Cosa ci dicono dell’immaginario contemporaneo la seconda e la terza stagione

I temi di maggior interesse di una delle serie più celebrate e seguite a livello internazionale emergono nella seconda e nella terza stagione in maniera silenziosa, perché si tratta di due questioni a proposito delle quali la stessa serie non riflette, impegnata com’è a insistere sui macrotemi espliciti su cui ha costruito il suo indubitabile successo.

In altre occasioni, ho personalmente messo in luce le ragioni per le quali ritengo che La casa di carta sia un prodotto seriale mediocre; il principio di fondo di questa mia valutazione sta nel fatto che le strategie formali e narrative risultano da più punti di vista estremamente retoriche nonché proprie di una stagione datata della serialità televisiva. Tutto il progetto la casa de papel insiste a ogni passo sull’enfasi retorica, sfruttando strategie registiche, di montaggio, di sceneggiatura, di fotografia che da un lato rimandano a un immaginario fumettistico con la pretesa di “piacere” e di stabilire una relazione empatica e simpatetica con lo spettatore, dall’altro però vorrebbe non sganciarsi da un piano di realismo che maldestramente sfugge proprio nella retorica complessiva.

Giunta alla prima metà della terza stagione, la serie di Alex Pina mette in luce però dinamiche che riflettono le tendenze del nostro presente, facendo coincidere i limiti estetici e espressivi al valore di testimonianza che tale produzione seriale possiede, e che come ci ha insegnato la Scuola di Francoforte può venire definito “contenuto di verità”. Proprio con la fine della prima stagione, il seguito della serie, davanti all’esigenza (commerciale soprattutto, come giusto che sia) di continuare, ha messo al centro due temi apparentemente trascurabili, ma che invece rivelano – seppur inconsciamente – caratteri essenziali dell’immaginario contemporaneo nonché della cronaca che come sempre all’immaginario si aggancia per poi smarcarsene.

Il primo tema è il motore narrativo che determina la seconda stagione. Col trionfo del clan del professore  e il rocambolesco colpo alla zecca di Stato, i “sopravvissuti” possono godersi la riuscita dell’impresa. Nel montaggio di apertura della seconda stagione ci viene riassunto in poche scene cosa ne è del gruppo durante la latitanza e come i membri hanno deciso di trascorrere la propria esistenza. Qui emerge chiaramente un fattore, che possiamo declinare in senso interrogativo: che senso ha diventare miliardari se non si ha la possibilità di godersi la propria ricchezza? Può bastare godersi la pace su un’isola deserta con la persona che si ama? Se si è ricercati in tutto il mondo e perciò per quanto sia possibile sfuggire all’arresto si deve necessariamente rinunciare a viaggiare, a farsi conoscere, a incontrare i propri amici e i propri cari, la ricchezza spropositata e i rischi corsi per raggiungerla hanno ancora senso? La ricchezza che non viene investita in ulteriori progetti, ha “valore”? Il paradosso è che proprio il motore di avvio della nuova narrazione (la cattura di Rio) emerge da questa condizione di insoddisfazione, condizione che però mette in discussione l’essenza stessa di tutta la vicenda della Casa di carta.

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La seconda questione riguarda invece lo sviluppo seriale nella sua interezza ed è un tratto condiviso da molte produzioni degli ultimi anni, perché mette in evidenza un elemento caratteristico della nostra contemporaneità: si tratta dell’inadeguatezza dei competenti e delle istituzioni. Così come emerge in Lupin, per esempio, chi si trova dal lato della clandestinità e dell’illegalità è estremamente più efficace, preparato, coordinato e capace rispetto a chi è chiamato dalle istituzioni a combatterli e debellarli. Perciò nella serie spagnola uno squadrone della morte proveniente dall’esercito, una milizia dalla decennale esperienza su campi di guerra reali, lo vediamo contendersi il terreno della battaglia con i nostri eroi, ai quali un addestramento di qualche mese  è bastato per avere la meglio su soldati professionisti.

La tensione che anima soprattutto l’ultima tranche di episodi pubblicata da Netflix si concentra proprio su questo assunto, che riflette una tendenza diffusa in tutto l’orizzonte dell’immaginario contemporaneo, dalla politica alla cultura scientifica, dalle istituzioni scolastiche al principio di autorità nelle sue varie dimensioni: si tratta della messa in discussione definitiva del principio di competenza, o meglio del rifiuto di riconoscere alle agencies abitualmente e tradizionalmente predisposte a tale riconoscimento (istituti di ricerca, istituzioni politiche, ordini professionali, profili riconosciuti a livello sociale e civile ecc.) una qualche autorevolezza. Questo accade per due ragioni, che nella Casa di carta si rincorrono ma che restano poi confuse perché si smarriscono nel flusso dell’azione e nell’enfasi retorica complessiva: il team di eroi popolari che sfida il proprio stesso destino, grazie alle intuizioni geniali del “professore”, in che maniera acquisisce il fascino di cui gode a livello globale? Per sostanziare l’efficacia e la genialità del professore e dei suoi adepti sarebbe necessario che l’antagonista fosse degno della sfida, oppure la genialità e le capacità dei beniamini spagnoli sta proprio nella capacità di sfruttare e di approfittarsi di quelle incrinature e di quei limiti che il sistema possiede rispetto al passato?

Ma tali incrinature, tale livello di inadeguatezza nei confronti delle emergenze contingenti che si verificano di volta in volta, a cosa sono dovute? Si tratta di una responsabilità del sistema, o non è forse vero che riflette un atteggiamento di delegittimazione che proviene innanzitutto dalla percezione popolare, soprattutto a partite dalle produzioni della popular culture, come appunto la serie spagnola in oggetto?

D’altronde, la distanza tra immaginario e realtà resta abissale, altrimenti guardando Lupin o La casa di carta ognuno di noi sarebbe nella condizione di fare il colpo della vita – per quanto, come detto, ciò determinerebbe l’esilio permanente, l’isolamento e la frustrazione. Infatti nelle narrazioni con lieto fine, non vediamo mai il “dopo”, che è quello che invece vediamo con la seconda stagione della Casa di Carta. Si tratta sempre della distanza tra immaginario e realtà, tra desiderata e desiderio che si realizza, la stessa distanza che sussiste tra la percezione dell’incompetenza delle autorità e l’autentica efficacia operativa delle istituzioni. Il medesimo scarto che intercorre tra il talento e la genialità autopercepiti quando si partecipa con i propri post e tweet all’arena del web e il reale fondamento intellettuale, concettuale e argomentativo delle proprie posizioni.

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