Il ritorno dei Ministri in tempi bui e pandemici

Nel lontanissimo 2015, pubblicai un volume dal titolo Musica dei tempi bui. Nuove band italiane dinanzi alla catastrofe. In termini sociali e culturali, il 2015 è l’equivalente di un’era geologica fa, dal momento che nell’ambito della produzione culturale contemporanea sei anni equivalgono almeno a un millennio, senza contare che l’ultimo anno e mezzo è stato sconvolto dalla ridefinizione incontrovertibile del nostro orizzonte esistenziale, privato e pubblico causata dalla pandemia ancora in corso.

D’altronde, molti protagonisti della scena musicale e artistica del 2015 sono ancora gli stessi: per concentrarci sulla musica, per quanto molte cose siano cambiate in questi anni rendendo pressoché irriconoscibile rispetto ad allora l’indie e non solo, è anche vero che ci sono band che hanno saputo testimoniare tali mutamenti, sondando la continuità diabolica tra i fatti che hanno caratterizzato il nostro sciagurato presente e allo stesso tempo mettendo in luce le specificità proprie dell’attuale catastrofe in corso. D’altronde, risulta superfluo insistere sulla crisi terribile che si è abbattuta proprio sul settore dello spettacolo e sul settore artistico: l’abolizione di spettacoli dal vivo, concerti ed eventi, procrastinata fino a oggi, ha determinato lo scoramento da parte di molti protagonisti che, infatti, non riuscendo a organizzare non solo il proprio avvenire – ma anche il loro presente – hanno rinunciato all’idea di provare a raccontare ciò che stiamo vivendo. Poi ci sono artisti e band, che per quanto scoraggiati, dopo tutti questi mesi hanno deciso di scrollarsi di dosso la polvere e di rispondere all’esigenza di dire qualcosa su ciò che sta succedendo.

Tempi buiIn quel 2015, tra le varie realtà musicali italiane era possibile attribuire alla band dei Ministri la capacità espressiva e stilistica di puntare uno sguardo tagliente ed efficace sulla catastrofe nei nostri tempi bui, grazie al loro “rifiuto di offrire (presunte) alternative alla catastrofe. La catastrofe la si sta vivendo, va vissuta, e la musica ci fa vedere ciò in cui siamo immersi quotidianamente senza garantirci alcuna salvezza. In questa mancanza di opportunità salvifica paradossalmente si rivela il suo potenziale emancipativo”. Perché la catastrofe dei tempi bui nella seconda decade del 2000 era una catastrofe che non smetteva di accadere, una condizione di stasi reiterata dove nulla accadeva veramente, dove la passività era dettata da un benessere che progressivamente andava esaurendosi ma che procrastinava indefinitivamente l’azione.

Nel 2004, erano stati i Verdena e la penna criptica di Alberto Ferrari a specificare il ruolo che il Niente aveva assunto e stava assumendo nei nostri sciagurati tempi, in un magnifico brano dal titolo 40 secondi di niente.

Nello schema della Musica dei tempi bui, Vasco Brondi ovvero Le Luci della Centrale Elettrica, e I Cani di Niccolò Contessa ricoprivano la posizione del “Venire a patti” con la catastrofe dei nostri tempi, in una una formula di adesione poetica e romantica con essa: “il cortocircuito viene generato dalla contraddizione tra la volontà di raccontare i tempi della catastrofe attuali, caratterizzati dal niente, attraverso racconti e versi molto sofisticati che quella stessa catastrofe paiono nobilitarla, elevandola a poesia”. Per questo, nell’opera di questi artisti, il concetto di “niente” torna spesso innervando il senso dei loro brani. Pensiamo a un brano come Una guerra lampo pop tratto dall’album Costellazioni.

Come viene cantato da Vasco Brondi, “anche se fecero un deserto e lo chiamarono pace”: “la guerra si pone come il ‘qualcosa’ che dà senso rispetto al ‘niente’ della catastrofe, un niente pacifico, quieto, che perciò esclude qualsiasi azione e possibilità di mutamento. Questa pace è il deserto che è stato creato e che si mantiene sempre uguale a se stesso, che invade la nostra coscienza e procrastina l’azione all’indeterminato escludendo il mutamento effettivo”. In una dimensione decisamente più privata e personale, Niccolò Contessa in Lexotan ripeteva fino allo sfinimento proprio il suo “niente” prima del ritornello che tentava di rintracciare un barlume di felicità nella capacità di riscatto del racconto del dolore.

Sul lato della “Accettazione” come formula positiva di elaborazione del lutto del disastro sociale a cui le nuove generazioni sono condannate nell’attuale regime neoliberista e nell’ordine tardo-capitalista globale, si trovavano i Pan del diavolo e un brano come Donna dell’Italia.

Nel ritornello ascoltiamo:
Crolla il paese e cade a pezzi
e scopre noi che ci baciamo,
che niente niente vorresti avere attorno,
tranne che faccia la testa e le mani, queste mani.

In Musica dei tempi bui si metteva in evidenza come l’amore e la relazione dei due “protagonisti” rappresentassero l’opportunità di rispondere al Niente: “Il niente insistito, il secondo ‘niente’, rafforza il concetto espresso, dove emerge il significato di cosa sia questo ‘amore’ di cui stiamo parlando”.

Poi c’erano i Ministri, che attraverso la loro matura forma di “Accettazione”, in maniera efficace e scioccante erano riusciti a evidenziare le specificità di questo Niente, che a differenza del Niente che ha attanagliato gli anni ’90 e la Generazione X (un niente psicologico, esistenziale, emerso da una condizione di espansionismo economico e sociale che ha prodotto una situazione di benessere diffuso, soprattutto per la classe media), oggi ha invaso anche l’ambito della mera sussistenza e della possibilità di progettazione del futuro.

Prima della catastrofe pandemica la condizione era che “veramente viviamo in tempi bui: c’è chi li attraversa con la convinzione che prima o poi finiranno perché devono finire, chi con la consapevolezza che qualora dovessero passare probabilmente ciò che ci aspetta dopo potrebbe essere ben più catastrofico del presente; e poi c’è chi accetta il Niente imperante che domina la nostra esistenza, il Niente di cui tocca farsi carico. Si tratta di assumere su di sé la catastrofe e comprendere come l’azzeramento e la vanificazione di ogni progetto, pretesa e speranza possano a ben vedere capovolgersi nella piena adesione morale col presente. Farsi carico del presente, ammettere il Niente, scrollandosi di dosso qualsiasi ingenuità che non farebbe altro che lenire la nostra stessa autostima e la nostra dignità; se la catastrofe ammette ancora in questo stadio prolungato indefinitivamente la nostra coscienza e la nostra volontà di raccontarla, riflettere su di essa, cantarla ed esprimerla artisticamente, ebbene questa stessa catastrofe si identifica col Niente come orizzonte, perché il ‘qualcosa’ implicherebbe l’impegno del pensiero, e perciò l’impossibilità di riflettere sul Niente stesso. Il Niente è inazione, è scoramento, ma anche spazio del pensiero che può ancora pensare la catastrofe piuttosto che volgersi all’azione effettiva, questa la sua dialettica interna; come dialettico è lo stesso concetto di Niente, che Niente fino in fondo ancora non è se continuiamo a riflettere su di esso, a nominarlo e a esporlo in vario modo. Come per la catastrofe, la nientificazione definitiva impedirebbe al pensiero lo spazio dove esso pensa il Niente stesso”.

Il Niente perciò che non è il nulla della Fine reale, per questo anche più difficile da riconoscere e da gestire; la reiterazione del “galleggiamento”, che è catastrofe che non smette di accadere perché non accade mai realmente. E che si consuma progressivamente, erodendo sogni e speranze senza che ce ne rendiamo conto: i Ministri sanno bene che proprio per tale ragione vale la pena “provarci comunque”, dal momento che il valore di ogni cosa equivale a “niente”.

Ma poi è accaduto qualcosa piuttosto che Niente, anche perché il Niente è sempre condizione di possibilità del qualcosa. Quando il tetto crolla c’è “qualcosa” di evidente da fare, ovvero ricostruire il tetto. Ed è in questo paradosso che si inserisce l’ultimo brano pubblicato dai Ministri, perché se è vero che Peggio di niente si inserisce ottimamente all’interno del percorso artistico e creativo dei Ministri, il titolo del brano attesta un preciso mutamento di prospettiva.

Per questo, se i Ministri da sempre hanno cantato il Niente che caratterizza la vita dei (non più) giovani della Generazione Y e il Niente degli anni Duemila, peggio di questo Niente poteva esserci solo l’incubo pandemico in corso. E tuttavia, proprio in questo apparente peggioramento delle nostre condizioni, nel fondo della più cupa disperazione balena la scintilla dell’opportunità del riscatto. Peggio di niente infatti suona come condanna suprema, perché cadendo l’ascensore ha raggiunto il suolo per quanto nessuno abbia sentito rumore: per dirla col poeta Thomas Stearns Eliot “Così è il modo in cui muore il mondo non con un rombo, con un lamento”.

La grafica che ha accompagnato l’uscita del singolo, che si rifà alle copertine delle edizioni Einaudi degli anni Sessanta con uno stile formalista ed essenziale di stampo suprematista, crea un cortocircuito visivo tra l’immaginario degli anni della contestazione e il deserto dei nostri tempi bui, ma in maniera subliminale trasmette un segnale di rivalsa, così come il riferimento a Fabrizio De André nel ritornello del testo di Federico Dragogna.
Ministri-Peggio-di-Niente
La collaborazione con Nick Cerioni, già direttore creativo e fashion stylist per Achille Lauro tra i tanti, sancisce ulteriormente la volontà di confondere le acque, di superare puerili contrapposizioni per direzionarsi invece nella comprensione dell’immaginario contemporaneo nella sua totalità e complessità, al di là degli inutili steccati tra rock, pop, fashion, indie ecc. E questo come a testimoniare che i Ministri, nel 2020-2021 della pandemia, hanno i piedi ben agganciati in questo mondo: Peggio di niente significa perciò anche il suo opposto, perché il Niente disinnesca qualsiasi iniziativa, mentre come ripetono i versi del brano al di là della constatazione della catastrofe è tempo anche di accusare le storture del presente, di rivolgere l’attenzione alle vittime, di proporre un riscatto oltre che di autocommiserarsi della situazione.

Perché passeggiando nel vuoto dei Niente abbiamo cominciato a chiederci se alla fine conviene mantenersi in stato di passività, mentre vedere gente trattata “peggio di niente” significa recuperare un impulso ribellistico, accusatorio, critico, che possa passare (paradossalmente e “dialetticamente”, avrebbero detto autori come Herbert Marcuse negli anni delle edizioni Einaudi col quadrato rosso!) nella stimolazione creativa a 360 gradi, multidimensionale, dalla moda al rock aggressivo, dallo spettacolo alla filosofia.

La nostra epoca, che Jay David Bolter definisce “plenitudine digitale”, ha fatto saltare in aria definitivamente le distanze intellettuali e concettuali tra le varie tipologie di produzione culturale; i Ministri hanno forse intuito che finalmente, al di là della giostra postmoderna autoreferenziale, è giunto il momento di mettere al servizio della causa sociale e politica tutte le componenti dello spettacolo, compresa l’appariscenza estetica, il fuoco d’artificio, il design, il fashion. Un progetto che si amplia a prospettive espressive impensate fino a qualche tempo fa, quando per opporsi al sistema commerciale si trattava di rifiutare l’immaginario dominante; ora si tratta di immergersi in esso per provare a farlo saltare in aria dall’interno. Questo significa anche Peggio di niente e tutto questo è apparso evidente solo quando ciascuno di noi si è ritrovato davanti allo specchio per mesi, costretto alla detenzione forzata, e ha avuto tempo di focalizzarsi sulle proprie fragilità, sui propri lividi, sul Niente subito catastroficamente per tanto tempo e divenuto distopicamente concreto, reale. Perciò, che Niente (non) tornerà come prima può essere salutato, con i Ministri, come un augurio piuttosto che come una condanna.

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