Il declino dell’applicazione d’élite

Il social network che durante la quarantena ci ha fatto più parlare che digitare è morto. Abbiamo cancellato l’applicazione dallo smartphone e, facendolo, ci siamo lasciati alle spalle quel modo di comunicare e le restrizioni causate dalla pandemia.

Clubhouse era nato con l’intento di riportare in auge il concetto di élite ed esclusività, ma ha visto la sua fine in un tempo brevissimo, confermando in questo modo la teoria della “plenitudine digitale” stilata dal sociologo Jay David Bolter. Il declino della cultura d’élite nel contemporaneo scenario di pienezza e abbondanza dei media è dato dai meccanismi sociali della tecnologia: non c’è più una distinzione tra cultura alta, cultura bassa e cultura d’élite perché le gerarchie che regolavano le arti si sono andate perdendo sin dai primi anni del 2000; ora, non è più possibile affermare che una forma d’arte sia migliore rispetto a un’altra, che la musica classica, per esempio, sia meglio del rap. Creatività è diventato sinonimo di arte, quindi ogni creazione che sia esplicativa di una qualche velleità personale è arte.
Oggi numerose piattaforme sul web danno la possibilità a un ampio numero di persone di esprimere il proprio pensiero e comunicare in un inarrestabile flusso; pertanto, la moltitudine di opinioni spesse volte divergenti è la più grande manifestazione di plenitudine digitale, tanto da un punto di vista positivo, tanto da un punto di vista negativo. Secondo la visione più che ottimistica di Manuel Castells la logica della Rete avrebbe potuto favorire la creazione di micro-gruppi al cui interno si sarebbero potuti incontrare soggetti con le stesse idee e le stesse passioni, creando in questo modo quel senso comunitario neotribale di cui il villaggio globale si fa portatore. La realtà è, però, tutt’altra perché il pericolo di incombere in echo-chambers si fa sempre più vivo.

social activity
activity clubhouse

Nonostante il triste epilogo, Clubhouse rimane un caso emblematico in grado di fornire spunti per studi e riflessioni, perché integra in sé molte delle teorie moderne e contemporanee riguardo ai media. Il social network è nato in America ad Aprile 2020 ed è un servizio di messaggistica istantanea in cui, al posto di inviare messaggi scritti o immagini, si parla in diretta in delle stanze appositamente create. Per registrarsi, e quindi accedervi, è necessario ricevere un invito da un utente già registrato, il quale ha a disposizione un numero limitatissimo di inviti. Ecco il primo elemento elitario: l’iscrizione non è destinata a tutti, ma solo a chi è amico di qualcuno che è amico di qualcun altro che, of course, è socialmente importante. Queste riflessioni sono figlie di un’esperienza personale avvenuta a gennaio 2021, quando il social cominciava timidamente a spopolare anche in Italia. Ho creato un account grazie all’invito di un mio conoscente, il quale durante una telefonata ha affermato “Non sei su Clubhouse? Devi assolutamente esserci!”, quindi ha deciso di offrire proprio a me uno dei suoi due inviti. Ecco ancora elemento elitario: avendo a disposizione pochissimi inviti, scegli la persona adatta che possa comprendere il social sia per gli argomenti trattati, sia per la gente iscritta. Io ho donato solo un invito, nello specifico una cara amica studentessa di arti visive. Difatti a gennaio la piattaforma contava solo professionisti del settore artistico, giornalisti e veri appassionati di queste discipline.

download clubhouse
download clubhouse

Una volta creato l’account ho deciso di “farmi un giro” nelle cosiddette room; ho incontrato amici e gente nota, proprio come se fossi all’ingresso di un locale con gente selezionatissima. Eravamo in quarantena e l’emergenza sanitaria purtroppo aveva nettamente bloccato la nostra vita sociale esperienziale a favore di un massiccio sviluppo di una realtà digitale. Il concetto di rimediazione, infatti, è subito evidente: in Clubhouse le due realtà sono perfettamente miscelate, la realtà digitale è la realtà esperienziale e non sono scindibili, tantomeno distinguibili. L’esclusività della piattaforma rende tutto più intrigante e incuriosisce l’utente che è sempre in cerca della room perfetta in cui riconoscersi e a cui prendere parte, con un clamoroso coinvolgimento emotivo e con la smania di sentirsi parte di un gruppo: ecco l’elemento di community neotribale.
C’è un terzo aspetto elitario, la gerarchia secondo cui si può partecipare alle conversazioni nelle stanze: si, perché non tutti possono parlare, e semmai qualcuno avesse qualcosa da dire deve virtualmente alzare la mano, nonché toccare un’icona sullo schermo, e aspettare di essere accettato (avere il permesso) dal creatore della stanza, chiamato anche moderatore. La nota elitaria più evidente e pesante era data dal fatto che l’applicazione era stata pensata solo per dispositivi Apple, per cui senza iPhone non si poteva scaricala.

Dopo un giorno era già chiaro il funzionamento del social network: in alcuni casi era costruttivo perché detentori del sapere, come numerosi giornalisti, portavano avanti rubriche a tema da ascoltare in diretta, niente di diverso da un programma radiofonico; in altri era divertente perché si poteva parlare e scherzare con amici come se fossimo in un locale o in una piazza; per la maggior parte, era snervante poiché molte room erano delle vere e proprie echo-cambers, azzarderei dire anche ego-chambers. Si dava il via sia ai monologhi dei soliti mitomani in cui “io” è l’unico pronome pronunciato, sia alle conversazioni basate su concetti errati ripetutamente portate avanti da finti tuttologi (che guai a contraddire!). Di base quelli che fuori al locale schivavi per non accomodare il loro ego li trovavi moderatori della maggior parte delle stanze.
A distanza di un mese dalla sua diffusione in Italia, Clubhouse aveva subìto già “il declino della cultura d’élite” e di conseguenza anche il declino della sua intrigante esclusività: il social network era ormai frequentato da chiunque e le stanze si sono fatte man mano sempre meno educative e costruttive. Così dopo pochi mesi più nessuno parla di Clubhouse e delle sue potenzialità relazionali e di marketing.

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Ho deciso di approfondire la questione con amici che sono stati o sono utenti del social: ho chiesto loro se utilizzano ancora Clubhouse e ho aggiunto una box per i commenti, semmai qualcuno avesse voluto aggiungere qualcosa. Hanno partecipato 54 persone: l’89% di loro ha affermato di non utilizzarlo più, vale a dire che solo 6 persone su 54 utilizzano ancora il social network; alcuni hanno dichiarato che si trattava di una moda del momento, per altri è un social network per chi non ha amici; invece, un ragazzo che ancora lo utilizza ha specificato di adoperarlo per chat private con i suoi amici perché è istantaneo e possono parlare tra di loro come se fosse una vera conversazione faccia a faccia. Temo che il suo declino sia dovuto anche all’allentamento delle restrizioni che erano state imposte dall’emergenza sanitaria a causa del virus Covid-19: nei primi mesi del 2021 tutta la popolazione tutta costretta dai decreti ad uscire di casa solo per comprovate esigenze e pertanto passava molto tempo in estrema asocialità, ora le restrizioni si fanno via via più leggere e la possibilità di abbandonare le abitazioni a vantaggio di una vera vita sociale si fa sempre più viva.

Gli ideatori di Clubhouse hanno provato a limitare la fuga degli utenti estendendo l’applicazione a più sistemi operativi, come Android, e rendendo l’accesso libero mediante l’iscrizione, ma questo non è bastato a ripopolare le stanze ed esaltare gli animi, come durante i primi mesi. Clubhouse ci ha aiutati a sentirci meno soli in un periodo triste della nostra vita in cui eravamo costretti all’isolamento fisico: adesso, che tutto sta tornando alla normalità, sceglieremmo ancora di parlarci senza guardarci negli occhi?

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