Il passaggio dall’immaginario degli anni 80 ai R.E.M., i Pearl Jam e i Nirvana

Quest’anno, se non avessimo cose ben più urgenti a cui pensare, probabilmente avremmo dedicato maggiore attenzione a un anniversario significativo, non solo della storia del rock, ma in senso più generale e significativo della storia della cultura contemporanea.

Il 2021 segna il trentennale del 1991, anno decisivo che ha segnato una svolta irreversibile nella musica occidentale, che ha ridefinito i rapporti tra la radicalità del sound rock e le esigenze del mercato, che ha soprattutto determinato la trasfigurazione e la ridefinizione di ciò che nei decenni prima avevamo definito come “rock”, “alternative”, rivoluzionario e che, in base a questo, ha segnato la fine di quelle che Mark Fisher ha definito le “ambizioni utopistico-prometeiche” del rock.

Nel 1991 il postmodernismo inquadrato nell’orizzonte della “fine della storia” sancì la sua concretizzazione definitiva; a poco valsero le comunque fortunate uscite discografiche di alcuni dei grandi eroi della musica dei 70es e 80es, tra cui i Kiss, i Guns N’ Roses, Achtung Baby degli U2 e l’ultimo disco dei Queen Innuendo. Dischi tra l’altro non trascurabili per la loro qualità e per il loro valore, per il loro impatto sull’immaginario nel passaggio dai balordi edonistici del parossismo visivo e culturale degli anni Ottanta al mondo post-fine della storia. La “parade” celebrativa e trionfalistica dei Queen, il pastiche iperteatralizzato dei Kiss, l’ostentazione machista e godereccia di Slash e Axl Rose nonché l’afflato paternalistico e politicamente impegnato della band di Bono Vox: tutto nel 1991 faceva già riferimento al proprio malinconico tramonto, come se si fosse trattato per ciascuno di loro dell’estremo tentativo di serbare una presenza significativa, resistendo tenacemente al proprio incontrovertibile tramonto.

D’altronde, quel decennio era iniziato con Wind of Changes degli Scorpions, che nella sua immacolata ingenuità da Germania dell’Ovest salutava con tenerezza la morte dell’utopia comunista.

La morte dell’utopia, il “cadavere di utopia” aveva già cantato De André l’anno prima in La domenica della salme, è sancita anche dalla conclusione netta delle progettualità politiche e sociali incarnate in un modo o nell’altro dal rock nei decenni passati. Tutto nel 1991 era destinato a cambiare per sempre, e questo mutamento rivoluzionario riguardò lo stile della musica, la concezione stessa di rock, il suo legame con l’immaginario commerciale.

Il videoclip diretto da Tarsem Singh per Losing my Religion dei R.E.M. esprime in maniera poderosa il mutamento di prospettiva, dall’immaginario ipereccitato del rock anni 80 della stagione New Romantic al rock della band di Michael Stipe, un rock che nasceva bollato come “college rock” e che era riuscito a diventare riflessivo, introspettivo, profondamente intellettuale e lontano dai fasti scenografici del passato.

Questa virata verso l’essenzialismo espressivo manifestò non tanto la rimozione della dimensione estetica, quanto una sua “condensazione”, come se l’energia non avesse bisogno di esternarsi ma di esprimersi nella concentrazione. Oltre a Out of Time dei R.E.M., il 1991 ha visto l’uscita di una serie di album ascrivibili ai più vari sottogeneri del “rock”, tra tendenze già affermate negli anni passati – che però avevano subito una mutazione profonda – e tendenze inedite, che avrebbero incarnato il puro spirito degli anni 90.

Al primo caso appartiene il famigerato Black Album (o disco omonimo) dei Metallica: di certo non un esordio, ma la ridefinizione definitiva dell’immaginario metal, che proprio nel 1991 abbandonava una volta per tutte l’appariscenza circense e teatrale. Così brani come Nothing Else Matters e The Unforgiven non sono semplici ballad rock sul genere degli Scorpions, ma la tramutazione della potenza in sfere compatte di energia, serie, senza maschere, drammatici affreschi di una sofferenza irredimibile per quanto si mostrino i muscoli.

La fine dell’having fun tipico degli anni 80 trovava nei Red Hot Chili Peppers un ultimo estremo baluardo: Blood Sugar Sex Magik però dimostrò come il funk rock californiano, accelerato e ipereccitato, contenesse persino esso una dimensione profonda, struggente e malinconica, come Under the bridge e I could have lied mostrarono.

Ma l’autentica trasformazione avvenne nella seconda metà del 1991, quando vennero pubblicati due dischi destinati a restare delle pietre miliari della storia del rock: da un lato il disco d’esordio dei Pearl Jam, Ten, un disco che fu in grado di ridefinire il senso stesso del movimento (musical-culturale) del grunge, abbandonando definitivamente qualsiasi allusione al punk e puntando piuttosto (sulla scia di Neil Young e Bruce Springsteen) al recupero delle origini profonde dell’America, radicate tra le foreste e le montagne rocciose che accudiscono Seattle: un estremo tentativo di offrire il criterio di una disperata socialità nel punto della sua estrema dissoluzione.

Dall’altro lato, i Nirvana pubblicarono il loro secondo album dal titolo più che indicativo Nevermind, che rispetto a Bleach mirò spietatamente alla confusione di musica indipendente e musica commerciale: Nevermind rappresentò in maniera lampante quanto il mercato postmoderno potesse risultare complesso, capace com’è di assorbire persino la sua stessa negazione. Un rock che, oltre ad aver smarrito le sue speranze di farsi promotore di modelli sociali alternativi rispetto a quello dominante o a principi rivoluzionari o sovversivi, aveva anche abbandonato ogni ambizione di arginare il vuoto con lo sballo, l’having fun rockettaro degli anni 80.

Il rock diviene dispositivo depressivo, nichilista, perfetta trasfigurazione dello stato d’animo dell’intera Generazione X. Nessuna socialità se non quella basata paradossalmente sulla solitudine esistenziale e generazionale, ed è proprio tale paradosso a rendere Nevermind attrattivo anche sul piano commerciale e su MTV: la fine cinica e spietata dell’illusoria mitologia comunitarista promulgata retoricamente nei decenni passati, che però in un’ulteriore capriola dialettica fu in grado di produrre un disco di un’autenticità e un’essenzialità spigolosa quanto dirompente ed efficace. Il destino tragico di Kurt Cobain e il successo straordinario di Nevermind si pongono ancora oggi come fenomeni capaci di dirci molto sulla nostra contemporaneità.

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