La crisi pandemica e la distanza insopprimibile tra cronaca e immaginario distopico

La pandemia di Covid-19 è l’esempio più efficace per comprendere lo “spazio” insopprimibile che separa il reale dall’immaginario e il “tempo” che compone la realtà nella sua articolazione più complessa, innanzitutto perché si riferisce a un evento della cronaca che ha toccato globalmente tutti nel corso degli ultimi anni, e poi perché riguarda un fatto in qualche maniera “annunciato” dalla cultura pop in più modalità e concretizzatosi nella nostra esistenza effettiva. Questo annuncio, in quanto tale, non può essere sovrapposto all’evento: non si è trattato in alcun modo di previsione, essendo la pandemia di Coronavirus ben lontana dalle versioni immaginifiche protagoniste delle narrazioni catastrofiste.

Di certo, il Covid-19 non somiglia affatto ai virus apocalittici, non solo a quelli che sono in grado di determinare autentiche apocalissi-zombie, ma anche a quelli che, nelle storie che viste o lette, attaccano il sistema nervoso, producono un tasso di mortalità prossimo al 100%, si diffondono con una velocità e una letalità quasi assolute. Ebbene, raccontare un virus capace di provocare l’estinzione della specie umana significa scongiurare la possibilità che tale virus possa presentarsi. Si tratta dopotutto della ragione della diffusione così massiccia e potente del Covid-19: se infatti questo coronavirus avesse avuto un tasso di letalità molto più alto e implicazioni più tragiche sui contagiati, da un lato probabilmente avremmo assistito a una corsa delirante al vaccino, dall’altro la sua diffusione non avrebbe avuto gli stessi ritmi, proprio perché il contagiato avrebbe avuto poco tempo a disposizione per proseguire il contagio.

In altre parole, la forza del virus attualmente in circolazione coincide col suo limite, con il suo essere infido in quanto lontanissimo dai virus apocalittici dell’immaginario ai quali siamo abituati da decenni. Come sempre accade, l’immaginario produce ciò che solo in parte realizza, perché è proprio lo smarcamento tra esso e la realtà a definire una sorta di tutela dalla catastrofe: dato che lo spazio è insopprimibile, raccontare una Terza guerra mondiale e un conflitto nucleare globale, così come raccontare la diffusione di un virus mortale e apocalittico, significa escluderne la concretizzazione reale.

Il Covid-19 e la sua variante Delta non sono “virus letali” nel senso hollywoodiano del termine: sono infezioni che non hanno una cura, che possono mettere a rischio la salute di ciascuno di noi, in particolare dei più anziani, e che provocano danni soprattutto per via del sovraffollamento nelle cliniche e negli ospedali. Nulla a che vedere con la peste o l’ebola. Tuttavia alla fine di questo terribile evento i contagiati in proporzioni storiche saranno sicuramente di più, perché proprio la limitata letalità del virus ne garantisce la circolazione.

Da oggi in poi, sarà difficile gestire narrazioni distopiche ispirate a pandemie letali perché il confronto andrà fatto non con l’immaginazione ma con la cronaca e la storia: si tenterà di rimuovere il lutto perché, da un lato, soprattutto negli anni subito successivi al trauma, questo universo narrativo rinuncerà a fare esplicitamente riferimento all’avvenuto dal momento che ciò verrebbe interpretato come un’offesa nei confronti delle vittime (che verrebbero consegnate spudoratamente agli interessi della spettacolarizzazione), ma soprattutto, dall’altro lato, il pubblico avrà bisogno di una trasfigurazione mitico-fantastica per avere il giusto distacco dall’accaduto e godere della propria “sete di riscatto”. In fondo, poi, la volontà profonda di ciascuno dinanzi alla grandezza di un evento epocale – come quello attuale che non smette di accadere e che sta sconvolgendo le nostre vite – è quella di dimostrare (sulle bacheche dei social e sempre meno al bar per via delle politiche di contenimento) di saperla molto più lunga del prossimo e questa vanità – esattamente come un virus e perciò “metavirus” – accomuna persone disinformate e impreparate alla comprensione autentica delle informazioni circolanti nella rete a personaggi dal bagaglio culturale significativo, ma ai quali interessa solo alimentare la polemica per gonfiare il proprio io.

Il web offre una quantità di materiali e documenti pressoché infinita per sostenere qualsiasi tesi: il problema è l’intenzione iniziale, perché come sosteneva Dostoevskij è il credente a vedere i miracoli, non è il laico a convertirsi quando è testimone oculare dei miracoli stessi.

Non è forse ipocrita il fatto che, mentre la mediocrità piccolo borghese dell’occidente benestante è impegnata a perdere tempo con le dita sullo smartphone volendo dimostrare a se stessi e ai propri simili quanto si è arguti sui social network, la maggior parte del pianeta, il secondo e il terzo mondo, rimanga totalmente privo di mezzi adeguati per combatterla? Che poi in fondo è il vecchio paradosso del nord opulento del mondo che getta il cibo nella spazzatura mentre ci sono zone del pianeta dove si muore di fame. Un’altra “diffusa” ipocrisia della classe media occidentale, che va alla ricerca di narrazioni affascinanti per darsi una posizione in un mondo che ha frustrato qualsiasi sua ambizione, è quella di immaginare una dittatura sanitaria, una crisi epocale delle tutele repubblicane e democratiche, trovandosi a vivere in tale frangente con la possibilità di indignarsi, di scrivere, di “opporsi” a tale “distopia realizzata”. Si tratta del desiderio inespresso e mai confessato di tanti, soprattutto tra chi non ha l’urgenza di rispondere a incombenze materiali e può dedicare tempo ed energie al proprio immaginario distopico. Un immaginario dove lui (finalmente) si trova dalla parte del giusto, contro il potere costituito e contro quel sistema mostruoso che lo vuole controllare e vittimizzare costringendolo a seguire norme e modalità di comportamento che lui non condivide. Ovviamente, si tratta di fare appello a una Costituzione che però in pieno dualismo cognitivo (nel quale non è un problema accogliere la contraddizione) viene trascurata in innumerevoli altri casi, ma soprattutto è evidente come tale smania ribellistica nei confronti di una “dittatura” venga livellata perfettamente sulle esigenze e sulle sofferenze della classe media.

In altri termini, come in una realtà virtuale, come in un luna park, è stato concesso di godere di una narrazione ribellistica e di vivere come gli “eroi” del cinema combattendo il tiranno, ma senza rischiare minimamente la pelle: si può svolgere un’appassionante battaglia (e trovare un bel modo di trascorrere del tempo, se se ne ha a disposizione) davanti a uno schermo inoffensivo, esattamente come se stessi giocando a un videogame. La dittatura che si combatte non è vera dittatura, non è quella che vediamo nei film distopici: io posso scrivere e combattere una dittatura senza che essa reagisca. D’altronde, nei confronti della pandemia, la modalità di elaborazione del lutto del “rifiuto” neanche funziona più: non si tratta di convincersi che il male non esista, ma è necessario passare subito al secondo livello, vale a dire a quello della collera. Perché la collera è narrativamente più appassionante e, soprattutto, moralmente ci dispensa da qualsiasi responsabilità nei confronti di un qualche obiettivo finale. È il paradosso costitutivo dell’attuale comunicazione digitale: da un lato, il web manifesta la sua dimensione progressista e positiva, perché ognuno di noi ha più tempo di informarsi, gode della possibilità di attingere a fonti differenti (alla faccia della dittatura), ma allo stesso tempo – e strettamente connesso a questo punto – ognuno di noi ha talmente tanto tempo a disposizione per esibire il proprio ego e potenziare la propria vanità in maniera spesso ingiustificata.

Il dibattito quanto mai pregnante in epoca di lotta al Codiv-19, con le numerose forzature avvenute un po’ tutte le legislature nazionali, evidenziano l’imbarazzante negligenza da parte del sistema neoliberale di affrontare una catastrofe, ma, non essendo la fine del mondo, il sistema economico e politico non farà che rilanciare la propria azione negando che il problema siano i principi ideologici che sono alla base delle attività produttive e amministrative su scala globale. Catastrofe e democrazia rappresentativa, catastrofe e diritti liberali non possono andare d’accordo: l’emergenza esclude anche solo la possibilità che tutto possa restare così com’è. Che nulla sarà più come prima dopo la pandemia significa esattamente questo, significa la necessità di ripensare nel profondo le strutture politiche e amministrative dal momento che esse si sono già riplasmate proprio per fronteggiare la crisi. Per un verso, è vero che lo smantellamento dei sistemi istituzionali liberal-democratici e accentramento decisionale determinato dall’emergenza sanitaria e a cui “assistiamo” rappresenta  “solo” l’epifenomeno di un processo in corso da molto tempo, ma ciò porta a evidenziare come il sistema neoliberale continui a mostrare – da sempre – insofferenza nei confronti dei processi di decisione popolare e dei diritti delle minoranze.

Si tratta di chiedersi – senza avere minimamente l’ambizione di risolvere il quesito dal momento che è aporeticamente impossibile – se venga prima l’uovo o la gallina: sono le crisi emergenziali a determinare la messa in discussione dei principi democratici, liberali e repubblicani, con conseguente abuso da parte delle strutture di potere, o è il sistema politico, economico e ideologico globale, subordinato alla volontà dei monopoli del nuovo capitalismo, ad avere determinato e a determinare le crisi con conseguente abolizione del controllo democratico? Se l’esigenza è quella di tutelare la dimensione democratica nella sua accezione liberale, consumista e individualista, allora da un lato si commette l’errore di credere possibile tornare a uno stato perfettamente identico a quello pre-pandemico, dall’altro bisogna avere la faccia tosta da credere che quella condizione sia auspicabile e perciò negare tutte le altre crisi mai risolte causate da un modello di sviluppo e sfruttamento catastrofico, dal terrorismo alla crisi ambientale. Tale modello non potrebbe sussistere senza sfruttamento e lo sfruttamento è definito dal prosciugarsi delle tutele civili e dei diritti delle classi subalterne e delle minoranze. Con le costrizioni dettate dall’emergenza, il sistema ammette il proprio fallimento, mentre negare l’emergenza o credere di poter gestire l’emergenza mantenendo tale sistema è tipico di chi, in cattiva fede, cerca un minimo di riconoscimento sui social, dunque all’interno di quel sistema massmediale che è parte costitutiva della logica del dominio del nuovo capitalismo (innanzitutto) digitale.

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