Westworld, ovvero come nasce una coscienza e si costituisce una soggettività

Westworld, ovvero come nasce una coscienza e si costituisce una soggettività

Westworld, ovvero come nasce una coscienza e si costituisce una soggettività, articolo di "Alessandro Alfieri" su Persinsala
giovedì , 17 Ottobre 2019
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Westworld, ovvero come nasce una coscienza e si costituisce una soggettività
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Ciò che colpisce di più di Westworld è la profondità del contenuto teorico che essa porta con sé: se apparentemente sembra essere l’ennesimo racconto su cyborg e robot che si ribellano all’uomo, in realtà in essa si condensano innumerevoli riferimenti filosofici. Il primo dei riferimenti, questo persino esplicito, è all’antropologo a psicologo Julien Jaynes e …

Cronache dell’immaginario

Ciò che colpisce di più di Westworld è la profondità del contenuto teorico che essa porta con sé: se apparentemente sembra essere l’ennesimo racconto su cyborg e robot che si ribellano all’uomo, in realtà in essa si condensano innumerevoli riferimenti filosofici.

Il primo dei riferimenti, questo persino esplicito, è all’antropologo a psicologo Julien Jaynes e al suo noto libro Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza del 1976, ma non solo. La serie è ispirata a un film scritto e diretto da Michael Crichton, intitolato per l’appunto Westworld (in italiano tradotto Il mondo dei robot), dove lo scrittore di fantascienza intendeva controbattere e smentire le note leggi di Asimov sulla robotica, che suonavano così:

  1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
  2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
  3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

Questo film è però stato realizzato nel 1973, e il colpo di genio degli autori della serie, Jonathan Nolan e Lisa Loy, è stato quello di applicare le teorie di Jaynes sulla nascita della coscienza per rinforzare e dimostrare la sussistenza delle posizioni di Crichton. Secondo Jaynes, il sorgere della coscienza avvenne relativamente tardi, intorno all’anno 1000 a.c.; gli uomini primitivi e le comunità indigene non avrebbero avuto la concezione che abbiamo noi oggi di coscienza, dal momento che le “voci interiori”, ovvero i principi morali che guidano l’azione, nonché i desideri che giocano in anticipo su noi stessi imponendo cosa volere, in quella fase venivano attribuite alle divinità. Il bicameralismo consisteva nel fatto che nella mente di quegli uomini ci fosse un “altro” che dicesse cosa fare.

La coscienza nasce quando questo “altro” viene riconosciuto come propria voce interiore, ovvero come voce dell’Io; a quel punto sorge non solo la coscienza ma persino la libertà e l’autoconsapevolezza, perché ci si riconosce padroni di noi stessi per quanto la natura umana presenti sempre una dimensione che precede il nostro stesso pensiero. Tale dimensione però, piuttosto che calata o imposta dall’esterno, viene riconosciuta come propria. Gli autori della serie hanno trasferito questa teoria all’ambito della cybernetica, con straordinari risultati, perché si tratta della teoria dell’emancipazione degli automi e della loro possibilità di sottrarsi alla volontà del proprio creatore.

Questa la trama filosofica di Westworld, che però, a partire da qui, va ben oltre: infatti, il collegamento col pensiero di Emmanuel Kant sulla legge morale e l’imperativo categorico “tu devi” è stretto, come stretto è il rapporto con la teoria dell’eterno ritorno a proposito del paradosso temporale a cui si assiste guardando la serie (tanto che per Nietzsche, per sottrarsi alla morsa demonica dell’eterno ritorno dell’identico, è necessario affermare la scelta nel “così volli che fosse”, riconoscendosi soggetto libero e affermando la volontà persino sul proprio passato). Il riferimento filosofico che viene annunciato con la fine della prima stagione, e che probabilmente verrà ampiamente sviluppato nella seconda, è Georg Wilhelm Frederich Hegel: la coscienza, una volta riconosciutasi come tale, perciò essere divenuta autocosciente, se non vuole chiudersi nell’infelicità del solipsismo deve riconoscere l’esistenza effettiva di un’altra coscienza, e perciò costituire e riconoscersi in una comunità e diventare così ragione. L’annunciata guerra della comunità dei robot contro la comunità degli umani è proprio tale riconoscimento.

Non è un caso che gran parte dell’immaginario della serialità televisiva abbia come tema centrale quello relativo alla costituzione e trasformazione della soggettività, intesa come riconoscimento dell’autocoscienza (appunto, Westworld), o come affermazione di una soggettività morale (Dexter e Breaking Bad) o persino sociale-politica e religiosa (The Americans e Homeland); in ognuno di questi episodi della cultura di massa, è in gioco il tema della libertà nel suo rapporto col destino, conflitto questo che si sviluppa ed evolve proprio nello spazio della coscienza individuale, e non è un caso che la menzogna e il doppio gioco assumano un ruolo decisivo in essi.

Dopotutto, questi prodotti, e in maniera esemplare Westworld, evidenziano come da una prospettiva filosofica si tratti di un tema cruciale, ovvero la consapevolezza che ognuno di noi è “giocato in anticipo” rispetto a se stesso: nessuno di noi decide cosa pensare, e tantomeno cosa desiderare. Non mi riferisco solo alla dimensione teologica (che potrebbe tradursi agostinianamente nella convinzione che Dio è all’interno di noi e dirige la nostra esistenza), ma anche a quella edipico-freudiana, o a quella scientista cognitivo-neuronale. In ognuna di queste risposte al problema, il sé è determinato “da fuori”, ovvero da un’entità che non sottostà alla sua volontà; è palese che la pluralità di queste entità possano venire correlate sotto la definizione di immaginario, se aggiungiamo l’entità trascendentale (proprio in senso kantiano) decisiva rappresentata da quella che la Scuola di Francoforte definirebbe “società” o “vigente”, che altri filosofi definiscono “linguaggio” o altri ancora, in maniera più energica e diretta, “mercato”. Si tratta dell’ambito del dominio, ovvero la dimensione nella quale il potere costitutivo opera agendo con grande vantaggio rispetto alla coscienza dei sudditi, operando sulle categorie mentali e su quelle concettuali che orientano il nostro pensiero e anche la nostra eventuale valutazione su tale dominio (implicando in questo senso sempre un gioco perso in partenza).

Ora, se liberare il desiderio coincide con la liberazione dal giogo del destino (inteso come ordine divino, naturale, comunicazionale ecc.), allora si tratta di “decidersi esseri liberi”; in questo senso, non c’è molta differenza tra noi, gli uomini primitivi dalla mente bicamerale e gli automi del parco divertimenti di Westworld. Se infatti quest’ultimi, nella libera decisione di riconoscersi autonomi piuttosto che automi, affidano alla loro volontà le loro decisioni, allora significa che hanno ripudiato il proprio destino e sono diventati liberi escludendo dalle loro scelte l’intervento della programmazione informatica dei loro creatori. Questo l’insegnamento che possiamo trarne noi: anche noi infatti, giocati in anticipo rispetto a noi stessi dal mercato multinazionale, dalle convenzioni sociali, dall’ordine costituito, ovvero dall’immaginario, potremmo cedere al nichilismo dell’identità e del “tutto è stato scritto”. Ma la coscienza di questo è lo spazio estremo e ultimo concesso alla nostra stessa salvezza, perché coincide con la possibilità stessa di sottrarsi al destino delle forze mitiche.

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