Recensione doppia

Una Margaret Thatcher come non la si studia tra i banchi di scuola: tra amori, figli e scalata politica.

Semplicemente Streep(itosa)
di Lorenzo Bianchi

Che Meryl Streep fosse un’attrice meravigliosa è risaputo da anni, ormai. Che Margaret Thatcher fosse una donna dotata di “coraggio” politico, anche. Phyllida Lloyd ha avuto l’arduo compito di unire queste due icone mitiche in un unico, meraviglioso biopic movie.

L’ormai anziana Margaret Thatcher (Meryl Streep) torna a casa dopo aver constatato l’aumento dei prezzi al supermercato. Ne parla col marito Denis (Jim Broadbent) a colazione. Il marito però è morto da anni, e l’ex Primo Ministro britannico ormai soffre di continuo di allucinazioni di questo genere. Mentre svuota l’armadio con gli abiti del defunto consorte, Margaret inizia a ricordare il suo passato…
A volte le parole sono davvero minuscole, di fronte a cotanta grandezza. Due donne magnifiche, come Meryl Streep – in una prestazione maiuscola che, salvo incredibili colpi di scena, la porterà alla sua terza statuetta – e Margaret Thatcher che sono unite in questa meravigliosa performance. Di fatto The Iron Lady è un inno alla femminilità, ed una critica a quei falsi modelli di donna che, soprattutto al giorno d’oggi, i media tendono a propinare in maniera disgustosa. Ma oltre che un’apologia del gentil sesso, è anche un’educazione politica, in quanto la donna d’acciaio dà vere e proprie lezioni di buon senso e abilità, anche grazie a dialoghi splendidi, nell’ottima sceneggiatura quale è quella firmata da Abi Morgan. Chi si aspetta un film prettamente storico resterà deluso, ma d’altra parte non è un documentario, e il cinema ha il dovere di raccontare ciò che non potremmo trovare nei manuali scolastici. La donna rappresentata è forte, quasi circondata da un alone di invincibilità, in contrasto con la debolezza e la malattia che la accompagnano nella vecchiaia. Si va oltre l’ambito politico, con il quale si può essere o meno d’accordo. È il lato umano e sociologico ad essere interessante. Ascoltare frasi come «una volta ci si curava di realizzare opere importanti, ora conta solamente essere importanti», è una boccata d’ossigeno e una mazzata, tra le tante, che questa pellicola assesta contro la società dell’apparenza in cui sembriamo essere imprigionati. Non è un  caso che in un periodo di forte crisi economica come la nostra certi discorsi della Thatcher caschino a pennello, in quella che era una grandissima dimostrazione di carattere e coraggio, per una donna che sapeva esattamente cosa voleva e come ottenerlo, per il bene del suo Paese, distruggendo la discriminazione sessuale e sociale esistente. Tra flashback e flashforward magnificamente orchestrati – sulla falsariga di The Social Network e di J.Edgar –, il film scorre rapido e fluido, senza pause immotivate e destando sempre l’interesse dello spettatore, per uno dei biopic movie destinati ad entrare nella storia.
Vote for The Iron Lady. Anche senza essere necessariamente conservatori.

Ironically, la Lady poco Iron
di Alfredo Agostini

Memorie di una politica ottuagenaria firmate Phyllida Lloyd e Abi Morgan. In bilico tra pubblico e privato, Margaret Thatcher scandaglia i ricordi e l’ex-primo ministro si trova a fare i conti con la madre di famiglia che ha obbedito all’imperativo storico imposto dal suo ruolo.

Da una parte, i dodici anni da leader che hanno segnato la storia della Gran Bretagna e di tutto il mondo occidentale e dall’altra, la quotidianità di una figlia, di una madre; da un lato, la forza delle ideologie, delle proprie ambizioni, dall’altro, una donna fragile, in preda ai rimorsi, isolata dietro le sbarre della degenerazione psichica – la demenza – e di quella sociale – i tempi moderni privi di ogni eleganza per una baronessa inglese. Sostenitori e detrattori non hanno mai trovato un punto di accordo per giudicare l’intransigenza di questa donna minuta, ingessata in abiti che hanno esplorato ogni tono della virilità in culla, il blu, che si scagliava fieramente contro il socialismo interpretato dai laburisti nel pieno della Guerra Fredda, e che appariva come una mosca bianca nel chiasso di Westminster. La controversia annunciata dal film non si rivela però così mordace. Si opta per una più cauta umanizzazione di un personaggio di tale levatura, sfiorando, in alcuni frangenti, il patetismo da soap, con tanto di figli che inseguono l’automobile della madre in carriera. Scegliere di rappresentare Margaret Thatcher, la donna dei primati che da sola ha lavorato da governo tecnico, come la donna di successo per antonomasia in questo caso è un limite. Il personaggio è troppo ingombrante e recente per concedere ambiguità. La balbuzie di re Giorgio VI è di per sé melodramma, la Thatcher è storia troppo attuale per non rimuovere la polvere. Se il film poco convince, dipende proprio da ciò.

La narrazione si concentra sul carico che grava le spalle dei potenti, sciolti però da ogni responsabilità sul presente. I fatti storici sono puramente narrativi, la guerra delle Falkland una partita a Risiko di lacrime e sangue. Le conseguenze delle loro scelte ricadono limitatamente sulla propria famiglia. Seppure è da apprezzare l’assenza di didascalie, ogni evento storico mostra un taglio eccessivamente personale essendo un trancio della memoria della Thatcher, ormai pensionata e alle prese con il doloroso sgombero dell’armadio di Dennis, il marito, defunto otto anni prima. «All sorted», tutto in ordine, ci sono l’amore, la gioventù, i sogni, la pena dell’invecchiare, la guerra, il tradimento all’interno del suo stesso partito, la rivolta popolare e la rivalsa personale di una piccolo borghese che giunge alle vette del potere. Ciò che risulta è uno studio del personaggio, più che un affresco storico. A farne le spese, il ritmo, piuttosto ripetitivo nel flusso dei ricordi. L’architettura del film si affida quindi completamente alla protagonista, dal punto di vista artistico impeccabile. Meryl Streep è Margaret Thatcher. Niente di meno. Per l’attrice la grazia non è uno stato, è una condizione. La regia accompagna con regalità e occhio chirurgico ogni guizzo attoriale, indulgendo sui primi piani e ritagliandosi grandi respiri in parlamento e angoli di intimità all’interno delle mura domestiche. Piuttosto scarni i ruoli di contorno, o meglio da passeggio. Non sappiamo nulla di Mr. Thatcher, a parte la sua prodigalità alla burla. Egli diviene uno spettro a tutti gli effetti, nonostante il volto e gli occhi confortanti di Jim Broadbent che per l’insistenza a ripetere lo stesso ruolo della quintessenza dell’anglico, sornione, apparentemente leggero ma dal cuore svelto alla commozione potrebbe sembrare un caratterista italiano.

La strategia proto-femminista di rivalutazione delle donne al potere, di cui la Steep si è fatta sempre paladina regalandoci interpretazioni magistrali (Miranda Priestly su tutte, donne di potere che inevitabilmente diventano detestabili, fredde e spietate, disumane; ma anche Joanna Kramer in passato) in questa prova è poco convincente. Ironia della sorte la Iron Lady è assai lontana dal corrispettivo Iron Man: è impensabile, anche dopo il film, immaginare Maggie avvampare di passione nell’alcova nuziale insieme al marito, seppure di amore tanto si parla.
Il cinema ha la facoltà di scavalcare qualsiasi muro, accedere alla Sala Ovale, dentro il sancta sanctorum della Cappella Sistina, persino di entrare a Le Gamaar dove stanno dando alle fiamme Hitler in persona. È la prerogativa di ogni rappresentazione, interpretare i fatti e gli eventi smuovendo tende e tappeti e sfondando cancelli, se necessario. L’ingresso nella Camera dei Lord e nei retroscena di un personaggio tanto scomodo avviene con passo fin troppo felpato. A che livello uno spettacolo sulla politica può restare super partes? C’è da rimpiangere l’intensità di The Queen o il surrealismo de Il Divo che pure non mancavano affatto di umanità né di gigionismo. Con un ruolo di tale portata, premiato già con il Golden Globe, l’Oscar è nell’aria. Resta comunque uno spreco utilizzare un Don Vito Corleone in un film di maniera.

Titolo: The Iron Lady
Regista: Phyllida Lloyd
Attori principali: Meryl Streep, Jim Broadbent, Susan Brown, Alexandra Roach, Olivia Colman, Roger Allam, Susan Brown, Nick Dunning, Nicholas Farrell, Ian Glein, Richard E. Grant, Anthony Head, Harry Lloyd, Michael Maloney, Pip Torrens, Julian Wadham, Angus Wright
Genere: drammatico, biopic
Durata: 104min
Anno: 2012
Produttore: Damian Jones
Produttore esecutivo: François Ivernel, Cameron McCracken, Tessa Ross, Adam Kulick
Casa di produzione: Pathé, Film4, UK Film Council
Distribuzione: Bim Distribuzione
Fotografia: Elliot Davis
Musiche: Thomas Newman
Montaggio: Justine Wright

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