi in un letto, impossibilitati a ogni interazione con cose e persone. E se vivere significa essere parte integrante del mondo circostante, incidere su di esso in qualsivoglia maniera, allora il coma vegetativo permanente, che strappa a tutto questo, può dirsi vita? In questa situazione, staccare un alimentatore – coatto e (forse) non voluto – può dirsi uccidere? É questo il drammatico quesito su cui si concentra Cecconi, bravo nel dare un potente input alla riflessione e nel non pontificare a riguardo, conferendo alla pellicola grande oggettività.

Il dibattito Un testamento per il fine vita? ha seguito la proiezione del film, rivelandosi equo, bilanciato e di specchiabile onestà intellettuale al quale hanno partecipato Beppino Englaro, Lombardi Vallauri, docente di Filosofia del diritto ed esperto di problemi di bio etica, e gli esponenti delle chiese cattolica, Don Bigalli, e valdese, Pastore Gajewski. Il dibattito moderato da Ornella De Zordo, è stato condotto in modo ordinato e corretto, incoraggiando, così, coloro che ancora credono che ci sia una possibilità di dialogare alternativa a quella da “mercato ittico” proposta ogni giorno in televisione.

5 Non uccidere è un corto commovente e penetrante nella sua lucidità, coraggioso nel portare alla luce tutto l’amore insito nella tentazione omicida di chi vede un caro che vivo è solo perché attende la morte.

Lo spettacolo è andato in scena martedì 21 giugno
Cinema Odeon
Via de’ Sassetti, 1- 50123 Firenze
Ore 18,00

Titolo: 5 Non uccidere
Regista: Gabriele Cecconi
Durata: 20′
Genere: Drammatico

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