Le trasformazioni della fruizione musicale libera del web

È facile dare per scontata la nostra fruizione quotidiana dei media. Accendere la TV per guardare il telegiornale da almeno quarant’anni, inserire un CD all’interno di un lettore e sentire musica dalle casse ad esso collegate, è tutto così ovvio che ai più le micro e macro connessioni che portano all’effettiva generazione di questi elementi sfuggono.

Sfugge per esempio, che – per permettere al succitato CD di riprodurre un suono – un laser inserito all’interno di un meccanismo deve interpretare una serie di punti digitali impressi su di un film di plastica, e ci sfugge l’enorme complessità non solo costruttiva, produttiva e soprattutto concettuale che si trova dietro questo semplice funzionamento. La sua semplicità è infatti percettiva, è la nostra abitudine il suo funzionamento, ma quando la curiosità ci porta oltre arriviamo a conclusioni più importanti non tanto a proposito del suo metodo operativo, quanto su come esso si interfaccia alla natura fisica e non fisica del mondo, quest’ultima meglio definibile nel termine “digitale” – termine ormai logorato nel suo significato.

Digitale cosa implica però? Non è chiaro cosa sia uno strumento digitale, dopotutto alla natura digitalizzata di certi contenuti infatti può essere associata (e molto spesso lo è) un’origine analogica che è frequentemente definita con termini come “originale”, “autentica”, “prima edizione”: qualità mitiche, uniche ed irripetibili. Questo perché un oggetto analogico è impossibile da ricopiare al 100%, non è possibile fare la copia di un qualunque nastro magnetico senza che esso venga “ridotto” a ogni copia in qualità, volume, caratteristiche, così che l’oggetto originale diventa sempre più irraggiungibile.  Fragile eppure così affascinante, l’analogico rispetto al digitale non ci offre quasi nulla in merito a flessibilità, si tratta di qualcosa di unico, e pertanto non modificabile, non distribuibile, perlopiù inottenibile, e perciò stesso scomodo. La digitalizzazione rimuove tutte queste limitazioni, ma nella sua perfezione e totale, assoluta e perfetta riproducibilità perde la sua valenza mitica e artistica.

Dobbiamo però chiederci: tutto ciò è poi così vero? L’autentica risposta risiede probabilmente in un approccio non solo tecnico e scientifico ma anche e soprattutto percettivo e sociologico, su un approfondimento della fruizione dell’oggetto fisico, analogico e digitale nei giorni attuali.

Con l’avvento della riproducibilità tecnica, il mondo è finalmente libero di accedere a ogni sorta di contenuti multimediali come e quando si desidera, più o meno legalmente. Eppure questa caratteristica non è nuova del mondo digitale; con le sue limitazioni, l’universo del “dubbing” analogico su cassetta, e VHS per esempio, è indubbiamente una prima avvisaglia di una consumazione mondiale incontrollata e libera che ha semplicemente visto nell’avvento della Rete una naturale estensione su scala universale; è tale la mole di dati potenzialmente unici, segreti, inarrivabili che i nuovi approcci digitali alla multimedialità sono più che felici di distruggere, mangiati da un pubblico sempre più affamato di conoscenza, con buona pace delle grandi compagnie che solo ora abbracciano l’infinita riproducibilità tecnica di quasi ogni forma di contenuto che è nelle mani di ognuno, soprattutto tramite lo streaming audio-video.

Ma è soprattutto nello “scantinato”, un tempo letterale e ora digitalizzato, della illegalità che avviene il vero banchetto dei consumatori, che già dai primi giorni del “file sharing” godono di centinaia di servizi volti a fornire contenuti privi (o resi tali) degli interessi, degli studi di mercato, della “commerciabilità”. Ogni contenuto è reso valido ed è libero allo stesso modo, se non per le catene imposte dal duro pugno di obsolete leggi di copyright e diritto multimediale impreparate al Nuovo Consumo Digitale. L’era in cui il film si guarda per le recensioni di rym.com invece del pitch del produttore, i dischi si scoprono nella blogo-sphere e milioni e milioni di metadati preziosi di ogni tipo sono accessibili per tutti, sempre, su archivi come la Wayback Machine ed Internet Archive. La libertà è quasi totalmente però nelle mani dell’utente che può sempre e comunque decidere di lasciare “la vecchia influenza”, fare le cose come una volta, con i consigli classici del venditore del negozio, della rivista di critica, del sensazionale slogan sulla copertina. Ma è davvero possibile non lasciarsi trasportare dal nostro (un tempo) “futuro irraggiungibile”,  dove il concetto di mainstream e di archetipo creativo/informativo/adattivo non sono più dettati esclusivamente dall’alto, ma dalla vita quotidiana della rete infinita che al tocco di un dito si può esplorare in lungo e largo?

L’utente gode di cibo e companatico della creatività infinita che gli è finalmente concessa grazie a internet. L’utente ora è sazio ma fra poco vorrà dell’altro, a quel punto chi rischia di ritrovarsi troppo stanco persino per mangiare? Forse il creativo stesso, o forse il creativo che fatica a stare al passo con questa fame. Ma tale fame è sempre stata lì, nascosta, o è qualcosa di totalmente nuovo?

La comparazione tra il mondo analogico e digitale serve a porre le basi per una ulteriore analisi percettiva e archetipica di come l’elemento video-estetico è oggi posseduto, percepito e utilizzato. È infatti impressionante quanto “disposable” (usa e getta) sia diventata la creatività, altrettanto impressionante quanto essa sia diventata veloce. Ogni giorno una nuova idea, una nuova immagine, nuova musica, nuovo lifestyle.

Non si guarda più MTV, non si va al cinema con la stessa frequenza, il disco si compra solo se ci piace davvero o è una rarità. Il creativo prosegue sulla stessa linea solo se il nuovo mondo decide di fermarsi, il che talvolta accade perché è lì che nasce l’archetipo, il successo, “la formula”, ma che presto cesserà di essere tale: è per questo che ora ridiamo al video musicale di Telegraph degli Orchestral Manoeuvres in the Dark, eppure un tempo il loro assioma “Stockhausen, ma pop” poteva sembrare davvero il futuro dell’arte.

Si tratta oggi non più di un archetipo della creatività mainstream del creatore e dell’utente, ma piuttosto di un affluente, una “corrente”, un elemento perfettamente identificabile e scaricabile, modificabile, totalmente sotto il nostro controllo. L’archetipo è sostituito dal “meme”, un pezzetto in un grande mosaico di temi, azioni e inazioni, una nuova legge di sopravvivenza virtuale nel nome della post-verità, che vede morto il concetto di mito e archetipo i cui contenuti multimediali vengono democratizzati, commentati, giudicati, in modo altamente emotivo e/o ironico da una comunità che ha finalmente deciso di uccidere il sacro.

Ed ecco che un punto ritorna: non c’è davvero più bisogno del nastro madre non solo da un punto di vista distributivo e di uso, ma anche filosofico e teorico, perché la sacralità è morta. Le possibilità video-estetiche e distributive contemporanee, almeno per ora piuttosto libere, ci permettono di dire addio a qualunque forma di controllo mentale e artistico lasciando campo aperto alla nostra personale percezione e interpretazione, con l’artista e il “boss” che cedono il passo all’utente: colui che, finalmente, ha davvero l’ultima parola.

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