Ipocrisia e antropocentrismo a margine della Biennale Architettura 2021

La Biennale Architettura in corso, slittata di un anno per l’emergenza Covid, si pone fin dal titolo un interrogativo urgente quanto attuale, in particolare data la situazione nefasta e sciagurata che ci troviamo ad affrontare e con la quale dovremo convivere ancora per parecchio. La domanda è: «How will we live together?».

Domanda vaga, come è abitudine per il tema che le biennali propongono a ogni esposizione in modo tale da poter contenere “cose” e percorsi molto diversificati tra loro, ma che nasconde un’autentica voragine per il pensiero contemporaneo. Si tratta di un quesito innanzitutto filosofico, prima che creativo, artistico o architettonico, oltre a essere un questione dirimente in ambito sociologico e politico. Non si dà infatti alcun ambito architettonico o urbanistico senza che esista una teoria, senza una riflessione concettuale che attribuisca valore a determinati punti, senza convinzioni di fondo che possano rispondere a richieste che il presente invoca e rivendica, perché mai come in questa fase della nostra evoluzione e della nostra storia ne va della nostra permanenza in quanto esseri umani su questo pianeta, nonché della sopravvivenza dei nostri coinquilini.

Cosa ci chiede la domanda in questione? Ma prima ancora del cosa, ragioniamo sul “chi”: a chi è rivolta e chi pone la domanda? Soggetto e oggetto della domanda sono lo stesso: siamo “noi”, noi uomini e donne che poniamo la domanda su come potremo vivere insieme – in un prossimo futuro, quasi presente, nel quale i moti migratori, causati soprattutto dalle conseguenze sociali ed economiche della crisi ambientale globale, diventeranno sempre più importanti – e “noi” esseri umani che rivolgiamo a noi stessi la domanda su come potremo vivere “insieme” ad altre specie viventi, vegetali o animali.

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Entrambe le prospettive pongono un problema di autoreferenzialità: dopo che l’uomo occidentale ha distrutto il pianeta in due secoli di industrializzazione e dopo aver teorizzato, fondato, sostenuto e imposto al resto del mondo il modello della produzione globale di beni di consumo contravvenendo alle più basilari regole di rispetto nei confronti del prossimo (sfruttamento lavorativo) e del pianeta (sfruttamento indiscriminato di materie prime e di territorio), ora lo stesso uomo occidentale si pone come obiettivo quello di risolvere le crisi di cui è stato ed è causa (magari attribuendo responsabilità ad altri, che poi significa anche frenare l’avanzata delle economie emergenti).

Quando gli occidentali hanno colonizzato l’intero pianeta, la domanda su come vivere insieme era insostenibile. La risposta negava la sussistenza dell’interrogativo: “non possiamo vivere insieme” e perciò gli stermini delle popolazioni native. Oggi si tratta di comprendere la ridefinizione stessa dell’idea di confine e di identità culturale e politica degli stati, per questo sicuramente la sensibilità connessa alle ridefinizioni di genere e alla fluidità delle identità rientra nell’orizzonte della domanda in questione. Inutile segnalare quanto possa essere urgente un interrogativo come questo nell’epoca delle migrazioni forzate, dei rigurgiti nazionalisti, delle imposizioni identitario-religiose in alcuni paesi, ma soprattutto in tempi di emergenza pandemica: va bene la fluidità, va bene ridefinire l’idea di confine fino a vaporizzarlo, ma non è forse vero che per combattere la pandemia la prima soluzione delle varie nazioni è stata quella di chiudersi per difendersi?
E ancora: non è forse ipocrita che mentre la mediocrità piccolo borghese dell’occidente benestante, impegnato com’è a perdere tempo con le dita sullo smartphone volendo dimostrare a se stessi e ai propri simili quanto si è arguti sui social network, preferisce sollevare questioni sui vaccini mentre la maggior parte del pianeta, il secondo e il terzo mondo, resta totalmente privo di mezzi adeguati per combattere il virus? Che poi in fondo è il vecchio paradosso della parte sfacciatamente opulenta del mondo che getta il cibo nella spazzatura mentre c’è chi muore di fame.

La seconda prospettiva, se vogliamo, è perfino più problematica: il vivere insieme verrebbe declinato non nel senso del vivere insieme tra esseri umani differenti, ma del vivere insieme ad altre specie viventi e alla natura. Ed è proprio il concetto di natura che appare quanto mai problematico. Per esempio, gli spazi urbani, che nel corso della modernità hanno corroso e divorato gli ambienti naturali e l’habitat di molte specie animali, oggi dovrebbero restituire un po’ di quegli spazi per garantire la sopravvivenza di determinate specie. Perciò un’idea di convivenza non centrata esclusivamente sull’umano e sullo sfruttamento dell’animale, ma sulla loro convivenza, che non significa antropomorfizzare l’animale ma convivere con esso così come si può convivere con un essere che può di diritto anche essere ostile, combattivo…per esempio un virus.

Riscoprire il limite di quell’essere tronfio e narcisista che è l’essere umano, che si specchia sempre più nei suoi evolutissimi dispositivi, e che invece dovrebbe tornare a scoprire la paura, la sua debolezza, la sua marginalità. E in tutto questo c’è ovviamente il dibattito ecologista su cui è costruito il percorso teorico della Biennale di Venezia, perché rispetto a quanto detto potrebbe essere vero anche l’esatto contrario. In fondo, cosa è natura? La bioedilizia e la bioarchitettura sono più sostenibili del cemento e del metallo? O sono surrogati del rilancio del dominio umano sul pianeta? Se decostruissimo radicalmente le componenti di qualsiasi manufatto artificiale, compresi i grattacieli e i ponti, non saremmo ricondotti ad unità minime, ad elementi chimici, a minerali? Allora forse il binomio naturale/artificiale non ha molto senso, perché tutto ciò che è umano è da sempre anche subito naturale: l’umano, ciò che esso costruisce e fa, non è che un’emanazione della natura che si mette in mostra fino al punto esiziale della tendenza all’autodistruzione.

E così come tutto ciò che è artificiale è naturale, non è forse vero il contrario? Tutti i dibattiti sul post-umano, non sono a ben vedere riflessioni trascendentali che puntano asintoticamente e immaginativamente a una dimensione inaccessibile, perché per quanto ci sforziamo –  ahinoi – siamo e resteremo sempre dei miseri esseri umani?

Forse è con questa consapevolezza che dovremmo imparare a “vivere insieme” nel corso del prossimo avvenire, perché si tratta in fondo di imparare a vivere con noi stessi.

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